“Ideologia e politica nell’Islam. Fra utopia e prassi” di Massimo Campanini

Ideologia e politica nell'Islam. Fra utopia e prassi, Massimo CampaniniIdeologia e politica nell’Islam. Fra utopia e prassi
di Massimo Campanini
il Mulino

«Questo libro intende studiare dal punto di vista teoretico-filosofico il significato del politico nel quadro dell’ideologia islamica. Due precisazioni sono essenziali come premessa: la prima è che l’analisi teoretico-filosofica non sarà in alcun modo astratta, ma calata nella storia del pensiero politico islamico e nella storia islamica tout court; la seconda è che, come il lettore avrà notato subito, non si parla di «religione» islamica, ma di «ideologia» islamica.

Da un lato, l’indagine teoretico-filosofica sul concetto di politico non può andare scissa dalla concreta prassi storica, poiché risulterebbe mero esercizio intellettuale, puramente astratta. Inoltre, il politico, come insegnava Gramsci, è essenzialmente prassi – nel senso di «trasformazione del già dato» –, e le dimensioni della direzione teorica e della realizzazione pratica sono strettamente intrecciate. D’altro lato, l’Islam è definito come una religione in modo abbastanza improprio.

L’Islam è una Weltanschauung globale in cui la dimensione del sacro non può non avere profonde ricadute sulla dimensione sociale e politica dell’essere umano. In tal senso è una «ideologia» della prassi. Ciò non significa in alcun modo che la religione diriga il politico. Anzi, la storia islamica ha testimoniato soprattutto una strumentalizzazione della religione da parte del potere politico. Come ho già detto altrove e come si ripeterà non vi è stata teocrazia nell’Islam, né nella teoria né nella pratica, per almeno tredici secoli. Vi è una forte caratterizzazione etica del politico, piuttosto, nel senso che la gestione politica della società e dello stato devono fare i conti con un quadro di riferimento di tipo «religioso», per utilizzare un termine «occidentale» assai connotato e poco significativo nell’ambito del pensiero islamico (a parte alcuni aspetti esoterici dello sciismo e il sufismo o mistica, tasawwuf). Vi sono state bensì in età classica (con Ibn Taymiyya) soprattutto e contemporanea (con Sayyid Qutb, Khumaynī e i movimenti islamisti radicali) tentativi di concettualizzazione religiosa del politico, ma il mainstream del pensiero e della prassi politica islamica, soprattutto sunnita, è stato «laico», nel senso che: 1) l’autorità religiosa e l’autorità civile-politica sono convissute (quasi) sempre in modo separato e parallelo, senza sovrapporsi (e ciò è valido per il sunnismo e anche per lo sciismo almeno fino alla sua politicizzazione negli ultimi decenni del XX secolo); 2) la «laicizzazione» della «ideologia» islamica o se si preferisce della religione islamica, è intrinseca al carattere eminentemente giuridico-pratico di quella ideologia (o religione).

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  • Campanini, Massimo (Autore)

Ciò sottende alla posizione, tra gli altri, dei filosofi Hasan Hanafī (egiziano) e Muhammad ‘Ābid al-Jābrī (marocchino): Hanafī afferma che l’Islam non ha bisogno di importare la laicità «occidentale» perché la sharī‘a è un diritto positivo fondato sulla ricerca del bene pubblico secondo finalità (maqāsid) messe in evidenza dai teologi. La religione deve essere considerata come una verità oggettiva indipendente dalle passioni degli uomini. La sharī‘a, che i secolaristi rifiutano con terrore, non ha fornito altro che linee direttive che, in fondo, coincidono con i princìpi etici universali, lasciando agli uomini la responsabilità di modellarne l’applicazione secondo le proprie esigenze. Così l’Islam sarebbe già laico nella sostanza. È il sottosviluppo che ha immobilizzato la religione in istituzioni e precetti antiquati e ha spinto alcuni musulmani a ricercare all’esterno i valori di razionalità, libertà, democrazia e laicità. Jābrī, da parte sua, afferma che la separazione tra religioso e temporale s’è compiuta molto presto nell’Islam, sotto il regno di Mu‘āwiya, che ha messo fine al regime dei califfi rāshidūn e che ha instaurato il primo califfato di tipo dinastico. Ciò si è tradotto nella separazione tra le funzioni religiose e quelle politiche e nel riconoscimento che ciascuna delle due sfere, quella politica e quella religiosa, obbedisce a norme e regole che le sono proprie, anche se l’azione politica deve esercitarsi entro i limiti e in funzione degli obiettivi che la religione le ha assegnato. Jābrī riconosce che l’Islam non ha fornito alcuna prescrizione nel campo politico e che ha completamente abbandonato la questione politica all’iniziativa degli uomini, affinché adottassero le formule che sembravano loro più adeguate. È il motivo per il quale le società musulmane, a suo avviso, necessitano più dell’applicazione della razionalità e della democrazia che dell’imposizione di una laicità nata in altri contesti e destinata a far fronte ad altre situazioni.

In certa misura è vero che essendo fondato sulla volontà di Dio, il giure islamico non è «secolare», ma è altrettanto vero, che essendo elaborato e messo in pratica dagli uomini, il giure islamico si secolarizza nel contatto stesso con la realtà sociale. Dio non ha mai governato in maniera diretta. Sono sempre gli uomini che lo hanno fatto, alla luce delle loro necessità (e delle loro convenienze).

Questo libro avrebbe potuto intitolarsi, un’ennesima volta, «religione e politica nell’Islam», ma il titolo sarebbe stato improprio. Tesi del libro è che nell’Islam esiste una dimensione del politico che, pur senza essere svincolata dalla religione, gode di una sua autonomia. Ciò perché il politico nell’Islam si fonda sulla elaborazione di «miti» o di «utopie» politiche che rispondono a precise svolte di carattere storico (la fitna cioè la guerra civile tra ‘Alī e Mu‘āwiya; la crisi del califfato e del suo valore universalistico; la sfida della modernità, conseguente all’età dell’espansione imperialista, e la successiva costruzione dello stato moderno e postcoloniale). Si tratta quindi di trovare il significato del politico in una civiltà che è caratterizzata da una precisa visione del sacro, ma in cui, come si vedrà, si è raramente (o quasi mai) verificata un’autentica commistione di potere civile e di autorità religiosa. Questo libro intende indagarne le caratteristiche e ha anche l’ambizione di proporre qualche linea di potenziale sviluppo futuro.»

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