“Storie dalla terra. Manuale di scavo archeologico” di Andrea Carandini

Storie dalla terra. Manuale di scavo archeologico, Andrea CarandiniStorie dalla terra. Manuale di scavo archeologico
di Andrea Carandini
Einaudi

«Il libro è nella sua prima parte un manuale della stratigrafia archeologica (l’aggettivo è necessario per distinguerla da quella geologica, che ne è stata la progenitrice). Si tratta della filologia e del metodo storico applicati al mondo degli oggetti. La critica delle cose si fonda sui principî che consentono di scavare monumenti sommersi nella terra o nel mare, di leggere in profondità quelli in luce e in uso e di mettere in relazione le parti coperte e quelle scoperte di qualsiasi edificio, tomba o altra struttura. Queste pagine non contengono una storia concreta, ma spiegano come si possa arrivare a narrarne tante sviscerando l’universo materiale.

I principî della stratigrafia sono stati inventati da una tradizione di studi recente; principalmente novecentesca, che ha raggiunto il suo apice nell’archeologia britannica dell’ultima generazione. Ho adottato il metodo di scavo britannico per la prima volta a Cartagine dal 1973 e lo ho applicato in Italia nello scavo di Settefinestre a partire dal 1976 […].

Posso ora tener conto delle prime esperienze di archeologia urbana in Italia; dell’edizione dello scavo di Settefinestre, che ha consentito di sottoporre a verifica gli enunciati originari e che rappresenta a sua volta un primo manuale nella nostra lingua di come si possa pubblicare uno scavo, dello scavo quasi completato della pendice settentrionale del Palatino, luogo fra i più stratigraficamente complicati (VIII secolo a. C. – XVI d. C.): quindi ottimo campo di ulteriore affinamento metodologico, e infine degli ultimi progressi della stessa archeologia britannica, che resta tutt’ora all’avanguardia. […] Non si trova in questo manuale né una storia degli scavi né dei loro metodi, ma soltanto l’esposizione di una tradizione metodologica, che ha origine in Gran Bretagna e che sta conquistando la Francia e l’Italia. […]

Restano nel libro alcuni limiti che erano già del testo originario. É un manuale valido per gli abitati rurali e urbani e assai meno per le strutture o i relitti sottomarini e per le necropoli. È volutamente più attento agli strati che agli artefatti mobili e ai reperti paleo-ecologici in essi contenuti. È stato scritto da un archeologo classico (non da un geoarcheologo), per cui vale per l’antichità e anche per la protostoria, il tardo medioevo e l’età moderna, ma è insufficiente per la preistoria e forse anche per l’alto medioevo. Diverse sono infatti le circostanze in cui è l’attività umana a essere la generatrice principale della stratificazione o quelle in cui è invece la natura a svolgere il ruolo principale. In queste ultime lo studio delle sedimentazioni, delle erosioni, dei trasporti e delle pedogenesi diventa essenziale. D’altra parte la scienza della storia non potrà mai ridursi alla scienza della terra. Metterei anzi in guardia i giovani archeologi protostorici, classici e postclassici dal tralasciare gli studi tradizionali per dedicarsi oltre misura a colluvioni e turbative biogenetiche. Con tutta l’ammirazione per questo genere di studi, devo ammettere un mio limite: concederei tre geoarcheologi in cambio di uno
storico dell’arte o dell’architettura conquistato alla stratigrafia. […]

Per poter estrarre scavando il massimo di informazione e per poter confrontare i risultati di scavi diversi occorre un minimo comune denominatore nel metodo da usare ricercando sul campo, al di sotto del quale si è fuori dalle procedure utili alla ricostruzione storica e si entra a far parte di quello che fino a non molto tempo fa era lo stuolo dei distruttori della documentazione archeologica depositata nel territorio, fra i quali erano da annoverare non solo gli scavatori clandestini ma gli stessi archeologi. Si tratta pertanto di individuare regole di condotta da applicare nello scavo, in modo più sistematico o conciso a seconda delle circostanze, per individuare il maggior numero possibile di azioni naturali e umane, di accumulo o di sottrazione, intenzionali o casuali. Per fare ciò occorre smontare tali azioni nell’ordine inverso in cui si sono prodotte, come accade nel gioco di Shangai. D’altra parte senza regole non si crea una vera comunità scientifica, che è la premessa di ogni serio avanzamento nella ricerca. Il talento appare sempre meno nemico della norma, specie in un lavoro che sia anche manuale. Non è forse lo scavatore un artigiano al servizio della memoria?

