“Donne combattenti nell’Italia del Risorgimento” di Laura Fournier-Finocchiaro

Prof.ssa Laura Fournier-Finocchiaro, Lei è autrice del libro Donne combattenti nell’Italia del Risorgimento. Un percorso illustrato tra Italia e Francia, edito da tab: che rilevanza ebbe il fenomeno delle donne armate nelle rivoluzioni cittadine e sui campi di battaglia dell’Ottocento?
Donne combattenti nell'Italia del Risorgimento, Laura Fournier-FinocchiaroMentre i libri di storia e i manuali raccontano le rivoluzioni e le guerre come una storia di uomini, relegando le donne al ruolo di spettatrici passive, confinate nella sfera domestico-familiare, è attestata la presenza di donne combattenti nell’Ottocento nei vari contesti di lotta e su scala europea. Già alle fine del Settecento, la Rivoluzione francese offrì uno spazio di espressione e di attivismo militante inedito per le donne, che parteciparono in massa al sollevamento della “nazione armata” contro l’Antico Regime, così come ai movimenti reazionari nelle guerre di Vandea. Delle rivoluzionarie, tra le quali spicca il nome di Théroigne de Méricourt, si organizzarono in Guardie civiche femminili e legioni di amazzoni, rivendicando il proprio ruolo sociale e politico di cittadine in armi. Esistono tuttora pochi studi sulle combattenti e sulla lotta armata femminile nel contesto italiano, ma le mie ricerche hanno permesso di trovare le tracce della partecipazione spontanea, talvolta armata, delle donne alle insurrezioni del Risorgimento in diverse città della penisola nel 1848-49: in Sicilia, a Milano, Venezia, Bologna, Roma, Brescia; poi di nuovo durante la seconda guerra d’indipendenza nel 1859-60 e nella “guerra per il Mezzogiorno” dopo l’Unità. Oltre a eroine più note come Anita Garibaldi, la compagna dell’Eroe dei Due Mondi, o la principessa lombarda Cristina di Belgiojoso, ho trovato numerosi esempi di donne che si erano distinte in varie zone della penisola (Luigia Battistotti Sassi a Milano, Colomba Antonietti Porzi a Roma, Giuseppina “Peppa” la Cannoniera a Catania, o ancora la meno nota Rosa Angelini a Ferrara…). Inoltre esistono tracce visive di un attivismo di gruppo, che sottolinea la presenza durante il Risorgimento di esperienze di militarizzazione collettiva in battaglioni femminili, accanto ai ritratti dedicati a singole personalità eccezionali.

Che tipo di immagini furono adoperate per illustrare la militarizzazione femminile?
A partire dal materiale raccolto nei musei del Risorgimento diffusi su tutto il territorio della Penisola, nelle collezioni di stampe e fotografie ottocentesche e nelle emeroteche che possiedono raccolte di giornali italiani e stranieri (sia in formato cartaceo che digitale), ho selezionato una grande varietà di immagini che rappresentano donne armate o presenti in scene di battaglie: affreschi, quadri, stampe in bianco e nero o acquarellate (litografie, xilografie), vignette e disegni riprodotti sui giornali o nei libri illustrati e persino qualche oggetto, come un ventaglio decorato con una litografia a colori che raffigura una barricata milanese del 1848 con tre donne combattenti. La militarizzazione femminile è illustrata anche nelle carte-de-visite, dei ritratti fotografici commercializzati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento grazie all’invenzione di Eugène Disdéri, che ideò una sorta di produzione seriale di immagini stampate su carta sottile, generalmente di albumina. Mi hanno colpito in particolare i ritratti fotografici di brigantesse, realizzati durante la guerra al brigantaggio meridionale, in maggioranza nelle carceri dopo il loro arresto. Circolarono difatti nella penisola numerose “messe in scena” di brigantesse in posa, armate di pistole e fucili, a volte colorate a tinte vivaci con un grande effetto di spettacolarizzazione del fenomeno. Ho privilegiato nella mia scelta le immagini che mostrano donne in azione, anche se esiste pure una produzione pittorica che raffigura scene di martirio femminile (ad esempio le rappresentazioni di Anita morente nelle paludi di Ravenna, della morte di Colomba Antonietti a Roma, o di Giuditta Tavani Arquati, rappresentata ad esempio nel quadro di Carlo Ademollo, Eccidio del lanificio Aiani del 1880). Tuttavia ho volontariamente selezionato le immagini che mostravano figure offensive piuttosto che vittime o oppresse, per mettere in evidenza il ruolo motore delle donne nel corso della storia, e per contrastare il processo di negazione e di denigrazione del loro operato in seno alla memoria collettiva.

