“Il bestiario medievale di Venezia. Animali e creature fantastiche nella città dei dogi” di Stefano Riccioni

Prof. Stefano Riccioni, Lei è autore del libro Il bestiario medievale di Venezia. Animali e creature fantastiche nella città dei dogi, edito da Carocci: che rilevanza avevano, nella Venezia medievale, le decorazioni animalistiche?
Il bestiario medievale di Venezia. Animali e creature fantastiche nella città dei dogi, Stefano RiccioniVenezia nel Medioevo appariva costellata di rappresentazioni di animali, all’interno delle chiese o sulle loro facciate, sui prospetti degli edifici signorili ma anche su quelli delle abitazioni più modeste. Le patere (bassorilievi decorati di forma circolare, ispirati ai contenitori votivi usati, nell’antichità, per le libagioni), le vere da pozzo e, in generale, le decorazioni scultoree contengono un ricco e variegato universo animale che si trova esposto all’aperto, nelle calli, nei campi, agli angoli degli ingressi delle strade principali e sulle vie d’acqua (che a Venezia erano le più importanti), per segnalare i luoghi significativi della città. Si tratta di scene che sono largamente rappresentate anche nei dipinti e nei mosaici all’interno degli edifici religiosi o laici (ora spesso nei musei), ma anche negli oggetti d’uso religioso o civile, lussuosi o meno. Per tacere degli arredamenti, delle suppellettili (al Museo Correr si conservano due acquamanili in forma di animali) e dei tessuti spesso di provenienza orientale decorati con creature fantastiche e non, che accompagnavano la vita domestica e le feste pubbliche. Le decorazioni animalistiche nella Venezia medievale dovevano avere una grande rilevanza a dimostrazione di una quotidianità vissuta a stretto contatto con la natura (e con gli eventi naturali che da sempre hanno regolato la vita della città). Ovviamente si tratta di una natura che veniva interpretata soprattutto in termini allegorici e che ha contribuito a dare a Venezia e ai suoi spazi urbani una forma simbolica, alimentando nel tempo la sua aura magica.

Quale valore simbolico assumevano tali raffigurazioni?
Per rispondere occorre fare una premessa. Nel Medioevo, il bestiario è un trattato didattico sulla natura degli animali (ma vi si possono trovare sezioni anche sulle pietre e sulle piante) finalizzato ad impartire insegnamenti morali, in particolare secondo la religione cristiana. I suoi presupposti teologici sono basati sul principio secondo cui tutte le realtà materiali sono immagini delle realtà spirituali e divine. Le prime interpretazione del mondo animale si trovano nel Fisiologo, un trattato in lingua greca redatto ad Alessandria d’Egitto nel secolo II. Il Fisiologo (che significa “il naturalista” o meglio il conoscitore dei segreti della natura e del suo rapporto con i misteri cristiani) si può ritenere l’antesignano dei bestiari veri e propri. Il testo utilizza diverse fonti, dalla Bibbia (Antico Testamento), ai trattati, spesso manipolati, dei maggiori naturalisti antichi quali Aristotele, Plinio, Taziano, Eliano e altri. Il testo fu una sorta di best-seller, ne esistono infatti diverse traduzioni in latino che diedero vita ai veri e propri bestiari. Il bestiario medievale, però, non ha nulla a che vedere con un moderno trattato scientifico di storia naturale. Esso indaga la “natura” degli animali per illustrare l’opera di Dio, celebrare il Creato, parlare di Cristo, di Maria Vergine, anche dei santi, e biasimare il demonio e i comportamenti degli uomini che cadono nelle tentazioni del peccato. Già l’Antico Testamento forniva molte similitudini prese dal mondo animale, quali esempi di comportamenti da evitare o da imitare. Tutte le realtà materiali, in particolare quella naturale, nelle sue varie declinazioni (animali, pietre, piante, insetti, etc.), sono immagini o specchio (speculum dicevano gli uomini del Medioevo), della realtà spirituale e divina.

