“I monumenti dei dogi. Sei secoli di scultura a Venezia” di Toto Bergamo Rossi

I monumenti dei dogi. Sei secoli di scultura a Venezia, Toto Bergamo RossiI monumenti dei dogi. Sei secoli di scultura a Venezia
di Toto Bergamo Rossi
Marsilio Editori

Nell’occasione dei 1600 anni dalla fondazione di Venezia, la casa editrice lagunare dedica un volume riccamente illustrato «ai monumenti funebri dogali esistenti», a partire da quello dedicato a Tribuno Menio, morto nel 991, «un sepolcro commemorativo postumo eretto nel 1610 sulla facciata palladiana della basilica di San Giorgio Maggiore nell’omonima isola».

Venezia «è una delle rare città italiane che non può vantare origini romane, ed è per tanto priva di testimonianze archeologiche antiche». I monumenti funebri evocano la grandezza e la storia millenaria della Repubblica di Venezia, nella quale il suo magistrato supremo era soltanto un primus inter pares e in cui nessuna forma di autoesaltazione pubblica di singoli individui era tollerata. Le tombe offrivano pertanto una rara opportunità di autorappresentazione, con investimenti che potevano perfino superare quelli profusi nella costruzione delle tombe papali a Roma.

«Domenico Selvo, morto nel 1084, fu il primo doge a essere sepolto nella basilica di San Marco, ma non ci sono pervenute testimonianze del suo monumento funebre. […] Nel complesso marciano trovarono sepoltura alcuni importanti dogi fino al 1354, quando fu edificato il monumento al doge Andrea Dandolo, che per la prima volta fu effigiato disteso sopra il sarcofago, introducendo le raffigurazioni a gisant nella monumentalistica dogale, tipologia che si protrarrà fino al Rinascimento. I dogi Jacopo e Lorenzo Tiepolo furono i primi a essere sepolti nella basilica domenicana dei Santi Giovanni e Paolo: il loro sarcofago, un cassone con coperchio monolitico, riprende le forme delle tombe tardoantiche degli imperatori d’Oriente. Dopo di loro, la maggior parte dei principi della Serenissima eresse i propri monumenti all’interno della stessa basilica, che divenne il pantheon della Repubblica di Venezia.»

I dogi provvedevano di tasca propria «all’erezione dei sepolcri per perpetuare la loro memoria. La Repubblica di Venezia, infatti, non finanziò mai alcun monumento funebre dogale.»

Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Seicento «furono innalzati una serie di monumenti sempre più imponenti e sfarzosi»: «I sepolcri dogali si trasformarono in sontuose macchine sceniche sempre più elaborate. L’architetto Baldassare Longhena progettò per il doge Giovanni Pesaro il celebre monumento funebre sorretto dai mori […]. Il fasto dei monumenti dogali si ridusse nel corso del XVIII secolo come a seguire le sorti della Serenissima, che da lì a poco avrebbe smesso di esistere, distrutta dall’invasione napoleonica nel 1797. Per effetto di questa, Venezia si trasformò da capitale della gloriosa Repubblica a città di provincia del Regno italico governato da Napoleone o dell’Impero asburgico. Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia […] fu sepolto, secondo il suo volere, nella tomba pavimentale della cappella di famiglia. Sul suo sigillo marmoreo non vi sono scolpiti né lo stemma dei Manin, sormontato dal corno ducale, né l’epitaffio, ma solamente l’iscrizione «MANINI CINERES».

Il volume è impreziosito dal saggio di Marino Zorzi dal titolo Il doge di Venezia. Da magistrato bizantino a monarca costituzionale che ne traccia l’evoluzione storica descrivendone prerogative e funzioni. Scopriamo così che la carica di doge comportava «molti oneri e ben pochi vantaggi pratici»: «Dal punto di vista economico, la carica era costosissima. Il doge, appena eletto, doveva percorrere la piazza sul “pozzetto” gettando denaro al popolo, pagando di tasca sua, e poi offrire anche grandiosi banchetti in varie occasioni, sempre a sue spese. Riceveva un’indennità di carica, ma del tutto insufficiente, e su quella doveva anche pagare le tasse.»

