“Studiare latino all’università” di Andrea Cucchiarelli e Francesco Ursini

Prof.ri Andrea Cucchiarelli e Francesco Ursini, Voi siete autori del libro Studiare latino all’università, edito da Carocci: quale discontinuità esiste tra lo studio scolastico e quello universitario del latino?
Studiare latino all’università, Andrea Cucchiarelli, Francesco UrsiniLa questione della discontinuità tra i due livelli di studio, scolastico e universitario, è molto evidente e di importanza centrale.

Questo è vero ad un primo livello, più ovvio, perché molti studenti che a scuola “non hanno mai fatto latino” (questa è una frase ricorrente, che sentiamo spesso pronunciare dagli iscritti ai nostri Corsi di Studio, soprattutto di Lettere moderne o Archeologia) si trovano a doverlo studiare all’università. È innegabile che molto in questo caso è lasciato alla buona volontà e all’impegno individuale, come del resto ci si può aspettare da studenti ormai nella fase adulta della loro esistenza. In tutto il mondo, del resto, anche in percorsi formativi che portano alla specializzazione nelle lingue antiche, è previsto che si possa cominciare a studiare il latino, partendo da zero, all’università: uno studente di 19 o 20 anni è in un’età estremamente ricettiva e può rapidamente, se si impegna, raggiungere un livello di conoscenza del latino più che buono, anche eccellente!

In sostanza non molto diversa è la condizione di chi, pur frequentando un liceo, ha studiato il latino in modo non soddisfacente: questo può avvenire per le ragioni più svariate, che è inutile stare ad elencare. Tra queste (troppo facile dare la colpa alla scuola, ai professori, alle riforme, ai governi…) anche magari lo scarso interesse dello studente, che in una prima fase non ha consolidato le basi linguistiche del latino e poi, per esempio studiando gli autori, si è appassionato o quanto meno interessato al latino e al mondo antico (o ancor più in generale alle lettere), tanto da decidere di iscriversi ad un corso di laurea umanistico.

Per rispondere a tutte queste tipologie di richieste, che vanno dalla formazione di base al consolidamento di conoscenze non soddisfacenti, l’università si è attrezzata da tempo, con moduli di insegnamento propedeutici, laboratori, esercitazioni. E, appunto, il nostro volume si inserisce esattamente in questo contesto: è uno strumento che vuole aiutare studenti e docenti a raggiungere un livello ottimale per gli studi di lingua e letteratura latina (ricordiamo che la conoscenza del latino, cioè lo studio dei testi in originale, è obbligatoria per legge per l’acquisizione di crediti nel settore disciplinare).

Naturalmente, Studiare latino all’università non fornisce la grammatica normativa di base, per la quale sono a disposizione moltissimi strumenti, anche sintetici ed essenziali (e al contempo molto affidabili). Però anche lo studente universitario che, per fare un esempio, debba studiarsi le coniugazioni verbali partendo da zero può utilmente affiancare alla grammatica normativa il nostro volume, che gli fornisce una linea, di fatto un programma, cui attenersi per recuperare le nozioni di base. Per gli studenti che invece “abbiano fatto latino” a scuola, ma che abbiano bisogno di rafforzare le proprie conoscenze, Studiare latino all’università è un supporto utile per ripassare le nozioni fondamentali aggiungendo una visione più scientifica e articolata della materia. Infine, gli studenti che hanno una buona conoscenza di base della storia e della letteratura latina troveranno nel volume un “compagno” che potrà avviarli alle conoscenze più avanzate e tecniche, fino in prospettiva ad una tesi in lingua e letteratura latina di primo o anche di secondo livello all’interno di un Corso di studi magistrale di indirizzo classico-antichistico (oppure, eventualità tutt’altro che rara, modernistico).

