“Ebrei senza saperlo” di Lucetta Scaraffia

Ebrei senza saperlo, Lucetta ScaraffiaEbrei senza saperlo. Memorie nascoste
di Lucetta Scaraffia
Raffaello Cortina Editore

«La definizione di chi è ebreo la danno gli ebrei ed è quella religiosa, adottata anche dal laico Stato di Israele fin dalle origini di fronte alle difficoltà di trovare un altro tipo di definizione. Si è tentato di fornire definizioni scientifiche, prima, intorno al 1950, studiando le impronte digitali, poi cercando un prototipo di DNA. […]

Ma allora chi è ebreo? Coloro che Hitler perseguitava? Dobbiamo accettare la sua definizione, che prescindeva totalmente dall’appartenenza religiosa, perché si fondava sull’idea che esistesse una razza ebraica? In tanti, tantissimi saggi rabbini e intellettuali ebrei laici si sono arrovellati per secoli su questa domanda. […]

Provo allora a partire dalla definizione di popolo ebraico: una comunità innanzitutto religiosa, o piuttosto, come tanti oggi preferiscono dire, una comunità etnoculturale, che è legata da secoli da una cultura e una tradizione comuni? In qualche modo, sono vere entrambe le cose: questo popolo antichissimo non sarebbe potuto durare nel tempo se non avesse avuto in comune ciò che per millenni è stato percepito come il valore condiviso più alto e importante, cioè la fede religiosa. […]

Il problema dell’identità ebraica come fatto individuale si è posto per la prima volta nell’Europa post-illuminista, nei Paesi dove la libertà di culto ha reso gli ebrei dei cittadini come gli altri, se pure di una religione diversa. Con l’ingresso nella modernità, l’identità ebraica non ha più niente di quella che era stata la sua definizione stabile e continua nel tempo, cioè l’appartenenza a una comunità. […] In molti hanno temuto come conseguenza la scomparsa degli ebrei come popolo, ma la resistenza delle comunità ebraiche da una parte e l’affermarsi dell’antisemitismo razzista dall’altra hanno impedito che ciò accadesse. Tuttavia il problema di definire chi fosse ebreo nel moderno mondo degli individui si è ripresentato alla nascita dello Stato di Israele.

Proprio per capire chi si dovesse considerare ebreo, e quindi avesse diritto alla cittadinanza israeliana, nel 1958 il presidente Ben Gurion, con l’appoggio di tre ministri, diede il via a una straordinaria operazione: chiese a cinquantuno saggi ebrei, religiosi e laici – venti israeliani, gli altri della diaspora – come pensavano si potesse definire l’identità ebraica. […]

Le lettere di risposta, pubblicate successivamente nel libro Chi è ebreo? […], si dividono nettamente fra i tradizionalisti, o neotradizionalisti, che ripropongono la discendenza materna o eventualmente la conversione, e i conservativi o riformisti, che accettano che la discendenza ebraica passi anche attraverso la discendenza paterna; altri propongono delle categorie intermedie. I tradizionalisti ritengono che una definizione di identità ebraica sia responsabilità dei collegi rabbinici, cioè dei religiosi. In un Paese in cui il sionismo era nato come un movimento laico, e molti dei primi sionisti ad abitare Israele erano laici, questo intreccio fra religioso e laico era difficile da accettare, non a caso rimase sempre un problema insoluto del nuovo Stato. […] Del resto, era evidente a tutti che la religione fosse l’unico patrimonio comune che avevano condiviso gli ebrei della diaspora, che per il resto avevano parlato lingue diverse, praticato culture e costumi diversi. Ma si apriva qui una questione fondamentale: l’ebraismo era una religione o una tradizione etnico-culturale, un modo di vivere e di pensare? […]

Qui si apre un’ulteriore questione: se la religione non conta, possono essere considerati ebrei anche coloro che, con madre ebrea, non hanno ricevuto un’educazione religiosa e non hanno alcuna fede? E sono ebrei quelli – sempre di madre ebrea – che sono diventati cristiani?

Le risposte dei “saggi” sono molto diverse fra loro, anche se per tutti il centro del problema risiede nel rapporto fra religiosi e laici, cioè nel rapporto fra chi accetta senza discutere la regola matrilineare e chi la mette fortemente in dubbio, proponendo di considerare ebrei anche coloro che hanno solo il padre ebreo. […] La definizione non religiosa dell’ebraicità avrebbe dovuto permettere ai figli di matrimoni misti di essere riconosciuti ebrei, naturalmente se l’avessero voluto: l’identità ebraica sarebbe rientrata così, come poteva accadere con la conversione, nelle possibilità di scelta individuali. […] Molti dei saggi, come Aaron Zeitlin, concordano con il fatto che anche se molti ebrei non sono praticanti ciò non ha alcun rilievo: un ebreo ateo resta sempre un ebreo e membro dell’alleanza di Abramo. E un ebreo convertito? Una questione che rimane aperta.»