Volevo essere tedi Annamaria Tagliaretti
Sensoinverso Edizioni
Conosco delle vite di cui potrei fare a meno / senza dolore alcuno –
altre – un istante d’assenza delle quali / sarebbe un’eternità –
Emily Dickinson
«1957. Letizia, una bambina di dieci anni, si sveglia e avverte un insolito silenzio nella propria casa. È a letto, divorata dalla febbre, percorsa da lunghi brividi di freddo e tuttavia con le lenzuola intrise di sudore. Anita, la donna che si occupa di lei come una madre e il cui viso, amato e familiare, spesso è chino su di lei a posarle la mano fresca sulla fronte, a spostare il suo piccolo corpo con cura, a portarle la camomilla, bicchieri di succo d’arancia e scodelle con brodo di pollo, non c’è, non è venuta e non verrà mai più.»
Questo è l’incipit del romanzo ma il tema della perdita, della separazione, dell’abbandono sarà il filo conduttore di tutta la storia che vede coinvolte, oltre a Letizia, la piccola Gioia, figlia di Anita, e accompagnerà le due protagoniste attraverso il loro percorso di vita, dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta.
Anita e sua figlia Gioia scompaiono all’improvviso, in una fredda mattina di ottobre del 1957 e di loro Letizia non saprà più nulla:
«Letizia scivolò dal letto con cautela. In camicia da notte, a piedi nudi, scese l’unico piano che doveva percorrere per raggiungere l’appartamento di Anita e di Gioia. Suonò il campanello e attese rabbrividendo perché, dalla finestra del pianerottolo aperta, entravano folate leggere di vento, un vento freddo e ostile. Non rispose nessuno. Suonò ancora e ancora si dispose ad attendere. La porta rimaneva ostinatamente chiusa. Chiamò ad alta voce, una voce che scoprì arrochita, raspante, e nessuno rispose. Dov’erano Gioia e Anita? Perché non rispondevano?»
Il romanzo, in un lungo flashback, ripercorre a questo punto le circostanze della nascita di Letizia e successivamente di Gioia: la prima orfana di madre morta di parto e accudita fin dai suoi primi anni di vita dalla vicina di casa, Anita, donna giovane e riservata, arrivata dal Piemonte in cerca di autonomia e di sopravvivenza; la seconda frutto di una relazione fragile e disarmonica di Anita con il padre di Letizia. Ma le bambine non sanno e non sapranno di essere sorelle per parte di padre.
Torniamo dunque agli anni appena successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, quando Letizia perde la madre venendo alla luce e i suoi unici punti di riferimento affettivo, la risposta ai suoi bisogni primari (l’amore ricevuto e corrisposto da una figura materna) saranno proprio Anita e l’amicizia con la piccola Gioia, nata due anni dopo e compagna inseparabile in cui specchiarsi e riconoscersi. Il contesto è quello di un caseggiato popolare in un’anonima cittadina adagiata nella pianura Padana, fra risaie luccicanti al sole e filari di pioppi neri contro l’orizzonte.
Il trauma della perdita, dell’abbandono, della scomparsa in questo caso è reso più angoscioso dal mistero. Non c’ è ritrovamento, non c’ è ritorno. Quando si perde una persona amata, si perde anche qualcosa di noi stessi. Prima di tutto si perde il luogo del corpo della persona scomparsa: il suo passo, la sua voce, il suo sorriso, i suoi occhi, i suoi vestiti… La scomparsa di chi abbiamo amato è anche la scomparsa di un luogo familiare: non è più là dove la incontravo, là dove sapevo che viveva, non è più con me…
Il romanzo ripercorre la vita di Letizia e di Gioia, alternando i capitoli dedicati ora all’una, ora all’altra, entrambe sempre all’oscuro del destino dell’amica perduta. Con sfumature e consapevolezze diverse, nel corso degli anni successivi si cercheranno nei recessi della memoria, nelle fantasie e nei sogni e qualche volta anche tentando ricerche concrete e reali e persino, a volte, dubitando dell’esistenza dell’altra, il cui ricordo nel tempo va via via affievolendosi. Ma, anche se le loro esistenze saranno molto diverse ed entrambe patiranno lutti, conosceranno l’amore nelle sue varie sfaccettature, vivranno dubbi e incertezze, ma anche speranze e ricerca di riscatto personale, sempre rimarrà il rimpianto, la nostalgia struggente…
C’era stato un patto fra di loro, nel breve corso della loro infanzia comune: quello di scambiarsi il carattere, all’occorrenza o quando lo avessero ritenuto opportuno, cosicché ognuna potesse, volendolo, diventare l’altra. I loro temperamenti infatti sono molto diversi: Letizia è riflessiva, sensibile, responsabile, determinata nelle sue scelte e con un forte senso del dovere; Gioia è impulsiva, istintiva, selvaggia: ammirandosi reciprocamente, senza invidia, le due bambine decidono che ciascuna di loro, al bisogno, potrebbe “trasformarsi” nell’altra. Quello che sembra un gioco infantile e un po’ bizzarro, nasconde invece una verità più profonda: è la ricerca di sé attraverso l’altro da sé. È come prendere in prestito dall’altro ciò che ci completa, donando gratuitamente qualcosa di sé. Questo concetto giustifica il titolo del romanzo.