Questo per il primo livello della questione, ma ce n’è almeno un secondo, quando si parla di discontinuità e differenze tra la scuola e l’università. Uno dei problemi che dobbiamo affrontare sta nel fatto che questa differenza, paradossalmente, non sia così netta come in passato. Fino grosso modo alla fine degli anni Novanta, nei licei classici e, in una modalità ridotta ma analoga, nelle altre scuole che prevedevano l’insegnamento del latino, si insisteva molto su una conoscenza grammaticale della lingua: lo studio, se si vuole, era molto “umile” (nella prospettiva di una visione scientifica più avanzata) ma, anche tramite molta esercitazione di traduzione e lavoro mnemonico, portava a conoscere in modo solido la grammatica normativa. Qualche piccola nozione fornita nelle note dei manuali o, talvolta, qualche occasionale accenno dei professori, lasciavano intuire che ci fossero livelli più avanzati e sofisticati di conoscenza non solo della lingua latina, ma anche della storia, della letteratura, della filologia. Abbastanza per incuriosire e accendere il desiderio negli studenti interessati che, se si iscrivevano a Lettere classiche (e, in misura minore ma comunque notevole, a Lettere moderne), scoprivano il mondo della glottologia, della linguistica storica, della filologia, della stilistica, e anche dell’antropologia o, come li chiamiamo oggi, degli studi di ricezione (all’epoca si parlava soprattutto di “fortuna dell’antico” o di “letterature comparate”). Nel nostro mondo così ansioso del “tutto e subito” i libri del liceo, i programmi, i professori (forse non sempre convintamente) si trovano a somministrare a studenti giovanissimi nozioni estremamente sofisticate, rischiando di confondere, più che chiarire. Insomma, è un dato di fatto: gli studenti che arrivano all’università hanno spesso incertezze sulle coniugazioni, faticano a riconoscere un pronome, esitano sulla consecutio temporum, non hanno pratica nel tradurre (nonostante il proliferare dei certamina che comunque interessano un numero assai ridotto di studenti), ma già hanno sentito parlare di indoeuropeistica, di vari concetti e nozioni sofisticate, quel tanto da non avere il “brivido” della scoperta che dovrebbe animare le aule universitarie. Per quanto possibile, con il nostro volume abbiamo cercato di stimolare negli studenti quel senso di nuovi orizzonti che è importante per lo studente universitario: la discontinuità ci deve essere, è indispensabile anzi. Tanto più per una facoltà umanistica, è importante che lo studente si senta di poter dire (perché no, con un pizzico di meraviglia e magari orgoglio): “Qui siamo all’università”.

Quali differenze concernono invece lo studio della storia della letteratura latina?
Lo studio universitario della letteratura latina presuppone la consapevolezza di vari aspetti che non sono sempre necessariamente trascurati nell’insegnamento scolastico, ma che certamente lo sono, almeno per la nostra esperienza, nella maggior parte dei casi. Sono aspetti che riguardano innanzitutto la storia dei testi e di come sono giunti fino a noi, dunque lo studio filologico della tradizione manoscritta e il confronto tra le diverse edizioni a stampa: una delle prime cose che cerchiamo di far capire agli studenti di primo anno è proprio che il testo che noi leggiamo non è, come accade di regola per la produzione letteraria contemporanea, quello uscito dalla penna dell’autore, ma un testo che nel corso dei secoli è stato oggetto di innumerevoli guasti e del quale è impossibile ripristinare con certezza la forma originaria, per cui, quando leggiamo un’edizione moderna, ci stiamo in realtà affidando alle scelte testuali che ha compiuto l’editore di quella specifica edizione. Acquisire consapevolezza di questo aspetto è sicuramente il presupposto dello studio universitario dei testi latini (e antichi in generale).

