“Studiare i media” a cura di Gabriele Balbi, Francesca Comunello, Francesca Pasquali e Michele Sorice

Studiare i media, Gabriele Balbi, Francesca Comunello, Francesca Pasquali, Michele SoriceStudiare i media. Prospettive disciplinari e parole chiave
a cura di Gabriele Balbi, Francesca Comunello, Francesca Pasquali e Michele Sorice
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«Questo libro si propone come un “companion” sui media studies. Un “companion” è – per definizione – un libro che ne accompagna altri, aprendo prospettive e, dove possibile, cercando di offrire traiettorie innovative di ricerca. Non una mera antologia, non un glossario enciclopedico e nemmeno un’opera collettanea; è un lavoro scritto da studiose e studiosi che, pur nella diversità delle radici disciplinari e dei metodi di ricerca, si sforzano di produrre un lavoro coordinato e coerente. […]

A chi lavora da tempo nel settore dei media e della comunicazione non sarà sfuggito il richiamo nel titolo a un notissimo libro di Roger Silverstone che già nel 1999 si chiedeva perchè studiare i media (Why Study the Media? era il titolo originario). Naturalmente si trattava di un panorama mediale molto diverso da quello contemporaneo, in cui molto spesso il termine “media” si limitava a essere utilizzato per giornali, radio e soprattutto televisione. Alcune questioni sono invece persistenti e già trovarono spazio nel libro di Silverstone: solo per fare alcuni esempi, si pensi al ruolo della tecnologia, alla rappresentazione e costruzione sociale attraverso i media, alla dimensione politica della mediatizzazione (o meglio, come tradotto in italiano all’epoca, della medialità), infine al richiamo più che mai attuale verso un senso di responsabilità nell’uso della comunicazione e dei media. Ma perchè un companion sui media studies? Le ragioni sono molte, ma le prime risiedono senza dubbio nella natura articolata, complessa e fondamentalmente frammentaria degli studi sulla comunicazione. Non è un caso che i corsi di laurea in Scienze della comunicazione siano nati e si siano sviluppati – e non solo in Italia – come luoghi di incontro fra saperi, teorie, pratiche e metodi di ricerca. Una frammentarietà non casuale ma frutto di una scelta precisa; in parte, obbligata dalla molteplicità delle tradizioni di studio che insistono nell’area della comunicazione; in altra parte risultato “politico” del superamento delle vetuste (e inutili) discussioni accademiche del passato (si pensi alla noiosa polemica fra fautori dei metodi qualitativi e tifosi di quelli quantitativi, a fronte dei nuovi approcci che impongono uno sguardo comprendente e ampio). Nel progettare il companion, abbiamo tentato di abbracciare la complessità del nostro campo di studi, senza sterili tentativi di linearizzazione della stessa, ma accogliendo la molteplicità delle prospettive e delle traiettorie di ricerca che caratterizzano, oggi ancor più che in passato, i media studies. Per questo, l’ordine delle voci, imposto dalla struttura di un volume cartaceo, non presuppone alcuna prevalenza di una prospettiva teorico-interpretativa sull’altra, ma rappresenta, piuttosto, un inevitabile e provvisorio dispositivo di organizzazione di contenuti le cui interrelazioni sarebbero più facilmente articolate da un dispositivo ipertestuale.

D’altra parte, la stessa espressione “media studies” può risultare ambigua, sebbene oggi comunemente accettata come etichetta-ombrello al cui interno ricadono diversi ambiti di ricerca e di pratiche, persino a dispetto di un’epoca che, per molte ragioni, può essere ridefinita come quella della “post-medialità”.

Non è un caso che per un lungo periodo la distinzione fra “communication studies” e “media studies” sia stata percepita come netta e poi superata – parzialmente – solo grazie ai cultural studies britannici, al cui interno si è preferita spesso l’espressione “media and communication studies”: non un trucco linguistico né una logica di addizione ma l’espressione di una necessità, quella di evitare confini troppo marcati fra media e comunicazione.

Lo sviluppo degli ecosistemi digitali ha costretto le studiose, gli studiosi, ma anche la politica e gli operatori dei media a un nuovo confronto con i termini. E se gli ecosistemi digitali sono certamente post-mediali, è altrettanto vero che le logiche di potere (politico ed economico) che li attraversano evidenziano l’esistenza ancora forte di apparati sociotecnici e di regole economiche.