Ugo di San Vittore, teologo vissuto tra la fine del secolo XI e la metà del secolo XII, riteneva che il mondo fosse “un libro scritto dal dito di Dio”, pertanto le singole creature erano figure generate dalla volontà divina per manifestare la sapienza invisibile del Creatore. Dal momento che la realtà visibile è in contatto con la realtà immateriale e invisibile, il bestiario cristiano presuppone un “bestiario celeste” al quale occorre fare riferimento. L’osservazione degli animali e del loro comportamento, in chiave moralistica, forniva gli esempi per una corretta vita cristiana. Si tratta di una sorta di antologia dove le creature, reali o fantastiche, diventano lezioni spirituali o morali, allegorie e simboli, ma di certo non parlano di etologia, anatomia e biologia. Il bestiario diventa così uno strumento privilegiato per l’apprendimento dei precetti morali. Sarà questa la caratteristica principale della produzione letteraria e figurativa, legata al mondo animale, che dal mondo antico giunge, attraverso il Medioevo, fino a oggi. Oggi come allora, la narrazione, lo studio e la meditazione aventi per oggetto il modo animale servono all’uomo per rappresentare le sue qualità e i suoi difetti, le ambizioni e le paure, in sintesi: per conoscere sé stesso e le sue proiezioni immaginarie. D’altronde ancora conserviamo dei modi di dire che riguardano gli animali. Per garantire il nostro assoluto silenzio promettiamo di restare “muti come un pesce”, sempre che non veniamo obbligati a “sputare il rospo” o, peggio, ad “ingoiarlo”, magari a causa di un errore, perché abbiamo “preso un granchio”, che dovremo recuperare sfoderando un “coraggio da leone”, in tal caso ci servirà un incoraggiante “in bocca al lupo” (al quale, per rispondere, auguravamo di “crepare”, ma oggi di “vivere”).

Tornando al Medioevo, le storie contenute nel bestiario furono poi rappresentate nelle opere d’arte soprattutto quando, tra il secolo XI e il XII, l’Europa conobbe una stagione di rinnovamento istituzionale, sociale e artistico che diede avvio alle nascenti culture nazionali europee. Si tratta del cosiddetto periodo “romanico” che vide l’intensiva ricostruzione o costruzione ex novo di numerosi edifici ecclesiastici. Questa grande fase costruttiva vide anche un’intensa attività decorativa e gli animali uscirono dai commentari religiosi, per essere distribuiti nelle chiese di tutta Europa (nei capitelli, negli arredi architettonici, etc.) e nel tessuto urbano delle città, così come accadde per Venezia. Esemplare al proposito è proprio la ricostruzione della basilica di S. Marco (XI-XII secolo), che contiene un nutrito bestiario, sul pavimento, nelle transenne di marmo e probabilmente anche sul fregio in laterizio della facciata originaria. Qui, ma anche nei pavimenti di S. Zaccaria, o dei SS. Maria e Donato a Murano, si trovano le prime elaborazioni del bestiario veneziano. La prima in realtà la incontriamo già nel secolo IX, nel pavimento della cappella ducale di S. Ilario, che si trovava in terraferma, nei pressi dell’attuale comune di Mira. Questi motivi ebbero il ruolo di modelli e passarono poi alle patere e alle formelle che nei secoli XII e XIII (ma anche fino ai nostri giorni con continue imitazioni) furono esposte sugli edifici religiosi, sui palazzi e le case di proprietà laica che si affacciano sulle calli e sui canali veneziani. Così, gli animali, che sui tappeti musivi o sui capitelli, chiusi all’interno delle chiese ammonivano i fedeli con un linguaggio simbolico cristiano, vennero poi esposti nei percorsi viari della città, dove nei secoli perdettero il significato originario per assecondare una più generica funzione apotropaica, diventando un repertorio di immagini identitarie di Venezia.

