Prof.ssa Roberta Ricucci, Lei è autrice del libro Diversi dall’Islam. Figli dell’immigrazione e altre fedi edito dal Mulino: il Suo studio si incentra sui processi di secolarizzazione in atto tra i figli dell’immigrazione.
Diversi dall’Islam. Figli dell'immigrazione e altre fedi, Roberta RicucciIl libro è dedicato al rapporto fra giovani di origine straniera e religione, scegliendo di osservare da vicino quali siano le dinamiche che coinvolgono nella relazione con la fede provenienze di tradizione cristiana, di cui si parla poco e raramente dal punto di vista del sacro. Emergono varie modalità di vivere l’appartenenza religiosa, compresa quella che conduce verso una secolarizzazione decisa che si tinge di indifferenza o di ateismo. Fra le pagine emerge come i figli dell’immigrazione respirino, al pari dei coetanei di origine italiana, quel clima che da tempo ha reso il rapporto col sacro dei giovani differente e più articolato di quanto hanno vissuto i loro genitori e soprattutto nonni.

Come viene vissuta la religione al di fuori dalla propria patria?
Per molti dei protagonisti del volume la patria è dove vivono, quindi l’Italia. Anche se questo volume non lo richiama specificamente, il tema della revisione del dispositivo sulla cittadinanza e del significato di essere giovani e stranieri è molto attuale. Per chi è interessato ad approfondire questo aspetto rimando al mio saggio Cittadini senza cittadinanza, del 2015.
La tentazione di sovrapporre ai figli quanto abbiamo appreso, visto, letto del comportamento religioso dei genitori è forte. Soprattutto fra quanti sostengono l’idea che le seconde e altre generazioni siano destinate a essere replicanti delle prime, nelle posizioni (dequalificate ed etnicamente segregate) nel mercato del lavoro o nelle scelte matrimoniali, spesso endogamiche. E quindi anche nel modo di vivere, manifestare, praticare la religione.

Un dato è certo, essere cristiani-cattolici rappresenta un vantaggio nella società italiana (e non solo): in altri termini e al di là del dibattito – ormai dimenticato – delle radici cristiane dell’Europa, non essere identificati come musulmani aiuta. Ripeto, identificati, etichettati. Di questo, infatti si tratta, nella maggioranza dei casi. Anche quando siamo di fronte ad una donna con il velo, non sappiamo – senza conoscerla o intervistarla – quale sia l’intensità del suo rapporto con la fede, quali motivazioni spieghino la decisione di indossare un capo di abbigliamento che distingue e – ancora – può stigmatizzare. Non sempre, non tutte, non dovunque. Si tratti anche solo di sporadici episodi, questi ci dicono che il passaggio dalla descrizione dell’Italia come sempre più plurale dal punto di vista religioso alla sua accettazione è ancora in parte da realizzarsi.

L’abito del migrante o dello straniero non abbandona la prima generazione in ogni processo migratorio e la religione ne è un aspetto importante. Questo nella sua concreta espressione di luoghi di culto in cui ci si sente a casa; in essi si trova non solo il conforto della fede, ma si può anche condividere le fatiche della quotidianità o cercare sostegno per meglio comprendere pratiche burocratiche o anche solo il funzionamento di servizi. Nelle chiese, nei templi, nelle sale di preghiera si socializza insieme, si continua a essere credenti nei modi e nelle forme della madrepatria, o almeno ci si prova. Si tratta dunque di luoghi che assolvono “nei paesi di accoglienza un ruolo che non è solo quello di custode della fede, di ambiente in cui pregare e mantenere al di fuori della propria patria la possibilità di frequentare riti e un confronto con personale religioso vicino per lingua e/o per cultura”. Con il passaggio alla generazione dei figli, essi diventano per i genitori anche luoghi di confronto sulle sfide educative poste da percorsi di crescita che padri e madri talora faticano a comprendere e, quindi, a supportare. D’altro canto, la connotazione prettamente etnica dei luoghi di culto finisce per mostrarsi troppo stretta per ragazzi che, al di là del passaporto, si sentono italiani e non sempre in sintonia con pratiche e appartenenze proprie dei genitori, anche in materia di fede.

Quali processi coinvolgono la fede dei latinos?
Il libro mette a fuoco le esperienze di tre collettività, la cui relazione con la società italiana è mediata da una percezione positiva. È il caso della comunità peruviana, le cui donne negli anni Ottanta hanno contribuito a far dell’Italia un paese importante nella mappa della cosiddetta catena globale della cura, in cui donne straniere lasciano i propri figli alle cure di altre donne per occuparsi di bambini e anziani altrove. Nel tempo i bambini lasciata in patria, cresciuti, si son ricongiunti, diventando in maniera riduttiva e (negativamente) etichettata come latinos. E così il tema delle difficoltà d’integrazione dei ragazzi dell’immigrazione latino-americana ha guadagnato l’attenzione coniugato al tema delle bande. Le realtà come sempre sono numerose e più articolate di quanto appare a una prima lettura: ragazzi e ragazze ricongiunti, ma anche seconde generazioni che crescono e cercano di sviluppare le loro biografie nel “qui ed ora”, mediando fra istanze familiari e autonomi percorsi di sviluppo identitari.

