Contro l'Europa. Un pamphlet al vetriolo contro il progetto dell'unificazione europea, Ida MagliUn manifesto ancora attuale – nonostante sia stato scritto nel 1997 -, tanto più nel clima diffuso di euroscetticismo contemporaneo, quello che l’autrice stessa definisce un «libro sacrilego». È Contro l’Europa. Un pamphlet al vetriolo contro il progetto dell’unificazione europea di Ida Magli, edito da Bompiani con prefazione di Giordano Bruno Guerri. L’antropologa, scomparsa nel 2016, si scaglia contro «gli enormi sacrifici richiesti per adeguarsi ai parametri di Maastricht» attraverso una riflessione dal solido retroterra antropologico: «è evidente [che] tutti i problemi che l’Unione comporta sono problemi antropologici.»

Il punto di partenza è l’osservazione che «nella Costituzione non soltanto non è previsto nessun parlamento e nessuna bandiera sovranazionale, ma addirittura in tutto il suo testo non esiste la parola “Europa”.»

Un dato di fatto: gli italiani «non sanno che da quando, nel 1956, è nata la Comunità Europea, l’hanno sempre finanziata in perdita. È successo soltanto due volte, da allora fino ad oggi, che l’Italia abbia ricevuto da Bruxelles dei fondi maggiori di quelli che ha inviato. […] I cittadini dei vari paesi membri non si rendono conto, quando sentono parlare con entusiasmo di iniziative finanziate dall’Unione, che si tratta dei loro stessi soldi.»

Nella lucida analisi della Magli le dinamiche sottese al processo di integrazione europea risultano evidenti, ad esempio, già nel Trattato di Maastricht, un testo «per più di due terzi dedicato alle norme istituzionali dell’economia»: «L’impressione globale che si trae dalla lettura del Trattato è quella di un incredibile stupore. Sembra di trovarsi di fronte ad un progetto da libro dei sogni. Ideato e scritto, tuttavia, con la dura, concretissima e astuta abilità professionale di economisti, banchieri e sindacalisti comunisti (molto simili a quelli italiani). Il principio inespresso (ma a volte anche espresso) che lo sorregge è ben chiaro: si decide a tavolino quali risultati si vogliono raggiungere; questi risultati sono sicuramente buoni in quanto stabiliti da coloro che governano. L’altro principio inespresso, e questo perché addirittura è dato per scontato, è che i programmi decisi a tavolino dai governanti si realizzeranno con certezza in quanto i popoli sono oggetti passivi delle decisioni prese e non ci si aspetta da loro nessuna reazione se non l’obbedienza, la conformità anzi, più totale.» Insomma, «con l’Unione Europea si sta preparando la più forte delle dittature imperialistiche che i popoli abbiano mai sperimentato.»

«Il progetto europeo, con l’omologazione degli Stati e dei cittadini, è un’idea comunista. Infatti si regge, a sua giustificazione, per prima cosa su strutture economiche.» E infatti, «la morte delle nazioni è uno degli scopi dichiarati dell’Unione Europea. […] l’Unione afferma che, una volta eliminato il falso e violento assunto delle differenze nazionali, ciò che esiste sono gli Europei. »

E invece le differenze tra le diverse nazioni europee sono incolmabili: «In Europa per ora si finge (non si fa altro che fingere per costruire l’Europa) che il problema “lingua” non esista. E, naturalmente, è sufficiente mettere in atto il solito procedimento: le lingue sono tutte alla pari.»

A conclusione di quello che può apparire a prima vista un testo visionario, la lucida ammissione che lo conclude è che «nel modo con il quale fino ad oggi è stata propagandata e accettata l’Unione Europea è facilmente riconoscibile l’inerzia di fronte all’invisibilità di ciò che è ovvio. Combattere contro “l’ovvio” è una battaglia al tempo stesso assurda, per l’evidenza di ciò che dice, e disperata per la sua inutilità.»

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