La fine della lettura. La crisi della parola scritta e i rischi per la democraziadi James Marriott
traduzione di Pietro Del Vecchio e Chiara Rizzo
Silvio Berlusconi Editore
«All’incirca due secoli e mezzo fa, scrittori e giornalisti di tutta Europa iniziarono a notare un cambiamento sorprendente – e, a detta di molti, inquietante – nel comportamento umano. Per alcuni osservatori aveva tutta l’aria di una «febbre» o un’«epidemia», per non dire una «follia». I pessimisti avvertivano che ne sarebbe inevitabilmente seguita una terribile corruzione morale. Eppure, ammesso che fosse un’epidemia, non era di quelle che molti oggigiorno troverebbero troppo preoccupanti. Il punto era questo: a metà del XVIII secolo, all’improvviso, sembrava che chiunque, ovunque, avesse iniziato a leggere.
I nuovi lettori, osservava un contemporaneo, sembravano «dipendenti» dall’abitudine alla lettura quanto qualsiasi giocatore d’azzardo, fumatore o ubriacone lo era dal proprio vizio. Dame rispettabili trascuravano la gestione della casa perché assorbite da «poesie e periodici». Si diceva ci fosse gente che si addormentava leggendo e l’indomani mattina, appena sveglia, riprendeva subito a farlo. Gli uomini portavano i libri a tavola durante la cena. Le donne uscivano la sera e, cosa alquanto imbarazzante, «girovagavano da sole con un romanzo tra le mani».
L’aspetto sconcertante di quel vizio nuovo e bizzarro era che, all’apparenza, aveva contagiato pressoché chiunque. Per la maggior parte della storia, la lettura era stata appannaggio di una ristretta élite sociale. Ora non più. All’improvviso, c’erano lettori di «ogni classe». […] Era possibile che un gentiluomo entrasse in cucina e trovasse, con sua grande sorpresa, la donna delle pulizie immersa nella lettura di un quotidiano. Aristocratici alla moda, ansiosi di mostrarsi all’altezza dello spirito di quei tempi, facevano staccare gli antichi arazzi dalle pareti per tappezzare le proprie stanze di libri, così da «non apparire incolti». A volte pareva che non ci fosse proprio via di scampo da quella mania della lettura. Se si entrava in una taverna per bere qualcosa, ci si imbatteva ancora in altri lettori: contadini pigiati tra loro che «si leggevano almanacchi a vicenda».
Ciò che quegli autori avevano colto era la trasformazione culturale cui alcuni storici danno oggi il nome di «rivoluzione della lettura», ossia il boom di libri e lettura che ebbe luogo a metà del XVIII secolo. Questa rivoluzione, probabilmente, non fu così repentina e imprevista come credevano alcuni degli osservatori che all’epoca ne restarono più sgomenti. Né si trattava ancora dell’età dell’alfabetizzazione di massa: per un mondo in cui davvero ogni singolo adulto fosse in grado di leggere si sarebbe dovuto aspettare fino alla fine del XIX secolo. La rivoluzione della lettura costituì tuttavia un capitolo importante nella diffusione dell’alfabetizzazione. E questa è, senza dubbio, una delle vicende più significative della storia umana.
L’ascesa della lettura fu decisiva perché foriera di un profondo cambiamento nella comprensione che le persone avevano della realtà circostante. Libri e giornali diffusero nuove idee e informazioni a strati sempre più ampi della società, trasformando ciò che i comuni cittadini potevano conoscere della propria storia e dei propri governi. Inoltre, l’atto stesso di leggere cambiò anche il modo di pensare. Il mondo intellettuale della stampa è ordinato, logico e razionale. Nei libri il sapere viene organizzato, compreso e contestualizzato, andando a costruire argomentazioni, formulare tesi e sviluppare idee. «Impegnarsi sulla parola scritta» ha scritto il teorico dei media Neil Postman «significa seguire una linea di pensiero, che richiede delle capacità considerevoli di classificare, di fare deduzioni, e di ragionare.»
Lo sviluppo della cultura tipografica nel XVIII secolo si accompagnò a un sempre maggior prestigio della ragione, all’ostilità nei confronti della superstizione e al progresso della scienza. Uomini e donne alfabetizzati iniziarono a mettere in discussione le idee consolidate sulla politica, sul mondo naturale e sul significato stesso della vita. Qual è la fonte del potere? Come si dovrebbero classificare le balene? Come facciamo a sapere che la Bibbia è vera?
