Il libro nasce intorno al 2018 dopo un breve articolo sulla Calabria borbonica e le “fake news” risorgimentali scritto su La Lettura e che aveva suscitato molto “rumore” tra i neoborbonici. In seguito, fui contattato dall’editore con una proposta per un manoscritto. In realtà, l’interesse per la memoria pubblica e sui rapporti tra storia e memorie collettive si sviluppa durante gli anni di dottorando in Gran Bretagna. In particolare, ero e sono interessato a cosa le società o I gruppi “ricordano”, a quali sono le influenze degli attori politici e sociali, a come queste “memorie” siano poi usate per costruire l’identità e a come siano utilizzate per giustificare o legittimare il potere o le scelte politiche. In questo contesto è affascinante la memoria e gli usi e abusi della storia da parte delle comunità dei vinti – come i fascisti e, appunto, i (neo)borbonici.Vorrei inoltre aggiungere che la conoscenza specifica di alcune “storie” e siti borbonici proviene da molto lontano perchè una parte della mia famiglia è originaria di un luogo della “memoria” borbonica.
Quando nasce invece lo stesso neoborbonismo?
In questi anni si sono moltiplicate le controstorie sul Risorgimento, in particolare da parte dei movimenti, associazioni, circoli e scrittori neoborbonici. Questo “borbonismo” è un fenomeno vecchio che nasce con il governo borbonico in esilio a Roma. La sua versione più moderna si sviluppa essenzialmente dopo il 1945 ma acquista vigore solo a partire dal centocinquantesimo anniversario dell’Unificazione italiana. Questo era un momento storico caratterizzato da un attacco contro alcuni valori della nostra democrazia – inclusa la Costituzione e la Resistenza antifascista. In questo contesto, la Lega Nord metteva in dubbio l’unità d’Italia e rilanciava gli stereotipi e la xenofobia antimeridionale. Tutto questo ha suscitato una reazione e sicuramente favorito il nuovo appeal neoborbonico. Bisogna però considerare che il fenomeno del neoborbonismo è indissolubilmente legato anche alle attuali condizioni economiche e all’abbandono del Sud da parte dei governi nazionali oltre che all’uso dei social media e alla diffusione delle fake news.
Di quali miti si alimentano le tesi neoborboniche?
La memoria collettiva e storia dell’Unità d’Italia è messa in discussione attraverso un immaginario che esalta il regno borbonico e distrugge il Risorgimento. Questa forma di revisionismo storico vede nella spedizione garibaldina una conquista coloniale e nei sabaudi forza violenta e straniera violento che aveva promosso un rapporto di subordinazione e sfruttamento.
In quest’ottica, l’annessione del Regno delle Due Sicilie avrebbe depredato il Sud di tutte le sue enormi ricchezze e primati. Questa sarebbe la causa principale dell’arretratezza, dell’inferiorità economica e industriale, dell’emigrazione di massa e delle varie crisi sociali. Un esempio frequentemente usato è quello del più grande complesso siderurgico della Calabria che sarebbe stato lasciato fallire per favorire l’industria settentrionale. Un altro è quello delle “depredate” banche borboniche e le riserve auree dei Borbone.
Poi esistono i vari miti : i gloriosi re Borbone, i briganti eroi e patrioti antisabaudi, la resistenza di Gaeta (che porta alla fine del regno) e tanti presunti primati borbonici. Questo porta, per esempio, a decine di scritti sul ricco e scintillante Meridione e (chiaramente antirisorgimentali) e alla promozione di giornate del ricordo per le vittime causate dall’invasione nordica e garibaldina.
Qual era la realtà del Regno delle Due Sicilie?
