Capitolo 12 de “I Promessi Sposi”: riassunto

I promessi sposi, Capitolo 12: trama riassunto

Il capitolo si apre con una digressione storica in cui il Manzoni illustra le ragioni della carestia: già l’anno precedente quello in cui le vicende de “I Promessi sposi” sono ambientate (il 1627) vi era stata penuria di grano, ma 1628 è stato un anno particolarmente difficile. Da un lato il cattivo tempo, dall’altra la guerra di Mantova e del Monferrato hanno devastato i campi e distrutto il raccolto, con la conseguenza che i contadini si sono trovati a mendicare il pane.

Con il rincaro dei prezzi di grano e pane, nel popolo nasce però il sospetto che i responsabili della carestia siano non la scarsezza di materie prime, ma i fornai e i proprietari terrieri, accusati di farne incetta per rivenderlo a prezzi maggiorati. È così che Antonio Ferrer, cancelliere spagnolo che in quell’anno si trova ad amministrare la città di Milano, decide di calmierare il prezzo del pane, senza tener conto degli aumenti di quello del grano; insomma “fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo”.

I fornai protestano, ma il popolo pretende il pane al prezzo calmierato fissato e, “sentendo in confuso che l’era una cosa violenta, assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che durava”. La situazione diviene quindi presto insostenibile fino a che don Gonzalo, governatore dello Stato di Milano, non interviene ristabilendo il rincaro del pane secondo le leggi di mercato.

È a questo punto che scoppia la rivolta: una mattina, allorché i garzoni dei fornai escono dalle botteghe con le gerle piene di pane da consegnare ai nobili, un gruppo di persone inferocite li aggredisce, afferrando le pagnotte e le distribuendole alla gente affamata. “Ecco se c’è il pane!” gridano, “Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame”. In breve tempo la sommossa cresce e diventa sempre più violenta; la folla si dirige infine verso i forni, decisa ad assaltarli.

Molti sono i forni che subiscono quella sorte, e in particolare viene assaltato un forno chiamato il forno delle Grucce: nonostante i proprietari, intuendo quanto sta per accadere, cerchino di sprangare porte e finestre, la gente “comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: “pane! pane! aprite! aprite!””. Arriva quindi il capitano di giustizia con una squadra di alabardieri, ma nemmeno la loro presenza è sufficiente a calmare la folla che anzi si ingrossa sempre più e diventa sempre più ingestibile. Alcuni degli insorti iniziano a lanciare pietre, una delle quali colpisce in fronte il capitano stesso. Poi riescono a entrare nel forno e lo saccheggiano: portano via il pane, la farina, il denaro contenuto nella cassa, in un crescendo di confusione e di furia. “Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: “ aspetta, aspetta, ” si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da ogni parte”. Nella calca molti si feriscono e due ragazzi addirittura perdono la vita.

Proprio nel bel mezzo dell’assalto al forno delle Grucce arriva Renzo, sbocconcellando il pane che aveva raccolto da terra al suo ingresso in città. “Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava e stava in orecchi, per ricavar da quel ronzìo confuso di discorsi qualche notizia più positiva dello stato delle cose”. Sente che alcuni accusano il governo di Milano di nascondere il grano, altri sostengono che i nobili avveleneranno il pane per uccidere la povera gente; alcuni accusano Ferrer, altri lo osannano come un benefattore, i più infine individuano il responsabile nel vicario di provvisione, un funzionario locale.

Lo spettacolo del forno assaltato, “le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta”, non piace a Renzo: “Questa poi non è una bella cosa”, pensa, “se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi?”.

Avendo notato che alcune persone stanno uscendo dal forno portando con sé mobili e suppellettili, il ragazzo, incuriosito, decide di seguirli. Scopre così che la gente ha acceso un falò nella piazza del duomo e vi si è radunata bruciando tutto ciò che è stato sottratto dal forno e accompagnando il fuoco con grida e imprecazioni: “Viva l’abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!”. Poi, giunta la notizia che nella piazza del Cordusio è in corso l’assalto a un altro forno, la folla inizia a spostarsi in quella direzione e anche Renzo, pur sapendo che dovrebbe piuttosto tornare al convento da padre Bonaventura, non riesce a vincere la curiosità e si dirige con i rivoltosi.

Giunti al Cordusio si scopre però che quella dell’assalto era solo una voce priva di fondamento: il forno è infatti sprangato e protetto da gente armata. Qualcuno propone allora di raggiungere la vicina abitazione del vicario di provvisione, per andare a “a far giustizia, e a dare il sacco”. A quelle grida l’intera folla si muove all’unisono verso la casa del funzionario.

Silvia Maina

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