Gli storici hanno collegato la diffusione dell’alfabetizzazione all’Illuminismo, alla Rivoluzione industriale, alla nascita dei diritti umani, all’ascesa del capitalismo e all’avvento della democrazia moderna. La diffusione della lettura ha cambiato il mondo. La nostra vasta civiltà interconnessa, tollerante e tecnologicamente avanzata si fonda sulle forme articolate e razionali di pensiero favorite dall’alfabetizzazione.
Ma esistono prove del fatto che questa straordinaria vicenda si stia avviando alla fine.
Le prime avvisaglie che stesse accadendo qualcosa di importante mi sono giunte da amici che lavoravano in ambito universitario. […] Qualche anno fa ho iniziato a sentire che gli studenti faticavano a leggere i libri assegnati loro dai professori. La cosa tornava fuori con tale insistenza da far pensare che non si trattasse soltanto del pessimismo di categoria tipico di chi insegna letteratura inglese.
Mi sono messo in contatto con alcuni docenti universitari di ruolo che insegnavano nei dipartimenti di inglese per approfondire la questione in vista di un articolo per il «Times». La conversazione che ho avuto con una di loro mi è rimasta particolarmente impressa ancora oggi. «Prima davo per scontato che gli studenti riuscissero senza difficoltà a leggere un romanzo in una settimana» mi ha detto. Ma di recente aveva cominciato ad accorgersi che «ormai non posso più aspettarmelo». I suoi studenti avevano problemi a concentrarsi su testi lunghi, al punto che stava diventando impossibile assegnare alcuni dei classici che aveva insegnato per tutta la sua carriera. […]
Quando ho scritto quell’articolo non me ne rendevo ancora conto, ma stavo contribuendo alla nascita di un nuovo filone. Nel mondo dei media e dell’università si stavano attivando i campanelli d’allarme. Articoli sul declino della lettura venivano pubblicati ovunque. Sulle pagine delle riviste americane più autorevoli, i lunghi servizi sulla morte dell’alfabetizzazione avrebbero finito per guadagnarsi letteralmente lo status di rubriche mensili imperdibili. In tutto il mondo, i giornalisti stavano facendo la stessa scoperta che avevo fatto io: le università stavano cominciando a trovarsi di fronte alle prime coorti di studenti davvero «post-alfabetizzate». E il sistema scolastico, ancora fondato in larga misura sullo studio di testi complessi, non era pronto a gestirle. Alcuni docenti riferivano che il problema non era che i ragazzi e le ragazze dei loro corsi non avessero voglia di leggere, ma che sembravano pressoché incapaci di farlo. A detta di un professore, erano «intimiditi da qualunque testo di più di dieci pagine». A differenza delle raffinate analisi letterarie tipiche dei corsi universitari di letteratura inglese del passato, «una buona parte del tempo, a lezione, se ne va già solo per ricostruire cos’è successo in una storia o i passaggi fondamentali di un’argomentazione». A detta di un altro, molti suoi studenti faticavano a «prestare attenzione ai dettagli senza perdere di vista l’insieme della trama».
Il declino della lettura si è accompagnato all’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, capace di produrre pagine e pagine di testo su richiesta. Stando a diversi rapporti, il ricorso all’IA per la scrittura di tesine è ormai pressoché onnipresente nelle università. Non è assurdo immaginare di poter arrivare alla laurea avendo a malapena letto o scritto una parola, e forse qualcuno c’è anche già riuscito. La morte della scrittura si somma a quella della lettura, sradicando ancor più la nostra cultura dalle sue fondamenta nella parola scritta.
La capacità di leggere testi lunghi e complessi era un tempo una dote comune. Oggi rischia di diventare un’abilità rara, addirittura esoterica. […] In passato si leggeva davvero di più. Nel 1940, quando George Orwell recensì uno studio appena pubblicato sulle abitudini di lettura dei ragazzi, scoprì che, oltre agli inevitabili fumetti e gialli, leggevano spontaneamente anche opere di Charles Dickens, Daniel Defoe, Robert Louis Stevenson, G.K. Chesterton e Shakespeare. I ragazzi in questione, sottolineava Orwell, avevano «tra i dodici e i quindici anni e appartenevano al ceto più povero della comunità». […] Ci troviamo di fronte alla concreta possibilità che scrittori come Shakespeare, John Milton e Jane Austen, le cui opere sono state tramandate per secoli, non riescano più a raggiungere la prossima generazione di lettori. La trasmissione del sapere, la più antica funzione dell’università, si sta incrinando sotto i nostri occhi.
