“La Chiesa al posto d’Israele? La nascita di un’ideologia nella separazione tra cristiani ed ebrei nel II / III secolo” a cura di Gian Domenico Cova, Camillo Neri ed Enrico Norelli

La Chiesa al posto d’Israele? La nascita di un’ideologia nella separazione tra cristiani ed ebrei nel II / III secolo, Gian Domenico Cova, Camillo Neri, Enrico NorelliLa Chiesa al posto d’Israele? La nascita di un’ideologia nella separazione tra cristiani ed ebrei nel II / III secolo
a cura di Gian Domenico Cova, Camillo Neri ed Enrico Norelli
Morcelliana

Nel libro sono riuniti e pubblicati gli Atti delle due giornate di studio tenutesi a Bologna nel novembre 2016 intorno all’affermarsi di un impianto sostitutivo (che in area anglofona viene indicato con il termine supersessionism), in àmbito cristiano, del rapporto tra Chiesa e Israele; in particolare viene analizzato «in che modo cristianesimo e giudaismo arrivino a definirsi come identità che si escludono reciprocamente» arrivando, lungo l’asse temporale del II secolo, al nascere della visione sostitutiva: «L’intera problematica affrontata può essere raccolta attorno a tre domande fondamentali:
– tutti i testi/autori attestano una separazione già avvenuta tra Israele e Chiesa?
– la relazione Chiesa/Israele assume normalmente la forma della sostituzione?
– ci sono altre modalità di concepire il nesso Chiesa/Israele?»

«L’idea (tutta cristiana) che il giudaismo è stato sostituito dal cristianesimo è stata spesso sorretta durante la sua lunga storia dalla concezione di due negozi giuridici, due alleanze tra Dio e una parte dell’umanità – sorrette da due documenti fondamentali – la seconda delle quali annulla inevitabilmente la prima, il che presuppone tra l’altro che Dio non possa allearsi allo stesso titolo con due gruppi diversi. Superfluo aggiungere che tale rappresentazione è stata creata unilateralmente dal gruppo che rivendicava a sé la seconda alleanza: questo gruppo ha operato come se esistesse il sistema giuridico di riferimento su cui tale sostituzione fonda la sua validità, e ha messo tale sistema nella bocca del Dio al quale attribuisce l’iniziativa della sostituzione. […] Con l’aiuto di efficaci mezzi di persuasione forniti dalla cristianizzazione dell’Impero, questa costruzione ideologica ha potuto imporsi nella cristianità come un dato di fatto e come chiave ermeneutica della storia universale con tale forza, che la modernità, nonostante tutto il suo lavoro, ha dovuto lasciare in eredità al postmoderno il compito, ancor oggi non terminato, di concluderne lo scardinamento.»

Una definizione del supersessionism ci viene dal libro di Michael J. Vlach, The Church as a Replacement of Israel: An Analysis of Supersessionism, pubblicato nel 2009, che propone la seguente definizione: «“il supersessionism, dunque, nel contesto d’Israele e della Chiesa, è l’idea che la Chiesa del Nuovo Testamento è il nuovo Israele che ha sostituito per sempre l’Israele nazionale come il popolo di Dio. Il risultato è che la Chiesa è divenuta l’unica erede delle benedizioni del patto di Dio in origine promesse all’Israele nazionale nell’Antico Testamento”.»

«Il problema del rapporto tra Israele e l’insieme dei credenti in Gesù si è posto ben prima che ci fosse un Nuovo Testamento, e in una situazione in cui le relazioni tra gruppi di credenti in Gesù con Israele erano comprese, e vissute concretamente, sotto forme diverse. Vlach distingue tre forme principali di supersessionism: (1) quello punitivo, che identifica nella disobbedienza d’Israele e nella punizione da parte di Dio la ragione dell’annullamento della sua qualità di popolo di Dio; (2) quello economico, secondo il quale Israele fu destinato sin dall’inizio dalla provvidenza a essere solo una prefigurazione “carnale” della Chiesa; (3) quello strutturale, che si manifesta in un approccio ermeneutico alle Scritture, il quale collega la storia della creazione e del peccato (Gen. 1-3) direttamente alla redenzione procurata da Cristo, togliendo in tal modo alla quasi totalità delle Scritture ebraiche ogni significato in ordine al piano salvifico di Dio. […]

I credenti in Gesù svilupparono molto presto una lettura della storia d’Israele spaccata, per così dire, nel senso della lunghezza: da un lato, vi è l’Israele ribelle a Dio, stigmatizzato dai profeti; dall’altro, l’Israele fedele a Dio, costituito da patriarchi, profeti e giusti. Una lettura cristologica della Bibbia consentiva di localizzare nel secondo quanti avevano prefigurato e profetizzato Gesù: questi erano dunque cristiani in potenza, o ante litteram, e naturalmente conformi alla volontà di Dio che ispirava quelle prefigurazioni e profezie. La continuazione naturale di questa parte d’Israele è dunque nella Chiesa cristiana, alla quale essi stessi, di fatto, appartenevano già. In un certo senso, questo Israele non ha mai avuto altra identità né altra funzione storica che quella di preparare Gesù e la Chiesa dei credenti in lui. Esso era una pre-Chiesa, la cui missione storica stava nel fatto di essere totalmente orientata verso Cristo.

L’Israele ribelle invece, per definizione, si opponeva non solo ai comandamenti di Dio, ma a tutta la sua economia salvifica, dunque non era coinvolto nella preparazione di Gesù e della Chiesa dei suoi seguaci: era un’entità negativa. La sua continuazione naturale è pertanto negli Ebrei che non hanno riconosciuto né accettato Gesù, anzi sono stati responsabili della sua morte: in tutti gli Ebrei che, dal tempo di Gesù in avanti, non hanno abbracciato la fede in lui. Questa collettività continua a esistere come entità negativa, come l’ombra del progetto salvifico che Dio dispiega attraverso la storia.

Nessuno di questi due “Israele” paralleli e antitetici ha un suo valore autonomo: il primo è positivo, ma solo in quanto la sua esistenza si limita al periodo precedente Gesù e trova il suo senso nel preparare l’azione di quest’ultimo e la Chiesa cristiana: proprio a causa di questa sua ragion d’essere, sarebbe dunque una contraddizione in termini che esso esistesse ancora dopo Gesù. Se il “vero” Israele è la Chiesa, come affermerà per primo in maniera netta Giustino Martire verso il 165 entro un quadro di contrapposizione tra il gruppo dei credenti in Gesù e quello degli Ebrei che non hanno creduto in Gesù, questa Chiesa integra in sé, assorbe quello che, prima di Gesù, era stato l’Israele fedele a Dio. Ma, naturalmente, Giustino e gli altri teologi cristiani prima e dopo di lui hanno dovuto tener conto dell’esistenza, al loro tempo – ed essa prosegue fino a oggi – di un gruppo che continuava a designarsi come Israele e non accettava la messianità di Gesù. […]

Tutta la storia dei rapporti tra cristiani ed Ebrei è stata, dal punto di vista cristiano – cioè, molto presto, dal punto di vista di chi deteneva il potere e imponeva il sistema di rappresentazioni e di valori valido per tutta la società – fondata su queste concezioni, che sono servite da giustificazione ideologica del destino riservato alle comunità ebraiche attraverso i secoli. Non solo, ma anche la pretesa ricerca storica sul giudaismo e sul cristianesimo è stata in grandissima parte ed è ancora in qualche misura determinata da questo quadro ideo‐ logico fondamentale; è un tema storiografico sul quale non possiamo fermarci qui.»

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