Numerose erano le limitazioni alla sua attività: «Non poteva concedere udienze se non in presenza dei consiglieri; se qualcuno gli parlava di cose di Stato doveva cambiare discorso. Doveva abitare negli appositi appartamenti di Palazzo Ducale e non poteva abbandonare la città senza permesso del Consiglio, nemmeno per andare in villeggiatura.»

Le restrizioni erano inoltre estese anche alla sua famiglia: «i figli e i fratelli non potevano rivestire cariche pubbliche, salvo il diritto di sedere in Senato, i nipoti non potevano essere baili o ambasciatori.»

Nonostante ciò, «la carica era ambitissima»: «Era una gloria incancellabile per l’eletto e per la sua casa, un onore senza eguali nello Stato». Il doge aveva anche prerogative religiose: «è il capo unico e indiscusso di una gerarchia ecclesiastica statale, comprendente il primicerio di San Marco, di grado uguale a un vescovo, e i canonici, dato che la basilica, la chiesa dello Stato, è la sua chiesa […]. La sua persona ha un carattere sacro: nelle maggiori solennità egli benedice il popolo».

Il cerimoniale «si ispira a quello un tempo spettante all’imperatore d’Oriente, di cui il doge è in parte erede. Il corno dogale è l’evoluzione di un copricapo preromano. Quello più prezioso, la zoia, è tempestato di gemme; uno non altrettanto sfarzoso serve per le occasioni meno solenni. […] Risale al XII secolo il camauro, cuffia da portare sotto il corno, detto anche rensa perché fatto con una tela finissima di Reims. […] Al doge spettano anche le tre corone dei regni di Candia (la greca Creta), di Cipro e di Morea (il Peloponneso). Il suo nome è impresso sulle monete […]. Per le grandi occasioni si sposta su una magnifica barca a lui riservata, il Bucintoro, splendente d’oro e di sculture simboliche, in altre su speciali, addobbati barconi, detti “peatoni ducali”.»

L’elezione del doge seguiva una complicatissima procedura «fissata, alla fine di un lungo percorso, nel 1268: dal Maggior Consiglio si traevano trenta nobili, quelli cui toccava la balla dorata; da questi trenta se ne traevano nove con lo stesso sistema; questi ne sceglievano quaranta; da questi se ne estraevano a sorte dodici; questi ne eleggevano venticinque; da questi se ne estraevano nove; questi ne eleggevano quarantacinque; da questi se ne estraevano undici, che eleggevano i quarantuno cui spettava la scelta finale.»

Tuttavia, nonostante la «grandiosità degli onori che gli spettavano, i poteri politici di cui il doge godeva erano limitati. Era pressoché sprovvisto di capacità decisionali individuali: i veri depositari del potere erano il Minor Consiglio (i sei consiglieri ducali che con il doge e i tre capi della Quarantia Criminal costituivano la Signoria), il Maggior Consiglio, i Pregadi o Senato, il Consiglio dei Dieci, il Collegio (che, composto di sedici savi, i sei del Consiglio, cinque di Terraferma, cinque agli Ordini – della navigazione –, era il motore della grandiosa macchina dello Stato).»

Il supremo magistrato era vincolato al meccanismo della promissione: «A ogni elezione il doge nominato doveva giurare di rispettare clausole sempre più numerose e complesse, che venivano predisposte da un’apposita magistratura, i Correttori della Promissione Ducale, che si rinnovava a ogni elezione, per prevedere e vietare ogni possibile iniziativa individuale dell’eligendo.»

Completa l’affresco un accenno alla figura della dogaressa, «prima dama della Repubblica», che viveva come il consorte, assorbita «dalla direzione della casa ducale, senza margini di tempo e di libertà per una vita personale».

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