“Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi (1968-1980)” di William Gambetta

Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi (1968-1980), William GambettaDemocrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi (1968-1980)
di William Gambetta
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Lo studio di William Gambetta, uscito nel 2010 e ripubblicato ora in una nuova edizione, se pur incentrato sulla sola fase costituente di Democrazia proletaria e sul dibattito dei gruppi dirigenti dell’estrema sinistra dell’epoca, offre uno sguardo approfondito verso un’esperienza politica che, come scrive l’Autore nella sua prefazione, mantiene «ancora una forte attualità, sia per quanto riguarda le considerazioni storiografiche (soprattutto sul rapporto tra organizzazioni rivoluzionarie, movimenti sociali e prospettive politiche, le piazze e i palazzi evocati nel sottotitolo) sia come «caso storico» per riflettere sul presente.» Democrazia proletaria rimane infatti «un partito che ha cercato di organizzare istanze e tensioni anticapitalistiche – a partire da quelle di nuclei operai consapevoli e combattivi – all’interno di un sistema di potere deciso ad annichilirle, a metterle a tacere, a isolarle socialmente, a censurarle culturalmente».

Come spiega l’Autore, «tutti i gruppi che parteciparono alla nascita di Dp si erano costituiti dopo il Sessantotto. In quella impetuosa ondata di mobilitazioni, infatti, si formò gran parte del corpo militante e del personale politico dell’estrema sinistra che da lì derivò valori, aspettative e forme di lotta. Per tutto il decennio, quelle nuove organizzazioni tentarono di assumere la rappresentanza dell’azione di piazza e di interpretarne politicamente le pulsioni antisistemiche. Tentativi spesso falliti e comunque sempre tormentati da dinamiche e problemi irrisolti. Democrazia proletaria fu uno di questi esperimenti, forse il più ambizioso perché il più esteso ma anche il meno omogeneo sul piano delle culture politiche come su quello dei settori sociali cui mirava.»

Il volume prende in esame la fase «della costituzione del partito tra il 1975 e il 1979. A contraddistinguerla dal periodo successivo non fu solo la presenza ancora massiccia dell’antagonismo di piazza ma, soprattutto, la crisi successiva all’illusione del 20 giugno 1976, quando si pensò di poter rappresentare elettoralmente i movimenti e dunque di giocare un ruolo determinante nei futuri equilibri dei palazzi del potere. Una crisi che attraversò e scompaginò l’intera area rivoluzionaria, scatenando laceranti dissidi. Ripercorrere quelle vicende può essere utile a mostrare la relazione, spesso conflittuale, tra quest’area organizzata e significativi settori sociali che si coagularono nei movimenti.»

Lo studio di Gambetta colma una significativa lacuna storiografica: «le poche ricostruzioni della sua storia sono, per lo più, il frutto di riflessioni di suoi dirigenti, mentre del tutto insufficienti sono gli scritti di carattere analitico. Numerosi, invece, sono i volumi dal taglio memorialistico», come, ad esempio, Formidabili quegli anni di Mario Capanna, già segretario nazionale di Dp.

Gambetta ripercorre la storia e le vicende del partito nello scenario dell’Italia degli anni 70 e 80: «Il processo di formazione del partito prese le mosse dalla sconfitta delle tre liste della nuova sinistra alle elezioni del 1972 e dai nuovi scenari che si aprirono, due anni dopo, con la vittoria del referendum sul divorzio. Alle elezioni del 1976, un cartello elettorale unitario riuscì ad eleggere una pattuglia di sei deputati, rappresentando il caso più significativo di attività istituzionale collegata ai movimenti di protesta operaia e, insieme al Partito radicale, la sola voce di opposizione parlamentare di sinistra nei confronti dei tre successivi governi di Giulio Andreotti, sostenuti anche dall’astensione del Partito comunista italiano.»

«Presto, però, un lacerante processo di scissioni e fusioni incrociate pose fine al progetto unitario di quel cartello e, ridimensionata, quell’esperienza si tradusse nell’unificazione solo di alcune delle formazioni che l’avevano promossa (la maggioranza di Avanguardia operaia, la minoranza del Pdup-pc e la Lega dei comunisti), perdendone una parte consistente e significativa (il gruppo dell’ex Manifesto e la minoranza di Ao). L’assemblea costituente del nuovo partito, battezzato Democrazia proletaria, si tenne nell’aprile 1978 a Roma».

Insomma, «quel partito rappresentò un’alternativa concreta per avanguardie e delegati di fabbrica, settori sindacali, collettivi giovanili, comitati di lotta, attivisti di associazioni democratiche, centri culturali, periodici e radio libere.»

Il libro di Capanna, pubblicato nel 1988, quando all’interno del partito era in corso uno scontro politico evidenziò «la sua necessità di giustificare uno scarto rispetto alla storia dell’estrema sinistra, ed eventualmente anche un abbandono del partito – che effettivamente si verificò – per un progetto alternativo, quello dei Verdi arcobaleno» fino all’autoscioglimento di Dp nel giugno 1991.