Il declino della lettura tra gli studenti è solo il sintomo più evidente di una crisi di ben più ampia portata. In America, la lettura per piacere è diminuita del 40 per cento nei primi vent’anni del XXI secolo. Nel Regno Unito, più di un terzo degli adulti afferma di aver perso questa abitudine. Il National Literacy Trust segnala cali «scioccanti e sconfortanti» nella lettura da parte dei ragazzi e nel piacere che essi ne traggono, oggi ai livelli minimi mai registrati. Un rapporto pubblicato dall’OCSE ha rilevato che le competenze di alfabetizzazione degli adulti «sono in larga misura diminuite o rimaste stagnanti nell’ultimo decennio nella maggior parte dei paesi [sviluppati]».
Che sta succedendo? Sebbene si continui ancora a discutere del peso di fattori come la disuguaglianza o i cambiamenti intervenuti nel sistema scolastico, è sempre più chiaro che il principale responsabile di tutto questo è lo smartphone, divenuto di uso comune tra le popolazioni dei paesi sviluppati già negli anni immediatamente successivi al 2010. Credo che nessun altro fattore possa spiegare un calo della lettura trasversale a paesi con sistemi scolastici diversi e andamenti economici differenti. Questi anni verranno ricordati come uno spartiacque nella storia della cultura umana.
Una tecnologia come lo smartphone non era mai esistita. Mentre le precedenti tecnologie dell’intrattenimento, come la radio, il cinema o la televisione, erano pensate per catturare l’attenzione del pubblico per un certo lasso di tempo, lo smartphone reclama la nostra intera vita, servendosi di un sofisticato apparato di algoritmi di suggerimento dei contenuti, notifiche e flussi interminabili di distrazioni, in modo da tenere la nostra attenzione perennemente inchiodata al display. La dipendenza dallo schermo è la logica conclusione del modello economico fondato sulla pubblicità proprio della Silicon Valley. Più tempo passiamo a fissare il telefono, più pubblicità vediamo e più efficacemente le aziende tecnologiche riescono a tracciare il nostro comportamento, e quindi a sottoporci inserzioni più mirate. Nella battaglia con i nostri smartphone, non spetta a noi la vittoria. […]
Gli schermi stanno modificando il comportamento umano molto più in fretta di quanto abbia mai fatto il libro stampato. Più del 90 per cento degli adulti statunitensi possiede uno smartphone, e tra i giovani adulti il dato sfiora il 100 per cento. Quasi il 50 per cento degli adolescenti dichiara di usare internet «quasi costantemente». […] Come ha ammesso un dirigente di TikTok, «credo che dovremmo essere consapevoli di come [l’algoritmo di TikTok] può incidere in termini di altre attività. E quando dico altre attività, mi riferisco letteralmente al sonno, al mangiare, al muoversi per la stanza e al guardare qualcuno negli occhi». […]
Se il declino della lettura fosse soltanto un problema di intimo rammarico, questo sarebbe un libro diverso. Mi sarebbe anche piaciuto scrivere una raffinata elegia per il mondo delle biblioteche e dei romanzi che va scomparendo. Ma credo che ci troviamo di fronte a una situazione più urgente. Il declino della lettura rappresenta ben più del semplice venir meno di un passatempo piacevole o di un mezzo antiquato e inefficace per assimilare informazioni. L’alfabetizzazione è una delle strutture portanti della modernità. Il suo sgretolamento minaccia di spalancare le porte a un mondo assai diverso da quello che conoscevamo. Quando gli storici di un lontano futuro si volgeranno indietro a guardare la nostra epoca, racconteranno che siamo stati testimoni di una rivoluzione culturale come minimo altrettanto significativa di quella che ebbe luogo a metà del XVIII secolo.
Per comprendere che cosa significhi il declino della lettura, abbiamo la fortuna di poter attingere all’opera di alcuni brillanti intellettuali, attivi perlopiù tra la metà e la fine del XX secolo, e ispirati dall’ascesa della radio, del cinema e della televisione a riflettere su come le nuove tecnologie della comunicazione rimodellino le società. Tra questi, il filosofo Marshall McLuhan, la storica Elizabeth Eisenstein, il classicista Eric Havelock e lo studioso di letteratura Walter Ong. Il tema in comune a tutti i loro lavori è l’idea che la scrittura sia una tecnologia che non soltanto ci aiuta a comunicare in modo più efficace, ma ha anche riorganizzato la nostra mente e la nostra intera civiltà.