Quali erano i temi figurativi più diffusi?
Basandomi anche sugli studi di Zygmunt Swiechowski, Alberto Rizzi e Wladimiro Dorigo, ho potuto verificare che ad oggi le patere presenti nei sestieri veneziani sono in tutto 597, e contengono una discreta varietà di creature: 366 animali predatori, 198 altri animali, 29 esseri favolosi, 4 esseri umani. Tra gli animali predatori, i più numerosi sono le aquile (189), poi i canidi (46), i grifoni (55), i leoni (68); tra gli altri animali troviamo gli uccelli (161 volatili generici), meglio identificabili sono i pavoni (11). Vi sono poi molte creature fantastiche: 26 animali mitologici, 6 draghi e 9 mostri generici. In questo censimento spicca il numero di combattimenti che hanno sullo sfondo un significato morale: il conflitto tra bene e male, tra vizi e virtù, rappresentato, tra gli altri, dalla lotta tra aquila e lepre (123) e tra grifone e lepre (23). I volatili sono le creature più rappresentate (361) insieme ai leporidi (147), che sono spesso delle prede. Gli animali isolati risultano limitati ma anche le scene di lotta tra predatori e preda, nelle raffigurazioni mitologiche esotiche e favolistiche. Incontriamo poi diversi animali portatori di un significato simbolico specifico, come la sirena, simbolo di lussuria, o il castoro che invece ambisce alla castità; la terribile manticora, originaria dell’India, ha la stazza di un leone, il pelo rosso cinabro ma il volto umano, e colpisce le sue prede con un pungiglione di scorpione che nasconde nella coda, per poi dilaniarle con le sue tre file di denti. Oppure l’onagro, una sorta di asino selvatico, simbolo anch’esso di lussuria e per questo in conflitto col grifone, immagine cristologica. Vi sono infatti numerose rappresentazioni di lotte tra animali, anche debitrici dell’immaginario asiatico trasmesso dalla cultura sasanide e adattato in area mediterranea, nelle quali la violenza del predatore (aquila, leone, lupo) si estende non a prede tradizionali (lepre, cervo, pecora, quadrupede) ma anche ad animali quali l’elefante, lo struzzo o il drago, perché a queste creature veniva dato un significato simbolico collegato al male. Molti sono i temi simbolici che si intrecciano anche perché gli animali non sono sempre portatori di un significato univoco, ma occorre sempre adattare l’interpretazione al contesto iconografico, spaziale e, in genere, culturale all’interno del quale sono collocati.

Quando e in che modo si sviluppò l’associazione san Marco/leone/Venezia?
Il leone, fin dall’antichità egizia, greca e romana, è allegoria di forza, potenza e regalità e nel Fisiologo diventa simbolo di Dio. Il leone, infatti, soffiando nelle narici dei cuccioli partoriti morti dalla leonessa, dà loro la vita. Venezia recuperò le virtù di forza e saggezza incarnate dall’animale per farne l’emblema dei suoi valori religiosi e cittadini. Soprattutto, il santo nelle forme del leone è uno dei “quattro esseri viventi” (il tetramorfo, simbolo degli evangelisti) che appaiono in visione a Ezechiele quando fu deportato in Babilonia e che, nella visione biblica dell’Apocalisse di san Giovanni, rendono onore e gloria a Dio seduto sul trono. Il leone, però, non venne subito associato a Marco. Il primo a identificare gli evangelisti della visione di san Giovanni con i tetramorfi fu sant’Ireneo, vescovo di Lione (II secolo), anche se egli associava il leone a Giovanni, attribuendo a Marco l’aquila. Identificazioni che si trovano ancora negli scritti di sant’Ambrogio. Sarà san Girolamo, nel secolo IV, a suggerire l’associazione tra il leone e san Marco e, col tempo, la sua versione confluì stabilmente nell’iconografia cristiana diventando l’interpretazione definitiva.

L’associazione san Marco/leone/Venezia viene formalizzata nella cronaca che il doge Andrea Dandolo scrisse attorno alla metà del Trecento. Qui si racconta che Marco, in viaggio da Aquileia a Roma, fece sosta in un’isoletta della laguna veneta dove, un angelo apparso in sogno gli predisse che le sue spoglie avrebbero riposato nella città che, sorta un giorno su quelle isole, era destinata a diventare potente sotto la sua protezione. Restano famose le parole dell’angelo: «Pax tibi Marce evangelista meus, hic requiescitur corpus tuum» (Pace a te, Marco, mio evangelista, qui riposerà il tuo corpo) che si trovano spesso nel libro aperto tra le zampe del leone nell’emblema della Serenissima. La profezia si avverò quando, nell’828, le reliquie dell’apostolo approdarono in laguna portate da alcuni mercanti veneziani, tra i quali la tradizione ricorda i nomi di Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, che le avevano trafugate da Alessandria. L’arrivo delle spoglie di san Marco a Venezia fu celebrato con la costruzione di un tempio che sostituì la chiesa di S. Teodoro, e che costituì il primo nucleo dell’attuale basilica marciana. Da questo momento il legame tra il santo, il leone e la città divenne indissolubile. Venezia giunse a identificarsi con il suo santo e con la sua immagine, causa principale dell’affermazione simbolica del leone alato quale personificazione della Repubblica veneziana fino ai giorni nostri.

