Riassunto capitolo 20 de “I Promessi Sposi”

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I promessi sposi, Capitolo 20: trama riassunto

Al confine tra lo Stato di Milano e il Bergamasco, in cima a un colle impervio e difficilmente accessibile, sorge il castello dell’innominato. Dall’alto il potente criminale domina tutta la valle ed è in grado di controllare chi sia tanto temerario da voler accedere alla sua dimora. È al principio dell’erta strada che porta al castello che arriva Don Rodrigo con i suoi bravi. Prima di salire al castello, il gruppo si ferma in un’osteria, chiamata la “Malanotte”, covo di bravi minacciosi a guardia della dimora dell’innominato.

Questi riconoscono subito in Don Rodrigo un amico del loro padrone e sono quindi pronti a lasciarlo salire al castello, non prima però di avergli fatto depositare tutte le sue armi in custodia ai bravi e aver donato loro qualche soldo. Don Rodrigo raggiunge dunque, disarmato, il castello e qui trova ad attenderlo l’innominato, “grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più de’ sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’ lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e di animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine”.

Don Rodrigo illustra il motivo della sua visita, descrivendo in dettaglio la sua richiesta di aiuto, e trova subito pronto l’innominato a supportarlo, sia perché odia profondamente Fra Cristoforo, sia perché ha alle sue dipendenze proprio quell’Egidio che risiede nelle vicinanze del convento di Monza e che ha intrattenuto una relazione con Gertrude.

Don Rodrigo viene rapidamente congedato ma, una volta rimasto solo, l’innominato si scopre meno propenso a procedere con il piano criminoso: “Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo.”

Nel sopraggiungere della vecchiaia, e quindi nell’avvicinarsi della morte, quell’uomo malvagio iniziava a sentirsi inquieto, a percepire il peso della sua coscienza e il richiamo della voce di quel Dio che per tutta la sua vita aveva sempre caparbiamente ignorato.

Tuttavia, al fine di mettere al più presto a tacere quei rimorsi di coscienza, l’innominato si risolve a far chiamare subito il suo aiutante più scaltro, chiamato il Nibbio, ordinandogli di andare a Monza a chiedere aiuto ad Egidio per rapire Lucia.

Egidio si dichiara d’accordo a farsi carico dell’impresa; chiede solo all’innominato di mandargli una carrozza e due o tre bravi travestiti. Sa infatti che potrà contare sull’aiuto di Gertrude, poiché “abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle sue parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu l’ultima, non fu che un primo passo in una strada d’abbominazione e di sangue.”

Anche se in un primo momento il piano risulta insopportabile a Gertrude, la donna decide però ben presto a prendervi parte, perché “il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente”. Così, con la scusa di aver bisogno di lei per una missione molto delicata, chiede a Lucia di uscire dal convento per portare una lettera al frate cappuccino che l’aveva accolta al suo arrivo in monastero. La ragazza è spaventata all’idea di uscire dal monastero, anche se in pieno giorno e per compiere un tragitto molto breve, ma alla fine si convince e ubbidisce alla monaca.

Inquieta, con gli occhi bassi e camminando rasente i muri, la giovane si dirige al convento dei cappuccini ma, arrivata poco distante, nota una carrozza ferma sul ciglio della strada. I finti viaggiatori le si rivolgono con la scusa di chiedere indicazioni e, non appena la ragazza si ferma per rispondere, la afferrano e la introducono a forza nella carrozza. Lucia cerca di urlare disperata, ma uno dei bravi le mette un fazzoletto sulla bocca e la carrozza riparte immediatamente a tutta velocità.

“Chi potrà ora descrivere il terrore, l’angoscia di costei, esprimere ciò che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, per il ribrezzo e per il terrore di que’ visacci: si storceva, ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due braccia nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro altre manacce ve l’appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola.” Alla fine, sopraffatta dal terrore, Lucia sviene.

La carrozza nel frattempo continua la sua corsa infilandosi in un bosco. Quando la ragazza rinviene, il Nibbio cerca di calmarla spiegandole che la loro intenzione non è quella di farle del male ma Lucia non si dà pace e per tutto il viaggio alterna preghiere a svenimenti.

Al castello, l’innominato sta attendendo l’arrivo della carrozza. Nonostante una vita di scelleratezza, per quest’ultimo delitto si sente stranamente in ansia e vorrebbe quasi ordinare ai suoi di non far fermare la carrozza al suo castello, ma di farla dirigere direttamente da Don Rodrigo.

Poi manda a chiamare una vecchia al suo servizio ordinandole di andare alla Malanotte ad attendere la carrozza; dovrà poi condurre Lucia dall’innominato, facendole coraggio e senza mai rivelare il suo nome.

“E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzo al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso.”

Silvia Maina

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