Il mio libro mette in luce le contraddizioni di molte narrazioni antirisorgimentali e lo fa a partire dal terremoto del 1783 che colpì duramente la Calabria. La realtà del Regno delle due Sicilie era quindi molto differente da certe fantasiose interpretazioni del passato. Innanzitutto, non esisteva un Mezzogiorno Eldorado impoverito a vantaggio del Settentrione. La Borbonia Felix è essenzialmente un’invenzione storica. I “primati” erano limitati e a vantaggio di pochi (come la famosa ferrovia Napoli-Portici). La condizione della popolazione non era ottimale. La povertà imperava in alcune aree. Si pensi che in alcune zone della Calabria (e non solo) i contadini erano quasi in una condizione simile a quella dei servi della gleba e subivano le “angherie” dei padroni delle terre. È pur vero che il latifondo non un’istituzione sempre “immobile” e necessariamente arretrata e che certe aree del Sud avevano una buona produzione agricola, ma questo sviluppo non era appunto uniforme. Spesso si lasciava ai contadini la responsabilità di apportare innovazione e molti latifondisti non reinvestivano le rendite in modernizzazione o creazione di moderne attività imprenditoriali. I profitti servivano a garantire vite agiate e godere delle opportunità (compresa istruzione universitaria) che offriva Napoli. Mancavano inoltre le infrastrutture, essenziali per il commercio e la lista di problematicità sarebbe ancora molto lunga. Questa è una realtà economica e sociale taciuta dai neoborbonici e che provo invece a mettere in luce in questo mio libro.
Infine, bisogna sicuramente menzionare altre questioni e fatti ignorati dalla galassia revisionista e che Il mito dei Borbone sottolinea con forza. In particolare, mi riferisco alla dissidenza e i malumori che attraversavano un regno poco interessato a modernizzarsi anche politicamente e allargando la base sociale di consenso. Gli scritti revisionisti raramente menzionano le proteste contadine, i moti liberali, i tentativi di sovvertire lo status quo dal basso e il controllo e repressione del regime. In pratica si cancella sia la povertà che il regno reazionario si dimenticano i tantissimi patrioti meridionali che si sono battuti per le costituzioni liberali e per un’Italia unita.
Quali sono le maggiori inesattezze storiche in cui incorrono i revisionisti neoborbonici?
Il problema non sono solo le inesattezze storiche prima menzionate. Questa galassia revisionista e neoborbonica è deficitaria da un punto di vista metodologico. Oltre a un precario (a volte quasi inesistente) uso delle fonti, fa impressione la decontestualizzazione degli eventi e delle dinamiche storiche. Il contesto economico e politico mediterraneo, transnazionale, europeo e occidentale raramente è considerato. Questo genera letture storiche abbastanza limitate, con fatti e avvenimenti usati in maniera selettiva. Non si considera come il mondo borbonico fosse in crisi e, sotto alcuni punti di vista, nemmeno al passo con i tempi. Non si comprendono le dinamiche di nation-building e la trasmigrazione delle idee di libertà.
Il punto è che a questi nuovi paladini del regno duosiciliano non interessa nemmeno il confronto con gli storici – che anzi sono spesso considerati nemici o asserviti a un nebuloso potere o qualche predeterminata verità ufficiale. Questo approccio avvicina il neoborbonismo alle le tendenze populiste odierne e alle tante varianti del complottismo. Grazie pure ai social media e alla diffusione della postverità si è alimentato il fascino di una narrazione che utilizza paure popolari e malumori reali, ma contribuisce al “vittimismo” del Sud scaricando le responsabilità di problemi storici complessi su un nemico ben identificabile. Questi sono evidenti “abusi” della storia che io classifico come populismo storiografico.
Andrea Mammone è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha insegnato alla University of London e svolto periodi di ricerca presso lo European University Institute e la University of Pennsylvania. È l’autore di Transnational Neofascism in France and Italy (Cambridge University Press, 2015). Ha pubblicato sulle maggiori riviste accademiche. I suoi articoli sono apparsi sul «New York Times», «The Guardian», «Corriere della Sera», «Haaretz», «Foreign Affairs», «La Stampa», «Washington Post», «Al Jazeera», «Huffington Post» e «CNN».