C’è poi una serie di altre discipline e metodologie con le quali è importante familiarizzare, dai protocolli che è necessario adottare per una corretta interpretazione del testo letterario a tutto quanto afferisce agli studi di ricezione, per citare soltanto alcuni degli ambiti più importanti, sui quali abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione nel nostro libro. Ma si potrebbero aggiungere ad esempio l’approccio storicistico, quello antropologico, la narratologia e la psicanalisi, e così via: tutti ambiti con i quali gli studenti, in particolare coloro che decideranno di seguire un curriculum classico, verranno poi direttamente in contatto e tra i quali sceglieranno quelli di maggior interesse per ciascuno di loro. Tutto questo si traduce in un modo di leggere e analizzare i singoli testi che – pur senza essere qualcosa di completamente diverso dal modo in cui vengono letti al liceo – si traduce in un’operazione ermeneutica e interpretativa enormemente più profonda e sfaccettata. Come dicevamo prima, anzi, è bene far “arrivare” agli studenti un senso di novità, nonostante le molte (forse troppe) anticipazioni della scuola superiore (ci riferiamo soprattutto al liceo classico, naturalmente).

Un aspetto specifico, certo tra i più importanti, è poi quello della metrica, che ormai in molte scuole – per quanto almeno ci risulta – non si insegna più (benché, forse, senza valide ragioni, ma questo è un altro discorso). Certamente in ambito universitario è fondamentale acquisire una completa padronanza almeno delle più importanti e frequenti strutture metriche (l’esametro, il distico elegiaco, il senario giambico, le principali strofi liriche), e per questo abbiamo dedicato un ampio e dettagliato paragrafo a tale argomento, con attenzione anche agli aspetti ‘pratici’, fornendo cioè una serie di indicazioni su come imparare a leggere correttamente in metrica.

In che modo i mutamenti socioculturali in atto si riverberano nell’ambito degli studi umanistici e, in particolare, nello studio del latino?
È una domanda complessa e per dare una risposta esauriente bisognerebbe prendere in considerazione molti aspetti diversi. Un fenomeno su cui vale la pena riflettere è, innanzitutto, l’impatto delle nuove tecnologie sulla didattica del latino: se i nuovi strumenti costituiscono un utile, anzi ormai indispensabile ausilio nell’attività di ricerca – tanto che abbiamo dedicato ad essi ampio spazio nel terzo capitolo del nostro libro, che presenta proprio gli “strumenti” della ricerca, compresi, dunque, quelli informatici –, diverso è il discorso da fare per la didattica, in particolare (ma non solo) liceale: se l’intelligenza artificiale è in grado di tradurre autonomamente il testo di una versione, ha ancora senso l’esercizio del tradurre? O non è invece preferibile, come peraltro viene proposto già da molti anni, ripensare alla radice il modo in cui far confrontare gli studenti con i testi antichi?

Noi pensiamo che la pratica della traduzione rimanga un elemento imprescindibile della formazione classica, non tanto perché “insegni a ragionare” (per quello ci sono tante alternative, come la matematica o il coding) o perché induca a confrontarsi con una cultura linguistica lontana dalla nostra (un beneficio, questo, che si può ottenere anche traducendo dall’arabo o dal cinese), ma perché tradurre in prima persona è l’unico modo per comprendere appieno il testo in tutti i suoi aspetti anche formali e in tutte le sue sfumature di senso.

A questo punto, però, un’altra obiezione potrebbe sorgere spontanea (e con questo arriviamo in effetti alla questione cruciale): sì, d’accordo, ma perché mai dovremmo sforzarci così tanto per riuscire a leggere e a comprendere testi vecchi di duemila anni? Sempre più persone oggi non trovano motivazioni sufficienti e infatti le iscrizioni al liceo classico sono drammaticamente in calo rispetto ad appena alcuni anni fa (siamo attualmente poco sopra il 5% del totale degli iscritti alle scuole superiori). In tale contesto diventa di vitale importanza riuscire a far capire agli studenti, alle famiglie e alla società tutta il senso e l’importanza degli studi classici (e in generale umanistici), e in questo anche la didattica universitaria deve fare la sua parte, visto che l’insegnamento scolastico è lo sbocco naturale – benché, ovviamente, non l’unico – per la maggior parte dei nostri laureati.

