C’è un momento, in ogni racconto di Andrea Pietro Ravani, in cui la realtà comincia a scricchiolare. Una fessura si apre nel quotidiano e da lì comincia a filtrare qualcosa: pensieri ossessivi, paure deformanti, visioni che mettono in discussione tutte le convinzioni dei personaggi e con loro, anche quelle di chi legge. In Racconti dalla casa nel buio (Giovane Holden Edizioni, 2024), Ravani costruisce una raccolta in cui l’ordinario diventa il punto d’innesco per un progressivo sprofondamento nella mente, ogni storia è una piccola discesa in quel pozzo nero in cui abita il pensiero.Il personaggio di Karl lo Smilzo è il primo a introdurci in questa logica perturbante. Lo incontriamo seduto su una panchina, sotto un cielo plumbeo, immerso in un paesaggio urbano che sembra riflettere il suo stato d’animo. Poi inizia a vagare per il parco e a poco a poco i confini del reale cominciano a liquefarsi, come se il mondo intorno a lui perdesse consistenza. Karl si paragona ai grattacieli che lo circondano – alti, magri, sicuri di sé – poi agli alberi, altrettanto slanciati e impassibili. Il suo corpo si dissolve nel paesaggio, cercando una forma, un’identità, una rassicurante somiglianza. È il preludio all’incontro con Franz lo Scarafaggio, un chiaro omaggio a Kafka. Il dialogo tra i due è un confronto spiazzante sull’identità, sulla realtà e sull’apparenza. Karl si chiede se la realtà sia veramente quella che gli occhi suggeriscono: «quanto è modellata, costruita e addirittura tradita da nostri pensieri, pregiudizi, apprendimenti che influenzano in maniera decisiva il nostro sguardo sulle cose? Esiste una realtà oggettiva? Forse tutto non è altro che creazione del nostro spirito. Allora, ciò che vediamo è la proiezione del nostro animo, e spesso questa è un incubo piuttosto che un sogno».
Ravani trascrive sulla pagina il pensiero mentre accade. Karl stesso si presenta come uno che «si lascia ingannare dal pregiudizio dell’evidenza» eppure davanti a lui c’è un enorme scarafaggio parlante. La contraddizione è il cuore pulsante di questi racconti. Non si tratta di allucinazioni fini a sé stesse, ma di spunti per riflettere sullo sfasamento tra ciò che vediamo e ciò che siamo. Karl e Franz si interrogano sull’illusione del libero arbitrio: «siamo delle marionette prive di volontà, costrette a recitare una farsa, atroce e crudele». E ancora, quanto conta quello che gli altri pensano di noi? Quanto ci modella nella visione che abbiamo di noi stessi? I personaggi di Ravani sono accomunati da una sensibilità estrema, che loro stessi non riescono a sopportare. Insieme a Franz, anche Karl vive in un universo dominato dal dettaglio, dove ogni minimo segnale viene amplificato fino a diventare insostenibile: «viveva in un universo fatto di dettagli che si ingigantivano e gli riempivano la testa fino a farla scoppiare».
Ma non è solo la sensibilità esasperata a dominare questi racconti. In molte storie, la paura – spesso irrazionale – diventa il vero motore dell’azione. È il buio, più di ogni altro elemento, a rappresentare l’ignoto, l’incomprensibile, l’assurdo. Un passaggio in particolare, tratto dal ricordo d’infanzia di uno dei personaggi, ne sintetizza tutta la potenza simbolica: «Esitavo sulla soglia della penombra polverosa che alludeva a una bestia assurda, senza forma e illimitata. Misuravo a lungo la distanza che mi separava dall’interruttore più vicino, poi mi gettavo braccia in avanti su quella salvezza di luce elettrica». Qui il buio si configura come una proiezione del timore che paralizza il nostro agire. È l’incertezza che deforma la percezione e ci spinge a scattare, a fuggire.
Altro protagonista emblematico è Carlo Manovale. Il suo nome coincide con la sua funzione: è la personificazione di una vita spesa nel lavoro, nella fatica, senza scopo visibile. La sua solitudine è il buio che lo accompagna. Lavora, ma non sa per chi, non si chiede “perché”, perché nessuno glielo ha mai chiesto. È un uomo di poche parole, che vive una forma di esistenza quasi meccanica, ciclica in cui il senso sembra evaporato da tempo.
In un altro racconto, il protagonista è in preda all’insonnia e a un pensiero martellante, che invade ogni gesto. «Ho chiuso gli occhi forte, più che potevo, ho implorato che il sonno mi rapisse in fretta. Desidero unicamente riposare, non aver coscienza di nulla, ma non ci riesco, se non a tratti». Il corpo non risponde più, la coscienza è un nemico interno. Ogni cosa è percepita come inutile: «tutto è una perdita di tempo, che maschera il disagio di vivere». Ravani dà voce a una generazione che ha smarrito il senso dell’agire, ma continua a muoversi per inerzia.
Una delle riflessioni più visionarie della raccolta riguarda proprio la separazione tra corpo e coscienza, tra presenza fisica e identità: «Dove andiamo nel sonno e da cosa fuggiamo? Il corpo dove è mentre dormo? Se io sono quel corpo e quel corpo lo vivo nel sogno, al risveglio dove sono stato? […] Non sono il corpo ma lo sguardo; il palcoscenico della mente, il cui retroscena è celato da spesse tende scure, sinistre nel loro imperioso nascondere». Questo paesaggio interiore è il vero scenario in cui si muovono i racconti. Non c’è trama nel senso tradizionale del termine: c’è uno stato d’animo, uno scivolamento, un pensiero che inizia e trascina tutto con sé. Ogni racconto si muove con un ritmo interno serrato, senza pause rassicuranti. Le immagini si sovrappongono, i pensieri si accavallano, creando un effetto quasi ipnotico. Ravani ha una voce matura, capace di reggere riflessioni complesse senza mai risultare compiaciuta.
Racconti dalla casa nel buio è un’opera che non cerca consensi facili. Non consola ma mette il lettore davanti alla sua stessa vulnerabilità, come in uno specchio deformante in cui ogni certezza si sgretola. Eppure, proprio in questo risiede la sua forza: nella capacità di farci sentire ciò che solitamente evitiamo. È un libro che si insinua sotto la pelle, che spinge a interrogarsi anche dopo la lettura, che ci ricorda che il buio, forse, non è un luogo esterno da evitare ma la stanza in cui da sempre abitiamo.
Giorgia Carta
L’Autore
Andrea Pietro Ravani è nato il 25 gennaio 1966 a Locarno, Svizzera. Qui si è diplomato e ha conseguito la patente di abilitazione all’insegnamento nella scuola elementare. Dal 1988 alla fine del 1991 ha vissuto in Togo, Africa, lavorando come musicista in un gruppo locale di musica reggae. Ritornato in patria, nel Cantone Friburgo, si laurea in filosofia antica, medioevale e scienze delle religioni e contemporaneamente frequenta il conservatorio studiando chitarra e teoria della musica jazz. Fonda un gruppo musicale, “Le Brave Madri”, con il quale si esibisce interpretando canzoni scritte e composte da lui stesso. Nel 2009 rientra in Ticino, dove continua a esercitare la professione di educatore iniziata qualche anno prima. Nel 2019 consegue il diploma in Counseling professionale generativo. È sposato e ha una figlia. Scrive poesie e racconti, legge molto, compone musica, si diletta di fotografia. Ha pubblicato: Gli occhi della memoria (Montedit, 2003); io, Dio e gli altri (Montedit, 2011).