Che diffusione ebbero le caricature satiriche di denuncia di un comportamento giudicato innaturale e pericoloso?
Caricature satiriche contro le donne armate circolavano già in tutta Europa ben prima dell’Ottocento e alimentavano un discorso maschilista, chiaramente antifemminista, che cercava di perpetuare una visione tradizionale delle prerogative maschili, assegnando alle donne compiti e comportamenti determinati dal loro sesso. Secondo la visione “tradizionale” dei due sessi, l’uomo rivendicava il diritto di esercitare le funzioni offensive e difensive della famiglia e della comunità, che si espresse, durante i secoli, con la proprietà esclusiva delle armi, del potere e dell’autorità. Pensare la possibilità di armare le donne costituiva una trasgressione alla supposta “legge del sesso” ereditata dalla tradizione. Nell’immaginario collettivo, la donna armata era così un topos nelle raffigurazioni del “mondo alla rovescia”, una tradizione iconografica che circolava in tutta l’Europa fin dal Cinquecento, e che nell’Ottocento fu ampiamente diffusa grazie alla stamperia di Épinal, di cui mostro qualche tavola nel volume. Le immagini dell’attivismo femminile che si diffusero a partire dalla Rivoluzione francese del 1789, così come l’apparizione di donne armate nei disegni di moda, che intorno alle rivoluzioni del 1848 in Italia presentavano dei costumi portati durante le dimostrazioni patriottiche, introdussero presso il pubblico (maschile e femminile) della Penisola degli elementi che destabilizzavano i modelli normativi dell’ordine sociale e riproponevano la minacciosa questione del mondo alla rovescia. Si moltiplicarono caricature di combattenti e della militarizzazione femminile nella stampa satirica, luogo di espressione dell’opinione comune in forma ironica e grottesca, sia nel 1848-49, sia negli anni che seguirono la seconda guerra d’indipendenza, tra il 1860 e il 1862. Ho notato che la stampa italiana si è sicuramente ispirata nel 1848 alla satira delle Vesuviane, le donne-soldato prese in giro sui giornali durante la rivoluzione di Parigi. In particolare, il giornale satirico milanese «Lo Spirito folletto», nato dopo l’insurrezione popolare delle Cinque giornate (18-22 marzo 1848), che adottava spesso un tono misogino, pubblicò una serie di vignette satiriche del caricaturista Antonio Greppi che inscenavano una immaginaria Guardia civica femminile, raffigurata come un’iniziativa di donne dai facili costumi. Condannando e spogliando le combattenti di ogni moralità, si avversava eventuali rivendicazioni di emancipazione e si preservavano inalterati gli equilibri di potere. Ho scoperto che ci furono altre campagne di denuncia contro la militarizzazione femminile nel 1860 e nel 1862, sul giornale satirico «Il Pasquino» di Torino, che pubblicò disegni del caricaturista Casimiro Teja. Il particolare, la serie intitolata Il sesso debole al tiro, pubblicata nell’aprile del 1862, ridicolizzava le bizzarrie della moda femminile e allo stesso tempo si faceva beffa delle donne militari.