In che modo le vicende della quarta crociata arricchirono il bestiario veneziano?
La tradizione di esporre un bestiario nella basilica di S. Marco che, come abbiamo visto, risale al tempo del doge Contarini, proseguì anche al suo esterno, durante i lavori di rivestimento della chiesa. Il bestiario di S. Marco si arricchì anche in seguito alla conquista di Bisanzio. Si tratta però di un fenomeno complesso, da indagare nel lungo periodo, perché le opere di spoglio furono portate a Venezia in un arco di tempo che investe quasi sessant’anni. Da quanto, cioè, i Veneziani, nel 1204, dirottarono le truppe partite per la quarta crociata su Bisanzio, conquistandola, e dando l’avvio ad un saccheggio sistematico che durò fino al 1261, anno della caduta dell’Impero latino d’Oriente.

Si tratta di un fenomeno che ha certamente arricchito il bestiario veneziano, con immagini che simboleggiano il potere e la ricchezza raggiunta dalla città, come appare evidente nelle lastre scolpite e applicate sulla cosiddetta “parete del tesoro” di S. Marco. Col bottino dei veneziani giunse anche il famoso gruppo in porfido che rappresenta i Tetrarchi, esposto sullo spigolo esterno della parete, in passato oggetto delle interpretazioni più disparate (principi greci, mercanti o mori, i tirannicidi Armodio e Aristogitone, ladri armati che minacciarono il Tesoro e rimasero pietrificati, etc.). Oppure la lastra di marmo esposta sulla facciata settentrionale della basilica, che rappresenta il leggendario volo di Alessandro, che si fece trainare in cielo da due grifoni. La scena rappresenta un episodio narrato nel Romanzo di Alessandro dello pseudo-Callistene (ii secolo) che ebbe grande successo anche in Occidente. Secondo il racconto, il re macedone, giunto alla fine del mondo con le sue conquiste, si fece portare in cielo dai grifoni, dove incontrò una creatura alata che lo invitò a guardare il mondo dall’alto e a tornare sulla terra, avvertendolo che verrà punito e mangiato dagli uccelli, per aver osato troppo nella sua esplorazione dei confini del cielo.

Questo doppio svolgimento della vicenda ha ripercussioni anche nella sua ambivalente interpretazione. Nel mondo bizantino, infatti, la storia ha un valore positivo, simboleggia il volo dell’imperatore nel cielo verso l’apoteosi, come “imperatore divinizzato” che nelle versioni medievali diventerà il Re del Mondo, paladino cristiano ante litteram. Nell’interpretazione cristiana, invece, il desiderio del volo viene letto come atto di superbia, una sorta di profanazione dell’ascensione di Cristo. Nella cultura ecclesiastica, Alessandro è il precursore dell’Anticristo e dello stesso Satana. Il monito della creatura alata a tornare sulla terra poteva quindi essere interpretato come una punizione dell’orgoglio e della superbia umana, al pari della torre di Babele o del peccato di Adamo ed Eva.

La collocazione della lastra sul fianco settentrionale di S. Marco, nel secolo XIII, avvenne in un contesto storico che voleva celebrare Venezia vittoriosa su Bisanzio. L’immagine di Alessandro tra i grifoni non è quindi simbolo di superbia ma, come accade anche per la stessa scena che appare su uno smalto della Pala d’Oro (all’interno della basilica), deve intendersi in senso politico, come prefigurazione del potere imperiale e dei futuri fasti di Venezia. Si tratta quindi di un bestiario che viene orientato in senso politico, per glorificare la città lagunare. Lo stesso possiamo dire per i cavalli di bronzo.

