No, direi proprio di no. La proprietà delle cose è un concetto antico quanto l’uomo e non penso che essa sia destinata a svanire nel prossimo futuro. Ci saranno sempre persone che avranno tutto l’interesse a possedere beni materiali e immateriali a titolo esclusivo e a voler guadagnare dall’affitto di questi ultimi ad altre persone. “L’uomo senza proprietà” di cui parlo nel mio libro è, nello specifico, un utilizzatore abituale di oggetti digitali – smart speaker, televisioni smart, elettrodomestici connessi alla Rete, ebook, piattaforme di streaming, solo per citare alcuni esempi – che non può tuttavia mai possedere a titolo definitivo. La proprietà intellettuale del software che fa “funzionare” questi oggetti rimane infatti saldamente nelle mani delle aziende che li hanno prodotti, e questo comporta tutta una serie di limitazioni alle possibilità d’uso degli oggetti stessi: limiti all’utilizzo, alla rivendita, alla riparazione, all’accesso illimitato, alla condivisione con altri e alla trasmissione ereditaria.Un esempio, tra quelli citati nel libro, riguarda il mondo della musica: se un tempo eravamo abituati a possedere a titolo definitivo cd e musicassette dei nostri artisti preferiti, ora dobbiamo pagare un abbonamento mensile a Spotify, YouTube Music o Apple Music per poter ascoltare le loro canzoni. Non possiamo tuttavia condividere liberamente l’accesso al nostro account con chiunque, non possiamo più “regalare” gli album ma solamente condividere un link con altri utenti iscritti al medesimo servizio, non possiamo continuare ad ascoltare le nostre canzoni preferite in assenza di un abbonamento o di un account attivo. Dobbiamo pagare, pagare continuamente, anche solo per riascoltare quelle poche canzoni che vorremmo avere sempre a portata di mano. Ma che proprietà è quella in cui non è possibile fare ciò che si vuole, liberamente, con le proprie “cose”? L’uomo senza proprietà paga per avere il diritto di poter accedere alle cose, ma sta perdendo progressivamente il diritto di poterne godere a titolo esclusivo e perpetuo.
In che modo il digitale ha cambiato radicalmente il rapporto dell’uomo con gli strumenti di uso quotidiano?
Gli oggetti digitali sono oggetti solo apparentemente simili a quelli tradizionali, ma nella sostanza ci impongono di cambiare radicalmente il nostro modo di rapportarci a essi.
Per poterli utilizzare dobbiamo sottoscrivere un abbonamento, o anche quando è sufficiente un solo pagamento iniziale dobbiamo comunque rispettare dei termini e condizioni d’uso che limitano fortemente le nostre possibilità di manipolazione, riparazione, rivendita, regalo, prestito e condivisione. Un ebook non può essere prestato allo stesso modo di un libro, una televisione o un frigorifero smart non possono essere riparati allo stesso modo di una televisione o un frigorifero analogici, e la stessa cosa si può dire per ogni altro bene digitale, materiale o immateriale che sia. Gli oggetti digitali sono inoltre dotati della capacità di ascoltarci, di vederci, di “sentire” la nostra presenza e di muoversi e agire di conseguenza, in base alle loro funzionalità. Ma questa capacità di percezione li porta ad accumulare parecchi dati su di noi, anche contro la nostra volontà, soprattutto quando l’utilizzo di questi sensori è condizione indispensabile per il loro corretto funzionamento. Infine, ogni funzionalità di un oggetto digitale può diventare – anche a distanza di tempo – a pagamento per l’utente, con la conseguenza che nulla di ciò che utilizziamo gratuitamente resterà tale nel prossimo futuro.
Ogni oggetto connesso mantiene quindi un legame di dipendenza dal suo produttore: perché quest’ultimo vuole sapere in che modo l’oggetto è utilizzato per poter migliorare le successive versioni del suo software, perché in questo modo è possibile imporre ulteriori abbonamenti e condizioni aggiuntive rispetto a quelle previste inizialmente, e perché gli oggetti digitali hanno bisogno di ricevere continui aggiornamenti per poter funzionare nelle migliori condizioni possibili di sicurezza. Se questo legame di dipendenza presenta indubbiamente degli aspetti positivi – gli aggiornamenti del software possono migliorare le funzionalità disponibili, gli oggetti possono essere analizzati e riparati da remoto – al tempo stesso esso può portare all’imposizione di limiti anche molto stringenti alla privacy, alla sicurezza e alle libertà degli individui. Con il paradosso che noi conosciamo molto meno degli oggetti digitali di quanto essi non conoscano noi, e che siamo solo all’inizio di questo cambiamento epocale.
Nei termini di servizio di uno dei più diffusi lettori digitali al mondo, esiste una clausola che recita «il contenuto di Kindle non è venduto, ma reso accessibile su licenza»: cosa comporterà la sostituzione dei libri cartacei con quelli digitali?