Elementi che ci riportano alla “materialità” della comunicazione e dei suoi ambienti, alle logiche di sfruttamento del lavoro (nelle sue diverse forme) che persistono e si aggravano, mettendo in evidenza il disallineamento fra chi controlla i “media” (o comunque li si voglia chiamare) e chi li usa e/o li subisce.

Nella realtà del capitalismo contemporaneo – non a caso etichettato come “digitale” – il paradosso dell’esistenza materiale dei media in un’architettura post-mediale appare così in tutta la sua evidenza.

Ecco allora la scelta di continuare a lavorare sui media studies (con tutte le avvertenze del caso) e forse non è casuale che in questo libro non ci sia una voce “media studies”, né una definizione unitaria del campo di studi, perché essa promana dalla relazione armonica e al tempo stesso conflittuale delle diverse “voci” che lo compongono.

Negli ultimi anni, gli studi sulla comunicazione sono profondamente mutati. Non solo perché sono cambiati in maniera rapidissima le logiche, le tecnologie, i meccanismi di distribuzione e gli stili di consumo dei prodotti culturali e comunicativi, ma anche perché la ricerca ha avviato una profonda riflessione sui metodi e sugli oggetti di studio, oltre che sui confini stessi dei media studies, nonché un’ormai inevitabile rivisitazione di teorie “classiche” accanto all’applicazione di approcci teorici e metodologici nuovi.

L’emersione e lo sviluppo delle piattaforme – termine affascinante ma ambiguo e fondamentalmente polisemantico – hanno contribuito a trasformare l’ecosistema comunicativo e, con esso, la sfera pubblica (e la sua stessa teorizzazione). È in questo clima di trasformazione dei vecchi paradigmi scientifici ma anche di consolidamento dei media studies che nasce questo lavoro.

Come abbiamo anticipato, gli studi sui media e la comunicazione sono esplosi negli ultimi decenni e hanno anche “colonizzato” altri settori che prima erano rigidamente separati. Per questa ragione, scegliere quali prospettive disciplinari e parole chiave inserire in questo companion è stata un’operazione complessa, dolorosa e inevitabilmente parziale. Complessa perché abbiamo provato a fare ordine nell’esplosione disordinata di questo campo di studi (i media studies appunto) di cui abbiamo già detto, cercando di individuare gli argomenti più rilevanti oggi e in parte scommettendo su quel che potrebbe ancora contare domani. […]

Abbiamo operato, infatti, delle scelte con alcuni criteri evidentemente razionali e spiegabili. Abbiamo dato una preferenza alle prospettive e alle parole chiave che hanno una maggiore rilevanza oggi nel dibattito accademico, ma anche in quello sociale e culturale italiano. In questo senso, però, abbiamo sempre considerato il dibattito internazionale, cercando di portare anche in Italia e in italiano alcuni dei temi più discussi nelle conferenze, nelle riviste, nei libri che vengono pubblicati a livello internazionale, in genere in inglese (ogni riferimento alla critica di questo approccio inglese-centrico dei media studies è puramente voluto). Abbiamo dato una preferenza alle voci legate all’ecosistema digitale oppure a voci più “storiche” e trasversali in cui però la digitalizzazione sta attuando un lento processo di trasformazione. […]

In primo luogo, a partire dalla conformazione più classica dei media studies, alcune voci mettono in luce come la digitalizzazione abbia messo in tensione la triade produzione-testo-consumo, modificando il modo in cui i contenuti sono prodotti, distribuiti e fruiti nell’ecosistema comunicativo contemporaneo, ed estendendo l’esperienza mediale al di fuori degli apparati sociotecnici che il Novecento ci aveva consegnato come “media”.

Un secondo blocco di voci esplora, invece, come lo sviluppo degli ecosistemi digitali si leghi a una più ampia serie di trasformazioni sociali che investono il nostro modo di stare nel mondo. Fra i tanti filoni di trasformazione ne citiamo tre che aggregano diverse voci: le nuove forme della relazione sociale, con l’emersione sempre più estesa e problematica di quella fra attori umani e non umani; le riarticolazioni della sfera pubblica e dell’informazione e delle modalità di legittimazione/esclusione dei regimi discorsivi e delle soggettività; i temi, infine, dell’inclusività e della sostenibilità della sfera comunicativa contemporanea.»