Quali dinamiche religiose ha riscontrato il Suo studio invece tra i filippini d’Italia?
Benvoluti, ricercati, apprezzati nel mondo del lavoro, altrettanto invisibili ai servizi e nel dibattito pubblico che coinvolge i diversi gruppi di immigrati, i filippini in Italia sono una delle più antiche collettività immigrate, la cui storia ci porta indietro a metà degli anni Settanta, quando si avviò la catena migratoria. Per i genitori, e soprattutto le madri, il capitale religioso radicato nel cattolicismo si è rivelano una risorsa strategica importante nella relazione con la società italiana e nel superare la concorrenza di altre collettività nel mercato dell’assistenza familiare e di anziani. Per i figli, che aspirano a non essere i replicanti dei genitori, la fede può essere un tratto identitario, ma giocato in maniera intima, rintracciabile all’esterno dal sistema di valori in cui si crede o dai comportamenti che si assumono. Esso non viene più percepito come una carta da giocare nella competizione sul mercato del lavoro (e per i più giovani non lo sarà). Molti sono consapevoli di “avere gli occhi puntati addosso”, non solo dai genitori, ma dalla comunità in generale. Sanno di essere sempre alla prova, controllati a vista, monitorati nei loro atteggiamenti e nelle pratiche. Riprendendo quanto si ricorda nel volume, “il confronto intergenerazionale sugli aspetti del religioso mette in luce una profonda capacità riflessiva dei giovani, in particolare di quelli con livelli di istruzione più elevata, nel cogliere le sfide che hanno di fronte come figli dell’immigrazione. Come pure nel percepire le differenze rispetto all’educazione e alla socializzazione dei genitori, avvenuta in ambienti permeati dalla religione e in cui l’appartenenza culturale, religiosa e nazionale si fondevano per diventare allo stesso tempo unicum indistinto all’interno della comunità locale tratto distintivo rispetto all’interazione con l’esterno”.

Un capitolo del Suo libro è dedicato alla secolarizzazione dei giovani rumeni, la comunità straniera più numerosa del nostro Paese.
L’approfondimento sui giovani rumeni e il rapporto con la regione nasce dall’interesse di ricerca per comprendere cosa succeda all’interno di una collettività straniera, ma che si differenzia dalle altre per la titolarità di diritti dovuti al suo essere membro dell’Unione Europea. I genitori sono normalmente guardati con benevola accettazione, destinatari (al di là di pochi casi, noti alle cronache) di pregiudizi positivi. Anche sul versante della religione. Come avviene in ogni collettività legata alla storia di immigrazione del Paese, anche in questo caso le differenze emergono nel passaggio generazionale. Certo le peculiarità dell’appartenenza religiosa emergono, ma le modalità con cui i giovani vivono e approcciano la fede, la vivono, ne fanno una guida per la condotta di vita, evidenzia una loro comune appartenenza alla generazione dei millennials, attraversata da dinamiche e atteggiamenti contraddittori, capaci di disegnare percorsi sinusoidali nella partecipazione ai riti e nel legame alla religione attraverso i suoi luoghi istituzionali.

Cosa comporta essere musulmano e diventare italiano?
Il binomio chiama in causa due argomenti, a oggi spinosi. Quello della cittadinanza e quello del rapporto con l’islam. Le interviste ai giovani figli dell’immigrazione e con un passaporto che li definisce – per approssimazione – musulmani mettono in evidenza pratiche, vissuti ed esperienze della quotidianità che rilanciano il messaggio “Fino a quando saremo considerati come una parte ‘da guardare con attenzione’, sempre ‘sotto osservazione’?” Detto altrimenti, i giovani musulmani vorrebbero riconosciuto il fatto che il loro rapporto con la religione si declina variamente, passando da chi ha con essa una relazione stretta, fatta di una pratica attiva e costante a chi invece vi si riconosce solo in qualche aspetto a chi ancora ne condivide solo alcuni momenti topici. Normalmente vengono invece considerati come un gruppo compatto e vicino a posizioni tradizionaliste. Proprio come avviene per i coetanei italiani che chi guarda dall’esterno il Paese definisce “cattolici” senza differenziazioni.

Diverse fedi, percorsi di secolarizzazione comuni: qual è il ruolo della religione nei processi di integrazione?
Innanzitutto direi diverse fedi, molteplicità di percorsi e talora caratteristiche simili. La variabile religiosa anche in un modo che si vuole pensare come secolarizzato continua a giocare un ruolo importante. Essa divide e aggrega, rende accettabile un gruppo o ne stigmatizza altri, facilita l’inserimento lavorativo in alcuni casi e ne condiziona negativamente l’esito. La risposta alla domanda necessita – per chiarimento – un’altra domanda: premesso che tutti, immigrati compresi, si è integrati in una qualche parte della società, la religione gioca un ruolo nel facilitare percorso di integrazione a scuola, nel mondo del lavoro, nelle relazioni di quartiere e di vicinato, negli ambienti associativi? La risposta è positiva: la religione conta. Ovviamente le diverse confessioni contano in modo non uguale. Attenzione, da sola questa variabile (anche se si parla di cattolicesimo nel paese cattolico per eccellenza) non è sufficiente a evitare stereotipi, sottoinquadramenti professionali o segregazioni residenziali o professionali. È un’ancora per le prime generazioni che trovano in essa – e soprattutto nei luoghi di culto – dei porti sicuri di fronte alle intemperie cui il processo migratorio espone; può diventare un fardello per le seconde se viene percepita come un abito del migrante: la sfida, per i giovani dell’immigrazione e quelli di origine italiana, è quella di sviluppare un rapporto – di vicinanza, di lontananza o anche di indifferenza – con la religione a prescindere dall’etichetta o dalla storia di migrazione.

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