“Andare per l’Italia razionalista” di Fabio Isman

Andare per l'Italia razionalista, Fabio IsmanAndare per l’Italia razionalista
di Fabio Isman
il Mulino

«Nel «secolo breve», per citare lo storico britannico Eric Hobsbawm, in Italia si è sviluppato un movimento architettonico brevissimo: il razionalismo. È durato, grosso modo, dagli anni Venti del secolo scorso, al 1940; ma ha realizzato un importante rinnovamento e notevoli capolavori, e improntato di sé numerosi edifici. Alcuni, addirittura fin dopo il 1970: cioè poco più di mezzo secolo fa. Ha esordito in tre città, le «piccole capitali» in cui operavano i suoi fondatori e i maggiori esponenti: Milano, dove sorge il loro gruppo e dove viveva Giuseppe Pagano; Como, perché il più celebre di tutti, Giuseppe Terragni, vi ha svolto i 13 anni della professione; e Roma, dove aveva concluso gli studi il trentino Adalberto Libera.

Poi, però, la nuova architettura ha avuto anche numerosi altri adepti, e si è diffusa in tutto il paese: perfino in qualche luogo tra i meno sospettabili, si trovano edifici che si rifanno ai suoi dettami. La città ideale del razionalismo ripercorre il cardo e il decumano della romanità. Terragni rivendica la genesi del termine; Giulio Carlo Argan suggeriva di chiamarla «architettura radicale»; Alberto Sartoris (1901-1998), uno dei primi adepti, usava il termine funzionalismo. E se ne possono considerare come estremi epigoni la cattedrale di Cristo Re a La Spezia dello stesso Libera, sorta dal 1956 al 1975; o due tra i tanti acuti di Gio Ponti: il grattacielo Pirelli di Milano, edificato tra il 1956 e il 1960, e la concattedrale di Taranto, terminata nel 1970.

Il movimento, ispirato alla logica e alla razionalità, è un inedito in architettura, che corregge le troppe «brutture» del passato e combatte strenuamente l’accademismo e l’Ottocento. Rompe con la tradizione, e guarda al valore sociale del costruire. […] Deriva direttamente dalle esperienze tedesche della Bauhaus, sorta nel 1919 e vissuta fino al 1933, e si ispira alle opere di Ludwig Mies van der Rohe, Walter Gropius […], Erich Mendelsohn, e soprattutto allo svizzero Charles-Édouard Jeanneret-Gris (1887-1965), nel 1920 divenuto Le Corbusier, il nome di un trisavolo materno: fin dal primo documento, gli esponenti del nuovo in Italia spiegano che «non sarà mai ammirato abbastanza».

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Per sintetizzare al massimo i dettami del movimento, esso esige nuovi materiali per le strutture, come l’acciaio o il cemento armato; fa scaturire la forma di un edificio dalla sua funzione; e, al contrario delle realizzazioni precedenti, abolisce ogni decorazione, ritenuta superflua […].

Il razionalismo regala opere divenute talora iconiche. Ma presto, è soppiantato dall’architettura di regime: quella più enfatica del Ventennio fascista. Lo «stile littorio», tipico della «nazione dai destini imperiali», con «archi e colonne, simboli riconosciuti e senza tempo della romanità», come scrive Giorgio Ciucci, «esedre, colossi quadrati e archi giganti».

«Già Bruno Zevi, mio maestro, diceva che non si devono assolutamente confondere le due cose», afferma Antonino Saggio […]. Pur se, talora, i confini tra loro sono abbastanza labili, e spesso possono addirittura diventare del tutto opinabili. Infinite discussioni restano infatti ancora aperte: il tal edificio è razionalista o invece fascista? Lo stesso Ciucci indica uno spartiacque: «Il biennio 1933-1934, che si apre con il concorso per la nuova stazione di Firenze, e si chiude con il primo per il Palazzo del littorio a Roma, momento cruciale nell’affermazione di un linguaggio architettonico che spesso, dopo di allora, verrà identificato con lo stile fascista». È un’opinione apprezzabile; ma la fine del razionalismo va forse spostata un po’ oltre. […]

Proviamo a redigere un itinerario del razionalismo nostrano, sparso in tutto il paese.»

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