Riassunto capitolo 17 de “I Promessi Sposi”

I promessi sposi, Capitolo 17: trama riassunto

Agitato per le parole del mercante, Renzo lascia Gorgonzola e si dirige verso l’Adda. È deciso ad attraversare il fiume, anche perché è ormai certo che gli sbirri lo stanno cercando. Ripensando alle parole del mercante, si indigna per la quantità di frottole che questi ha raccontato: naturalmente non ha mai avuto intenzione di “ammazzare tutti i signori” e anzi durante i tumulti si è persino prodigato per aiutare sia Ferrer sia il vicario di provvisione. Il mercante ha poi parlato di un “fascio di lettere”, altra clamorosa falsità perché il giovane possiede, e ha ancora con sé, solo la lettera di Fra Cristoforo “e questa lettera, se lo volete sapere”, dice il ragazzo rivolgendosi nella sua mente al mercante, “l’ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo della sua barba che tutta la vostra; e è scritta, questa lettera, come vedete, a un altro religioso, un uomo anche lui.”

Infreddolito e stanco, decide di non chiedere riparo a una delle cascine che costeggia, per paura di destare sospetti, ma prosegue addentrandosi in una boscaglia che immagina sia indicativa del fatto che si sta avvicinando al fiume. Il bosco diventa però sempre più fitto e minaccioso, “gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza.”

Finalmente comprende, dal rumore dello scrosciare dell’acqua, di aver raggiunto l’Adda e, una volta sulla riva, intravede anche in lontananza la sagoma della città di Bergamo. Decide però di attraversare il fiume il giorno seguente, alla luce del sole, e cerca riparo per la notte in un capanno usato dai contadini. Qui, prima di stendersi a dormire, si inginocchia in preghiera, poi si copre con della paglia e cerca di prendere sonno.

Ma il sonno tarda a venire, perché la mente del ragazzo è continuamente percorsa da tutti gli avvenimenti e i personaggi che ha incontrato in quei giorni, oltre che da tutti coloro che lo hanno costretto a finire in quella situazione (Don Rodrigo, Don Abbondio). Pensa infine ad Agnese, a Lucia, a Fra Cristoforo, “ma anche la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero, era tutt’altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate, sentiva più vivamente la vergogna delle proprie scappate, della turpe intemperanza, del bel caso che aveva fatto de’ paterni consigli di lui; e contemplando l’immagine di Lucia! non ci proveremo a dire ciò che sentisse.”

Incapace di prendere sonno, Renzo aspetta con ansia che sorga il sole per poter finalmente attraversare il fiume. Finalmente il campanile di un paese vicino batte le cinque del mattino e il giovane esce dal capanno e si dirige verso le rive dell’Adda.

Qui scorge un pescatore che si sta avvicinando alla riva con la sua barca: Renzo gli domanda di essere trasportato, dietro opportuna ricompensa, sull’altra sponda, quindi sale sulla barchetta e aiuta il pescatore a remare “con un vigore e con una maestria, più che da dilettante”. Procedendo lentamente, i due riescono a raggiungere la riva, che il pescatore conferma essere “Terra di san Marco”, ossia la riva bergamasca ormai nel territorio della Repubblica di Venezia. “- Viva san Marco! – esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.”

Il barcaiolo è in realtà avvezzo a trasportare sulla sua barca contrabbandieri o banditi che desiderano raggiungere la sponda veneta del fiume, dunque bada a trasportarli senza fare troppe domande, “non tanto per amore del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi de’ nemici in quelle classi”.

Renzo si incammina quindi verso Bergamo. Lungo la strada vede molti contadini costretti dalla carestia a chiedere l’elemosina insieme alle proprie famiglie e comprende quindi che la carestia è arrivata anche in questi territori. Per non arrivare dal cugino Bortolo affamato, si ferma in un’osteria dove consuma un pasto frugale con parte dei pochi soldi che gli rimangono; all’uscita lascia gli ultimi denari in suo possesso a una povera famiglia accasciata a terra, “due donne, una attempata, un’altra più giovine, con un bambino, che, dopo aver succhiata invano l’una e l’altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della morte: e ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano ancora vedere i segni d’un’antica robustezza, domata e quasi spenta dal lungo disagio”.

Rinfrancato dal pasto e dall’opera buona, Renzo indugia in pensieri più ottimistici. Pensa che la Provvidenza saprà aiutarlo, che la carestia avrà fine, che sarà presto in grado di trovare un lavoro, essendo un abile lavoratore della seta, e che potrà così ben presto farsi raggiungere da Agnese e da Lucia, che potrà così finalmente sposare lasciandosi alle spalle tutte le tribolazioni passate.

Arriva finalmente al filatoio dove lavora il cugino. “ti vedo volentieri; ma sei un benedetto figliuolo”, gli dice quello abbracciandolo, “T’avevo invitato tante volte; non sei mai voluto venire; ora arrivi in un momento un po’ critico.” Renzo gli racconta le circostanze che l’hanno portato a raggiungere il cugino e Bortolo lo rassicura di potergli trovare un impiego nel filatoio. Si fa poi raccontare della situazione di Milano e gli spiega quale sia invece l’attuale situazione nella Repubblica di Venezia. Bortolo spiega a Renzo che i bergamaschi sono soliti chiamare i milanesi “baggiani”, ossia sciocchi, e che se intende lavorare lì dovrà rassegnarsi a tale usanza, poi lo accompagna dal padrone del filatoio, con il quale è in ottimi rapporti, che fortunatamente riesce a trovargli una sistemazione.

Silvia Maina

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