Quali ambiguità accompagnavano la percezione delle donne combattenti e più in generale della violenza femminile?
Le donne combattenti furono oggetto di un doppio trattamento contrapposto: da un lato la mediatizzazione, e dall’altro l’occultazione. Durante o subito dopo le guerre dell’Ottocento, alcune donne che si erano illustrate per la loro bravura furono decorate o commemorate, soprattutto localmente. Quindi furono celebrate anche delle eroine, accanto agli eroi e ai martiri del Risorgimento. Tuttavia, la tendenza dominante della storiografia, fino a tempi molto recenti, è stata di celebrare le gesta individuali di donne isolate, in antologie patriottiche segnate da un tono apologetico. Purtroppo molte storie sono state nel tempo dimenticate, e molte combattenti che morirono da martiri, e che sul momento furono oggetto di campagne mediatiche, oggi sono totalmente sconosciute. Altre attiviste più longeve caddero nell’obblio dopo il “momento” risorgimentale: molte morirono in solitudine e in povertà, senza che ci fosse nessuno per ricordare le loro gesta eroiche (pensiamo in particolare alle combattenti garibaldine Rosalia Montmasson Crispi o alla contessa Maria Martini della Torre). Un maggior risalto è stato dato alle “madri eroiche” che hanno “offerto” i figli alla patria, esortandoli a combattere e a sacrificarsi per difenderla, come Adelaide Cairoli. Le combattenti sono invece spesso evocate come donne controcorrente; perché scelsero di abbandonare il focolare domestico per prendere le armi e lottare nelle rivoluzioni cittadine o sui campi di battaglia, sono ancora oggi generalmente presentate come persone eccezionali dalla condotta irregolare, non come modelli da imitare. Inoltre l’opinione ha spesso assimilato le donne armate al concetto di “violenza”, e difatti abbiamo visto la presenza ininterrotta di un immaginario satirico, volto a deridere le donne combattenti o a spaventare il pubblico mostrandole come furie incontrollabili. Un caso interessante di percezione ambigua riguarda le brigantesse, immortalate in posa con le armi in mano in scenografie costruite per mettere in risalto la loro pericolosità, ma anche il loro fascino. Molte raffigurazioni sono costruire secondo i canoni della femme fatale: bella ma crudele, assetata di sangue e sessualmente provocante. In ogni modo, come nel caso delle eroine risorgimentali, la presenza di donne armate sul fronte reazionario fu soggetto ad attenuazioni e occultazioni. Ancora oggi le donne combattenti sono spesso dipinte come delle selvagge, esseri amorali, mostri, quindi non è sorprendente che nella società dell’Ottocento tutto l’arsenale retorico e iconografico fu mobilitato per impedire ogni identificazione possibile tra le “buone madri e massaie” e le rivoluzionarie che si erano allontanate dalle loro funzioni casalinghe, materne e protettrici. Ho voluto grazie a questo volume far vedere e mettere a disposizione un vasto campionario di ritratti ed esempi di militarizzazione femminile durante il periodo di costruzione della nazione italiana per portarli alla conoscenza del pubblico, e anche rovesciare l’idea della dolcezza e della debolezza femminili per far cessare la lunga occultazione delle donne d’azione.

Laura Fournier-Finocchiaro è professoressa ordinaria in Studi italiani presso l’università di Grenoble Alpes. Studia il fenomeno di nation-building, le relazioni intellettuali tra Francia e Italia e le reti e forme dell’attivismo femminile nel lungo 800. Ha curato, insieme a Liviana Gazzetta e Barbara Meazzi, il dossier Voci e percorsi del femminismo nelle riviste delle donne (1870-1970) per «Laboratoire italien» (26|2021); ha tradotto il saggio di Flora Tristan, L’emancipazione della donna (Tab edizioni, 2023); e con Barbara Meazzi ha pubblicato L’émancipation des femmes en Italie dans les discours et la littérature (1848-1935) nei «Cahiers de la Méditerranée» (108|2024).