La versione più celebre e pessimistica di questa tesi è stata formulata da Neil Postman nel suo importantissimo saggio del 1985 contro la televisione, Divertirsi da morire. Postman riteneva che l’ascesa della TV – con la sua tendenza alla banalizzazione e la sua predilezione per le personalità carismatiche – stesse iniziando a intaccare le forme di dibattito pubblico ragionato e proficuo da cui dipende una democrazia civile. Alcuni critici l’hanno liquidato come un eccentrico e un luddista. Il tempo ha dimostrato che era un profeta.
Questo libro deve moltissimo alla sua analisi. Ma negli ultimi quarant’anni sono cambiate tante cose. Se Postman vedeva una cultura avviata alla «caduta nella frivolezza», la situazione attuale appare ancor più inquietante. La società del XXI secolo non solo manca di serietà, ma sembra anche che stia diventando pericolosamente più caotica e irrazionale. Le esperienze degli ultimi decenni non hanno fatto che acuire la nostra consapevolezza di quanto dobbiamo alla stampa. Il suo declino rappresenta una minaccia non soltanto per il discorso fondato sulla ragione, ma per l’intero edificio della modernità illuminata. Con la scomparsa della lettura, credo che potremmo trovarci a fare i conti con un futuro post-alfabetizzato che somiglia al passato pre-alfabetizzato: mistico, tribale e autocratico.
A questo punto vale forse la pena fare alcune precisazioni. Sono tutt’altro che un incrollabile ottimista in materia di lettura. Non penso che i libri siano tutti perfetti. Non credo che leggere ti renda necessariamente una persona migliore: la storia, d’altro canto, è piena zeppa di mostri acculturatissimi (Stalin era un avido lettore e da giovane scriveva delicate poesie sulla natura). E sebbene questo libro si concentri sulle profonde conseguenze storiche derivanti dalla diffusione della lettura, non penso affatto che l’alfabetizzazione sia la forza che incide in misura più significativa sulle vicende umane. In linea di massima, libri e giornali rendono una società più razionale, più critica e più democratica, ma non sono di per sé la ricetta per un mondo migliore. Un settore della stampa redditizio e librerie fiorenti non bastano a preservare la ragione e la democrazia in una società sconvolta dalla guerra o dal collasso economico (come fu nel caso della Germania nazista). Anzi, è innegabile che i libri sono stati talvolta utilizzati per diffondere alcune delle idee peggiori che la nostra specie abbia mai concepito.
La tesi di questo libro non è che qualunque conseguenza storica dell’alfabetizzazione sia stata un bene. La carta stampata non è una panacea universale né un elisir di pace e razionalità (un sorso e tutti i mali della società scompaiono!). È piuttosto una tecnologia imperfetta ma utile, fondamentale affinché la nostra società funzioni; qualcosa che – ne sono più che convinto – preferiremmo proprio non perdere.
È mia intenzione convincervi che l’alfabetizzazione è della massima importanza per la nostra civiltà. Credo che gran parte del disordine e dell’irrazionalità del XXI secolo sia una conseguenza diretta del declino della parola scritta e della colonizzazione della nostra cultura da parte di schermi pensati per creare dipendenza. Con il calo della lettura, il risultato, evidente ovunque intorno a noi, è il progressivo impoverimento intellettuale della nostra società. Senza la lettura, la realtà che ci circonda diventerà meno razionale e più disordinata.
Nel nuovo mondo frammentato, superficiale e rabbioso che sta venendo plasmato dagli smartphone, teorie del complotto e idee deliranti si diffondono con una fecondità spaventosa. Il discorso politico, un tempo affidato alla carta stampata – con la sua straordinaria capacità di sostenere il pensiero logico e le argomentazioni di ampio respiro –, si svolge ora nell’ottuso inferno dei social media. Se i nostri politici appaiono inconsistenti, il nostro discorso pubblico impoverito al limite della disfunzionalità e la nostra cultura stantia e ripetitiva, è in larga misura perché libri e giornali sono stati rimpiazzati da dispositivi onnipresenti. Credo che non abbiamo ancora del tutto colto le conseguenze di questa trasformazione. Via via che l’età della stampa cede il passo a quella dello schermo, il mondo che eravamo abituati a conoscere svanisce.»