Ma lo scavo implica non soltanto lo smontare quanto anche il rimontare e cioè la costruzione di una storia nelle tre dimensioni dello spazio, che non è mai un fatto esclusivamente strumentale o una questione di mera tecnica stratigrafica. D’altra parte ogni tecnica si collega a una particolare cultura, a un più ampio sistema di pensieri. La stratigrafia è per di più un metodo scientifico assai giovane rispetto alla tradizione umanistica dell’archeologia storico-antiquaria e storico-artistica. È naturale che nel tentare di accreditarsi, pur fra le resistenze di chi la vorrebbe subalterna, la stratigrafia vada alla ricerca delle sapienze sorelle, del suo proprio contesto ideale. Si tratta di somiglianze di forme e di reali contatti che uniscono i diversi saperi indiziari figli della semeiotica medica. Per tale ragione il libro contiene nella sua seconda parte tre saggi dedicati a argomenti di carattere più generale. Si tratta anche qui di riflessioni astratte, ma che sorgono da esperienze sul campo e fanno riferimento a questioni molto concrete. Come riflettere su Longhi o Bianchi Bandinelli descrivendo un magazzino della Roma imperiale, come analizzare il metodo di Sherlock Holmes entrando nelle case dei consoli della Repubblica e come capire il significato delle metafore archeologiche di Freud fra i lacerti delle fortificazioni palatine? La narrazione storica ha bisogno di fluidità più che di excursus metodologici. […]

Dopo aver esposto le regole per decifrare l’universo degli oggetti è la volta di ritrovare qualche incertezza. Cos’è l’archeologia? Forse il suo segreto sta proprio nella superficie che la separa dalle altre discipline indiziarie, che con essa non si erano mai veramente confrontate: dalla storia dell’arte, all’investigazione, alla psicanalisi. Lo studio viennese di Freud — ma non la sua casa, che si trovava sullo stesso piano — appariva come una camera delle meraviglie archeologiche classiche e orientali. Il paziente si sdraiava sotto una riproduzione del tempio di Ramesse II a Abu Simbel, mentre l’analista sedeva in poltrona sorvegliato da un ritratto romano. Nessun oggetto medievale o moderno si trovava in quelle stanze, ché lì si trattava di scendere nei tempi antichi e onnipresenti delle civiltà e degli inconsci.

Chiariti i rapporti di parentela fra i diversi saperi indiziari si profilano nuove collaborazioni culturali che potrebbero aiutare a meglio ricordare e curare la materia del nostro patrimonio culturale. Fra questi diversi saperi l’archeologia, curiosa com’è del bello e del brutto, avida del piacere estetico e di quello storico, rappresenta un ponte fra i mondi diversi dell’arte, del lavoro e della natura. Essa è forse la disciplina più isomorfa alla vita, in cui ordine e disordine insorgono e muoiono continuamente l’uno nell’altro, come accade appunto nella stratificazione.

I fatti e le cose della vita, primo nostro oggetto di indagine, sono in sé inerti e opachi come le pietre, ma se è soltanto la scrittura letteraria a poter dare il tocco estremo della leggerezza a questo peso, un grande alleviamento di gravità può essere procurato anche dalla ricostruzione storica, che non è una riproduzione ma una reinvenzione verisimile e formale della realtà.

Là dove è confinata la sola bellezza sradicata dai valori del contesto, come in tante collezioni museali, l’ammirazione per quel sublime congelato si accompagna spesso a un senso di tristezza. […]

Se il passato appare ancora vivo per noi è anche perché il tempo della storia può sempre nuovamente incarnarsi nello spazio delle cose e quindi riprendere una qualche forma di esistenza terrena.»