Innanzitutto, vorrei premettere che la sostituzione dei libri cartacei con gli ebook è tutto fuorché un fatto compiuto, e che con ogni probabilità questa condizione di passaggio durerà ancora per diversi anni. Anche in questo caso non si può negare il fatto che gli ebook abbiano numerose caratteristiche favorevoli ai consumatori, come il costo inferiore di acquisto, la possibilità di poter essere trasportati ovunque, di poter essere acquistati con un clic e di poter essere archiviati in un numero enormemente maggiore rispetto ai limitati spazi delle nostre librerie domestiche. Al tempo stesso, il libro in formato digitale è un oggetto culturale che può essere rimosso dai nostri account in seguito a una violazione delle condizioni di utilizzo o per via del fallimento di chi ce lo ha venduto, e che impone tutta una serie di limitazioni drastiche alle possibilità di copia, riutilizzo, regalo e vendita che segnano anche in questo caso una profonda differenza rispetto al passato. Abitudini che si sono sedimentate nel corso dei millenni, come l’abitudine a prestare o regalare ciò che si è letto, rischiano di scomparire o di essere fortemente ridimensionate con l’affermarsi degli ebook, e anche in questo caso è necessario ricordare che gli e-reader (i lettori di libri digitali) sono in grado di acquisire numerosi dati e informazioni sulle abitudini, i gusti, gli interessi dei loro utilizzatori. Un esempio, tra i tanti menzionati nel mio libro, è quello di Microsoft Store per gli Ebook, che ha chiuso i battenti nel 2019 determinando la scomparsa improvvisa di migliaia di libri digitali acquistati dagli utenti e solo in seguito rimborsati. Con gli ebook entriamo in un’era in cui la biblioclastia istantanea di milioni di copie di volumi diventa, all’improvviso, una possibilità reale e alla portata di chi detiene il controllo della tecnologia.
Quali conseguenze reca l’era dello streaming?
Come è avvenuto per la musica, abbiamo assistito alla fine di un modello di consumo dei prodotti culturali basato sull’acquisto a titolo definitivo di VHS o DVD che ha lasciato spazio a un modello fondato sull’accesso temporaneo ai film dietro il pagamento di un abbonamento, o dell’accettazione di pubblicità profilate per poter vedere dei contenuti che un tempo avremmo potuto acquistare e guardare all’infinito, in piena libertà. Non si tratta, tuttavia, solo di questo: le piattaforme di streaming sono solite alterare continuamente il proprio catalogo, rimuovendo film visti da poche persone o non rinnovando gli accordi di licenza di alcuni titoli, con grande dispiacere degli appassionati. Non poter possedere un oggetto culturale a titolo definitivo comporta il venir meno del diritto di poter fruire di quell’oggetto in maniera illimitata e gratuita, ed essere perennemente soggetti alle variazioni del catalogo di chi eroga i servizi di streaming. Come qualsiasi altro oggetto digitale, inoltre, i film possono essere modificati parzialmente pur rimanendo nelle disponibilità dell’abbonato, spesso senza che questi se ne accorga o abbia la possibilità di opporsi a queste alterazioni del contenuto.
Quali sono, a Suo avviso, i limiti e le contraddizioni irrisolte del modello di consumo fondato sull’accesso destinate ad erompere in un futuro prossimo venturo?
Innumerevoli, anche se non vi è nessuna certezza che esse si manifesteranno con la stessa intensità per tutte le persone coinvolte. Il fatto di dover pagare un abbonamento per utilizzare un oggetto o un servizio connesso comporta un accumularsi delle spese quotidiane che non tutte le persone potrebbero essere in grado di sostenere all’infinito, oltre ad incrementare sensibilmente il prezzo pagato dai consumatori per compiere le medesime attività di prima. La continua estrazione di dati dagli utilizzatori durante l’utilizzo degli oggetti connessi – e anche quando questi ultimi sono in pausa, o apparentemente in condizioni di quiete – comporta inoltre dei rischi per la privacy non indifferenti, soprattutto se si tratta di dati riguardanti minori, anziani o altre persone in condizioni di fragilità che non dispongono né delle conoscenze, né della possibilità di fornire un consenso informato e consapevole. Infine, credo che sarà molto difficile accettare il fatto che le nostre memorie digitali – e per memorie intendo, in senso più ampio, tutto l’insieme di dati prodotti durante le nostre interazioni con i dispositivi, dai post social pubblicati alle canzoni ascoltate – non saranno liberamente trasmissibili in eredità ai nostri figli o nipoti. Ad oggi, il diritto di ereditare gli account di controllo degli oggetti connessi e i dati dei defunti è tutto fuorché qualcosa di garantito, e non vi è dubbio che molte persone si ritroveranno spaesate quando vorranno accedere ai dispositivi del proprio parente o amico morto e si vedranno rispondere un netto rifiuto.
Quale futuro ci riservano gli oggetti connessi?
Un futuro ad oggi molto incerto, perché mancano leggi in grado di regolamentare gli abusi maggiori e i tanti, micro-abusi che vengono compiuti ogni giorno dietro la tutela della proprietà intellettuale e la possibilità di un controllo da remoto dei dispositivi e dei servizi tecnologici. Non è neppure certo che le generazioni future assegneranno alla proprietà delle cose lo stesso valore delle generazioni del passato, mentre è probabile che molti di noi accetteranno di scambiare un quantitativo crescente di privacy, diritti di utilizzo, di riparazione, di trasmissione ereditaria in cambio di oggetti più performanti, meno costosi, più versatili dei loro precedenti analogici. In tutto questo, resta la grande incognita rappresentata da consumi energetici crescenti e dall’impatto ambientale dei materiali presenti negli oggetti connessi (basti pensare agli smartphone e ai loro ritmi ossessivi di obsolescenza e ricambio). Al tempo stesso, ritengo che la consapevolezza delle persone in merito a queste tematiche possa solo aumentare e mi auguro di portare, con il mio libro, un contributo a questa presa di coscienza.
Jacopo Franchi lavora come social media manager, è autore del sito web di informazione e cultura digitale www.umanesimodigitale.com, ha pubblicato i libri L’uomo senza proprietà. Chi possiede veramente gli oggetti digitali? (Egea Editore, 2024), Gli obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti (2021) e Solitudini Connesse. Sprofondare nei social media (2019). È membro del Digital Wellbeing Lab dell’Università Bicocca e si occupa di educazione e divulgazione digitale.