Qual è la storia dei cavalli della facciata di S. Marco e cosa simboleggiano?
I quattro cavalli che campeggiano sulla terrazza della basilica sono le copie degli esemplari in bronzo dorato appartenenti a una quadriga di età romana tardo imperiale eseguita in ambito orientale (II-III secolo). Come abbiamo visto, sono anch’essi arrivati in seguito al saccheggio di Bisanzio. Gli originali oggi si trovano nel Museo della basilica, dove furono portati nel 1982, al termine di un lungo restauro. Probabilmente il gruppo apparteneva alla ricostruzione di Bisanzio promossa dall’imperatore romano Settimio Severo che, dopo aver conquistato la città, voleva riportarla agli antichi fasti. La quadriga doveva appartenere al gruppo che accompagnava Helios (il dio Sole), e si trovava su un arco tetrastilo nell’ippodromo di Bisanzio esposta quale simbolo della ritrovata gloria della città e del suo legittimo imperatore. Il doge Enrico Dandolo (1107 ca.-1205), a capo della spedizione crociata, era stato ambasciatore a Bisanzio e ben conosceva il valore politico dei cavalli, quale simbolo della potenza dell’Impero romano d’Oriente. Quando Dandolo decise di portare i cavalli a Venezia, come bottino di guerra per offrirli a san Marco e a tutta la cittadinanza, era ben consapevole che essi rappresentavano un manifesto del potere di Venezia (anche in questo caso politico e religioso) che, all’apice del percorso di autonomia iniziato nel secolo IX, si sostituiva all’Impero d’Oriente e così facendo esaltava anche la missione apostolica svolta sotto la protezione dell’evangelista Marco. L’anno preciso del trasferimento del gruppo equestre a Venezia non si conosce ma si può collocare, ragionevolmente, tra la fine del 1205 (anno della morte del doge Enrico Dandolo) e il 1206. Solo durante il dogato di Ranieri Zeno (1253-1268) il gruppo fu posto sulla facciata della basilica, sopra l’arco centrale del portale maggiore. In questo modo si voleva riunire il Palazzo Ducale, la chiesa di S. Marco e la piazza S. Marco, a imitazione del modello costantinopolitano, per indicare Venezia come la nuova città imperiale.

L’immagine dei cavalli incontrò subito un grande successo, tanto che fu riprodotta nella decorazione musiva del portale di S. Alipio (prima lunetta esterna a sinistra della facciata) della basilica marciana, raffigurante la Traslazione del corpo di san Marco. Qui l’anonimo mosaicista raffigurò la facciata di S. Marco, ponendo in bella evidenza i quattro cavalli nella polifora. Si tratta dell’unico mosaico giunto fino a noi tra quelli che decoravano l’antica facciata, risalente al secolo xiii.

Il potere simbolico di questi cavalli attraversa i secoli ed è stato oggetto di varie interpretazioni. Durante il Medioevo i cavalli furono interpretati in chiave cristiana, come le immagini dei quattro evangelisti (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) che trainano la Quadriga Domini, il carro del Signore, e così facendo diffondono nel mondo la parola divina. Inoltre, la presenza della Quadriga sulla facciata della chiesa esalta il ruolo di san Marco, quale evangelista e protettore di Venezia. Infine, per associazione con quanto avveniva nei cortei trionfali dei condottieri romani che sfilavano al ritorno dalle vittoriose campagne militari, la quadriga trainata dai cavalli evocava il trionfo di Cristo e del Cristianesimo.

Stefano Riccioni, medievista, insegna Storia dell’arte medievale all’Università di Pisa. Si occupa di storia delle immagini e delle scritture epigrafiche tra XI e XIV secolo, nell’area mediterranea dell’Occidente europeo e dell’Oriente cristiano. Tra i suoi libri più recenti: The Visual Experience of Triumphant Church. The Mosaic of S. Maria in Trastevere (Scienze e Lettere, 2021); sul tema del bestiario ha curato Animali figurati. Teoria e rappresentazione del mondo animale dal Medioevo all’Età moderna (Viella, 2019) e Itinerari nel bestiario veneziano (Edizioni Cafoscarina, 2024).