Letizia verrà messa in un Istituto per orfane dal padre, figura complessa e tuttavia elementare nei suoi sentimenti e nelle sue scelte: vittima della guerra, con la mente devastata dalla sconvolgente esperienza attraversata, sopraffatto dai fantasmi degli orrori vissuti durante la ritirata di Russia, estraneo alla nuova realtà, è incapace di tenerezza e di comprensione verso la solitudine affettiva di sua figlia, avvertita prima come un ingombro e un fastidio e, nel tempo, come fonte di accudimento nei suoi confronti.
Gioia ritornerà al paese natale della madre, nell’Alta Langa piemontese, dove si perderà in amori adolescenziali fragili e frustranti e poi accettando la relazione con un uomo più grande di lei, attirata dal suo potere economico e di prestigio: e sempre nutrendosi di illusioni, contraddizioni, scelte avventate, sussulti di ribellione e altri di confusione, fino ad un evento irredimibile che la cambierà per sempre. Letizia riuscirà a coronare il sogno di studiare e di dedicarsi all’insegnamento, ma anche per lei la morte violenta del padre lascerà una ferita lacerante.
Entrambe saranno coinvolte dagli eventi che hanno caratterizzato l’Italia nel periodo storico considerato: prima l’immediato dopoguerra, lo sbandamento dei singoli e della collettività, le migrazioni, la necessità della sopravvivenza, le ferite dei corpi e la devastazione delle anime; nei primi anni ’60 vivranno la ritrovata fiducia nel futuro, la speranza di un benessere economico e poi le rivendicazioni sociali contro un mondo che, arroccato su valori non più condivisibili, si voleva cambiare per costruire un mondo nuovo, di giustizia sociale e di fratellanza, di affermazione di diritti non più rimandabili, in particolare per Letizia legati al riconoscimento della propria identità sessuale. Ciascuna delle due protagoniste vivrà o percepirà in modo diverso questo periodo, per Letizia con un’adesione più consapevole ai temi del femminismo, per Gioia in modo più distratto e lontano.
Nel romanzo sono presenti anche situazioni di violenza di genere nei rapporti fra i vari personaggi, la violenza sottile e spesso non consapevole o vissuta come retaggio culturale, i cui aspetti sono meno drammatici e più sfumati, ma non meno inquietanti.
Un accenno va fatto alle descrizioni degli ambienti in cui la storia si dipana, presentati con rigore e precisione, ma anche con un afflato poetico e alla scrittura, limpida e ariosa, alla ricchezza lessicale e alla scorrevolezza capace di suscitare il coinvolgimento emotivo del lettore.
Sarà un evento, tanto traumatico quanto imprevedibile a determinare il ritrovamento delle due protagoniste che, rese mature per avere attraversato il dolore, si sentiranno finalmente sorelle, ma riconosceranno che l’affetto le unisce proprio perché sono diverse, né potranno mai “scambiarsi il carattere”, come si erano ripromesse da bambine, perché in tutti i boschi e le foreste del mondo non c’è una sola foglia identica a un’altra.
L’Autrice
Scrivo fin dall’infanzia, sono nata a Mortara (PV), vivo a Busto Arsizio (VA) dal 1964. Assistente sociale con compiti attinenti la disabilità infantile e il disadattamento scolastico e poi insegnante elementare, dal pensionamento ho svolto un’intensa attività di volontariato come dirigente (promozione del turismo sociale, progetti di solidarietà internazionale, servizio di telefonia e soccorso verso anziani in situazioni di disagio economico, psicologico e relazionale). Nel 2006 ho fondato un centro antiviolenza a favore di donne vittime di violenza domestica (Filo Rosa AUSER) di cui sono stata anima e presidente per otto anni. Ho partecipato a numerosi corsi di scrittura creativa tenuti, fra gli altri, da Giorgio Fontana, Alessandro Robecchi, Marta Morazzoni, Hans Tuzzi. Ho viaggiato molto, per turismo e per attività di volontariato, in tutti i continenti: Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Perù, Tanzania, Sudafrica, Swaziland, India, Siria, Giordania, Uzbekistan, Thailandia, Giappone, Russia asiatica, Australia, nonché tutta l’area balcanica e quasi tutti i Paesi europei.
Nel 2002 ho pubblicato A piedi scalzi, sambando la vita, diario di viaggio alla scoperta del Brasile, stampato presso La Tecnografica, Varese. Nel 2015 ho pubblicato il romanzo breve Il treno sta per arrivare, una storia di violenza domestica tratta da una testimonianza di vita vissuta, Freeman editrice. Ho scritto numerosi racconti, alcuni pubblicati in antologia da “Arte del narrare”, quattro qualificatisi ad un concorso organizzato dal Sindacato SPI-CGIL (due al primo posto, due al secondo posto). Ad aprile 2024, con il romanzo Volevo essere te ho ricevuto una Segnalazione Speciale nell’ambito del Premio letterario Victoria 3.0 indetto da ANAGTIA A.p.s. A luglio 2024 finalista al Premio Letterario “Una storia per il cinema” indetto da Cineheart Associazione Culturale sempre con il romanzo Volevo essere te.




