Riassunto capitolo 19 de “I Promessi Sposi”

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I promessi sposi, Capitolo 19: trama riassunto

Il capitolo si apre con una similitudine del Manzoni: “Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione”. Dunque è dato sapere se l’idea di cacciare Fra Cristoforo dal convento di Pescarenico si sia insinuata nella mente del conte zio dietro suggerimento di Attilio o se sia germogliata lì spontaneamente, fatto sta che il conte zio decide di rivolgersi al padre provinciale per far allontanare il cappuccino dal suo convento.

Invita dunque l’alto prelato a pranzo insieme a una serie di altri nobili e cortigiani vari: “qualche parente de’ più titolati, di quelli il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l’idea della superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutte v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no.”

Durante il pasto si premura di far capire al religioso quanto lui sia potente, vantando strette relazioni con la corte di Madrid e con il governo. Terminato il pasto, i due si ritirano per un colloquio privato durante il quale il nobile pone subito al religioso la delicata questione. Gli descrive Fra Cristoforo come “un uomo… un po’ amico de’ contrasti… che non ha tutta quella prudenza, tutti que’ riguardi… Scommetterei che ha dovuto dar più d’una volta da pensare a vostra paternità.” Dato che il religioso ribatte di aver sempre saputo che il cappuccino è un uomo retto, il conte rincara: “Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo… vostra paternità n’avrà sentito parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose… cose… Lorenzo Tramaglino!”.

Il prelato ribatte che i colloqui del frate con un soggetto che ha problemi con la giustizia saranno certo stati mirati a riportarlo sulla retta via, ma il conte zio non desiste e cerca di mettere in campo tutte le sue abilità diplomatiche. La discussione si sposta quindi sugli equilibri politici, sulla necessità di non arrivare a inimicarsi nessuno in posizioni che contano; il conte zio conclude col dire che è compito dei due, prelato e conte, prendere provvedimenti per “allontanare il fuoco dalla paglia”. “Se non si prende questo ripiego, e subito”, aggiunge il conte zio, “prevedo un monte di disordini, un’iliade di guai. Uno sproposito… mio nipote non crederei… ci son io, per questo… Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi, che resti segreta… e allora non è più solamente mio nipote… Si stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa, abbiamo attinenze.”

A conclusione del colloquio il prelato, per quanto non entusiasta, si convince a trasferire il frate il più lontano possibile da Pescarenico; dunque, pochi giorni dopo, a Fra Cristoforo viene consegnato l’ordine di recarsi a Rimini, dove predicherà la Quaresima.

Il religioso è estremamente dispiaciuto di dover abbandonare il convento, e soprattutto i suoi protetti, ma poi prende il suo bastone e le sue poche cose e, raccomandandosi alla Provvidenza, si avvia verso Rimini, obbedendo agli ordini che ha ricevuto.

Nel frattempo Don Rodrigo si è risolto a chiedere aiuto all’innominato. “Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui.” Per dare un’idea della malvagità dell’uomo, pur senza mai rivelarne il nome, il Manzoni prende in prestito le parole di altri scrittori, quali Francesco Rivola e Giuseppe Ripamonti, che lo descrivono come “in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste”. In sostanza all’uomo si rivolgevano tutti coloro avevano bisogno di aiuto per qualche impresa illecita.

L’innominato si è dovuto allontanare da Milano per via di un bando, ma non per questo ha interrotto le sue attività criminali. Don Rodrigo decide quindi di raggiungerlo nel suo castello che sorge al confine con il Bergamasco, e da cui controlla, con i suoi bravi, tutto il territorio circostante. L’innominato e Don Rodrigo hanno già avuto contatti, perché quest’ultimo non avrebbe mai potuto dedicarsi ai propri affari senza il beneplacito del potente criminale. Tuttavia, il signorotto ha sempre cercato di non rendere espliciti i propri contatti con quell’uomo malvagio, per evitare di inimicarsi i parenti importanti, tra cui il conte zio, e di dare troppo nell’occhio alla giustizia: “Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile”.

In chiusura al capitolo vediamo Don Rodrigo che, in sella al suo cavallo e accompagnato dal Griso e da altri bravi di scorta, parte per raggiungere il castello dell’innominato.

Silvia Maina

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