“Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”

Il loro grido è la mia voce. Poesie da GazaIl loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza
AA. VV.
a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti
traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh
traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni
Fazi Editore

«Cosa significa fare poesia a Gaza? Le poesie palestinesi che qui suggeriamo al pubblico italiano, in larga parte scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, risultano accomunate da una caratteristica: tutte costituiscono l’esito di una letteratura selvaggia. Perché selvaggia? Perché fraintesa, degradata, misconosciuta o, più colpevolmente, ignorata.

Ilan Pappé ha ricordato una volta quella domanda elementare che Edward Said rivolse ad Amos Oz nel corso di un confronto politico. Said – esule prima in Egitto e poi negli Stati Uniti – aveva domandato il nome di un filosofo o uno scrittore arabo e palestinese, ma a quell’interrogativo il letterato israeliano ammetteva di non avere risposte. Beninteso, non perché non esistessero scrittori e filosofi palestinesi quanto perché, già allora, sistematicamente ignorati. I palestinesi erano – e sono tuttora – vittime di un’apartheid talmente radicata da essere esclusi anche dall’essenziale dimensione poetica. […]

Nei versi abbandonati ritroviamo i semi di una violenza radicale, intenzionale, istruita e diffusa. A tale brutalità la poesia risponde come può, con la sua unica altra voce, per ritornare ferita alla sua casa. La casa è la misura della loro letteratura, dimensione della stessa mancanza. Occorre qui ricordare che il sostantivo arabo baīt (come l’ebraico bayt) significa, al tempo stesso, il verso poetico e la casa. E proprio la casa si mostra quale prima ossessione: prigione nella prigione. Tra le mura di Gaza si avverte l’insinuarsi neoplastico dei droni comandati a distanza, si distingue – come un grido acuto – quello scarto tra la vita e la morte. Quasi a riscrivere un passo dei Vangeli, in una casa di Gaza a sera, tutti spezzano il pane perché sanno che quella, forse, è la loro ultima cena. Tra le loro sante pareti non c’è mai stata libertà; del resto, vivono rinchiusi in un muro gigantesco che il mondo democratico innalza e di nuovo dimentica. Tra gli abitanti di Gaza – come tra le loro poesie – non sarà difficile incontrare chi ha vissuto senza essere uscito dalle mura di quella prigione. Tale incubo abita queste pagine, in cui le parole equivoche, utilizzate ogni giorno, vengono ripulite del ridicolo. «La libertà per cui moriamo», appunta il ventenne Haidar al-Ghazali, «non l’abbiamo mai sentita». Il muro è allora l’argine tra una certa normalità e la follia, tra Gaza e Israele. Quel valico che contrassegna il passaggio dell’acqua: il limite tra la salvezza e la dannazione. Scriveva, già nel 1965, il poeta della protesta palestinese Tawfiq Ziyad: «Resteremo, come un muro sul vostro petto […] e scriveremo poesie». […]

Fare poesia a Gaza vuol dire farla – nell’impossibilità di un luogo – in ogni luogo possibile. Per questa ragione, gran parte dei testi che presentiamo è stata pubblicata in rete, per essere tradotta e diffusa. La continua difficoltà di prendere contatti con gli scrittori gazawi ha rivelato un drammatico paradosso. Mentre tutto il mondo crede di sapere cosa avviene dentro la Striscia, avere rapporti con l’esterno, a Gaza, non è un fatto scontato. Per quanto riguarda questa raccolta, non è stato semplice stabilire e mantenere un contatto con gli autori. Ciò basta, crediamo, per comprendere la necessità e quindi l’urgenza che ognuno di loro ha dovuto trasmettere. […]

Chi, da laggiù, trova ancora la forza di tenere una penna tra le dita merita tutta la nostra attenzione. Leggere le loro poesie ci basterebbe, forse, a percorrere i pochi chilometri che dividono Tel Aviv da Gaza, l’acqua dalla sete, la salute dalla malattia: quante radici dovremo ancora estirpare prima di ripensare alla mostruosità di costruire villette a schiera dove battono cuori palestinesi?

Tuttavia, per i poeti che scrivono da Gaza sembra non ci sia tempo neppure per l’odio. Quanto raccontano Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer non somiglia affatto a una guerra. La morte non si trova in trincea ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica. Così, tra le loro pagine non troveremo soldati ma proiettili, non volti spietati ma bagliore di razzi: nella distruzione più totale anche l’immagine del nemico sembra disperdersi. Questi versi mostrano di non applicarsi alla morte, di non essere distruttivi, perché l’unica precisione a cui ambiscono – la caratteristica delle poesie che presentiamo – è la loro viva immediatezza, il loro essere testimonianze provvidenziali: innocenti e immediate, forse anche meno precise di ogni proiettile sparato sulla schiena di Alaa Abu Aasi. Questo libro è dedicato a lei, ai tanti bambini che incontreremo tra le poesie, morti. Al deserto che la Palestina non è mai stata – sebbene vi sia violentemente ricondotta.»