La sfida per il futuro dei nostri corsi sarà proprio quella di mantenere alto il livello di approfondimento specialistico e rigore scientifico – dal momento che essi devono formare non soltanto i futuri insegnanti, ma anche i futuri ricercatori –, senza però aver paura di aprirsi a tematiche di interesse più generale e al confronto con le principali istanze della cultura e della società contemporanea. In concreto, questo significa non limitarsi alla ricostruzione filologica e a un’interpretazione, per così dire, asettica dei testi antichi, ma interrogarsi costantemente, quanto meno nei corsi a carattere meno specialistico (quale può essere, appunto, l’esame di letteratura latina rispetto a un esame come paleografia o papirologia), sul senso che quei testi hanno avuto nella loro epoca, poi nel corso delle epoche successive, dall’alto Medioevo al Novecento, e infine sul modo nel quale sono letti dai nostri contemporanei.

Un’analisi di questo tipo ci può rivelare molto della letteratura e della cultura del passato, ma acquisisce anche un’immediata ed evidente rilevanza nel dibattito attuale: gli esempi potrebbero essere infiniti, ma pensiamo soltanto alla possibilità di indicare nell’Eneide di Virgilio, il poema polifonico che dà voce e legittimità alle ragioni degli antagonisti e dei vinti, un modello alternativo alla visione polarizzata del confronto delle idee così caratteristica dei nostri tempi (anche a causa della ben nota tendenza dei social network a creare delle ‘bolle’ nelle quali ci si confronta soltanto con chi la pensa allo stesso modo); o pensiamo alla suggestione di scorgere nelle Metamorfosi di Ovidio, il poema che racconta il mutare di tutte le forme dell’esistente, un rispecchiamento, nel bene e nel male, della «società dell’incertezza» e della «modernità liquida».

Ma, prima ancora, crediamo sia essenziale continuare a ribadire che conoscere i testi classici significa comprendere meglio la nostra identità di individui e di comunità: non perché dobbiamo rispecchiarci negli autori antichi annullando le differenze oppure per indicare in loro dei modelli da imitare. In tempi di cancel culture e di radicale (e di per sé legittima) messa in discussione dei valori del passato, anzi, noi per primi dobbiamo affermare chiaramente che è possibile, e spesso anche giusto, ‘criticare’ gli autori e i testi antichi; però bisogna, appunto, conoscerli, esattamente come bisogna conoscere gli avvenimenti storici e il patrimonio artistico-monumentale.

In un mondo che si trasforma sempre più rapidamente, anche la didattica delle lingue e delle letterature classiche richiede, dunque, uno sforzo di aggiornamento: è quello che ci siamo riproposti con il nostro libro, che speriamo possa essere utile, da un lato, agli studenti e contribuire, dall’altro, a una riflessione più ampia sull’insegnamento universitario – ma anche, indirettamente, scolastico – del latino.

Andrea Cucchiarelli insegna Letteratura latina alla Sapienza. Ha pubblicato articoli e note testuali su Lucrezio, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, Stazio, Petronio. È autore di sei volumi: La satira e il poeta. Orazio tra Epodi e Sermones (2001); La veglia di Venere-Pervigilium Veneris (2003); Virgilio, Le Bucoliche (2012); Orazio, L’esperienza delle cose (2015); Orazio, Epistole libro I (2019); Virgil’s Eclogues (2023; versione inglese, aggiornata e accresciuta del commento in italiano del 2012). Sta al momento lavorando ad una raccolta di suoi saggi su Petronio.

Francesco Ursini insegna Letteratura Latina alla Sapienza, dove è attualmente vicepresidente dell’Area Didattica di Lettere Classiche e coordinatore del Corso di Studi in Classics. È inoltre presidente della Delegazione di Roma dell’Associazione Italiana di Cultura Classica. Si è occupato di Ovidio, di poesia pseudoepigrafa e della fortuna del classico, ed è autore del corso di Letteratura Latina per i licei Tua vivit imago (Treccani-Giunti T.V.P.). Il suo ultimo libro, in uscita in questi giorni, è un commento al terzo libro dei Fasti di Ovidio (Le Monnier).