Prof. Lorenzo Geri, Lei è autore del libro Petrarca cortigiano. Francesco Petrarca e le corti da Avignone a Padova edito da Bulzoni. Francesco Petrarca seppe incarnare la figura di esperto cortigiano vivendo buona parte della sua esistenza sotto la protezione di cardinali e signori laici: come si sviluppò la sua frequentazione delle corti europee?
Petrarca cortigiano. Francesco Petrarca e le corti da Avignone a Padova, Lorenzo GeriA partire dall’esperienza giovanile al servizio della famiglia cardinalizia dei Colonna Francesco Petrarca frequentò a lungo la Curia avignonese, un vero e proprio crocevia della politica europea del secondo Trecento. Grazie a tale frequentazione ebbe modo di seguire le complesse vicende politico-diplomatiche che riguardavano non soltanto l’Italia, il Papato e l’Impero ma anche i principali regni europei – si pensi che nel 1339 dedicò una delle sue lettere in esametri alla Guerra dei Cent’anni (Epyst. I 12) su richiesta del signore di Verona Mastino II della Scala, che evidentemente lo considerava un esperto della questione in virtù della sua vicinanza agli ambienti pontifici, allora impegnati in un difficile tentativo di mediazione. Negli anni la sua competenza in materia passò da conoscenze di seconda mano (comunque preziose) ad una vera e propria attività politica.

Sullo scorcio del pontificato di Benedetto XII, infatti, Petrarca cominciò ad affiancare alle incombenze di carattere amministrativo quella che, con un termine improprio ma efficace, possiamo definire una carriera diplomatica, intrapresa a partire dai suoi soggiorni a Napoli del 1341 e del 1343, durante i quali curò gli interessi dei Colonna e del papato. Durante il regno di Clemente VI (1342-1352) la figura di Petrarca cominciò ad imporsi non soltanto sulla scena curiale ma anche presso le corti italiane, in virtù di un’estesa rete di contatti che si estendeva dai giuristi al servizio dei signori settentrionali ad alcuni tra i principali cardinali francesi. Protetto dal pontefice e da numerosi signori italiani (Azzo da Correggio, Giacomo II da Carrara, Giovanni Visconti), Petrarca poté incamerare un numero crescente di benefici ecclesiastici e mutare progressivamente il suo status da quello di membro della corte dei Colonna (in termini del tempo commensalis) a quello di «anziano chierico» protetto di volta in volta da un diverso signore.

Proprio con il passaggio da commensalis dei Colonna a protetto dei Visconti, con il conseguente trasferimento da Avignone a Milano, Petrarca ebbe modo di svolgere diverse ambasciate che lo misero in contatto con la corte di Carlo IV di Boemia (la residenza a Praga del maggio-agosto 1356) e con quella del re di Francia Giovanni II il Buono (la partecipazione alla delegazione inviata nel 1361 dallo stato Milanese presso il sovrano da poco liberato dalla prigionia inglese). La frequentazione con Carlo IV, in particolare, valse a Petrarca un notevole prestigio, sancito dalla sua nomina a Conte palatino e dallo scambio epistolare con il cancelliere imperiale Jan ze Středa. Nelle Familiares si rievocano in tono sognante e idealizzato le discussioni tra l’umanista e l’Imperatore, implicitamente presentate al lettore come un momento in cui “rinasce” l’ideale del mecenatismo augusteo.

In che modo i componimenti letterari di Petrarca servirono a rafforzare l’ampia rete di rapporti con protettori, sodali e protetti da lui costruita?
Nella concezione umanistica di Petrarca il litteratus ha il privilegio, e al contempo il dovere, di preservare i nomi dei grandi della storia contemporanea ed antica per i posteri. Poesia, storia e filologia, secondo questa concezione, si intrecciano inestricabilmente, convergendo verso un obiettivo che è comune a tutti i dotti: quello di tramandare la memoria. In virtù di tale forma mentis inserire nella propria produzione letteraria il ricordo di personaggi, grandi e piccoli, della storia contemporanea, siano essi sodali o protettori, è considerato un dono particolarmente gradito che può ricambiare un favore che noi definiremmo “concreto” – naturalmente, sia detto per inciso, Petrarca non limitò il suo scambio di favori e di influenze ad un piano unicamente simbolico e letterario, come alcune tra le lettere disperse lasciano ben vedere.

Nell’opera di Petrarca, dunque, abbiamo tre modalità di tale scambio simbolico, in ordine crescente di importanza: l’inserimento di lettere indirizzate a protettori e sodali nelle Familiares e nelle Seniles; l’invio di componimenti poetici encomiastici, propagandistici o d’occasione; la dedica di opere letterarie.

La raccolta di una scelta delle proprie missive di carattere privato in un libro ispirato all’epistolario ciceroniano, una novità nell’ambito dell’epistolografia medievale, rappresentava agli occhi dei contemporanei l’occasione per essere ricordati in un’opera destinata a giungere ai posteri. Dunque se ricevere una missiva di pugno di Petrarca costituiva un motivo di vanto, ancora più ambito era l’onore di comparire tra i suoi corrispondenti nelle pagine delle Familiares e delle Seniles – nel 1373 Petrarca stesso, in una in risposta al medico senese Francesco Casini, non manca di evidenziare con una certa supponenza tale concessione: «E sarà grato a me e forse non ingrato a te che nelle mie cosucce fra nomi sommi almeno due volte appaia il tuo nome» (Sen. XVI 3, 10, trad. di Silvia Rizzo).

Un meccanismo analogo vale per i testi poetici. Il Romanticismo ci ha abituato a pensare alla lirica in termini di ispirazione e sincerità. La poesia cosiddetta d’occasione appare ai nostri occhi compromessa con intenti poco nobili. Tuttavia nella nostra tradizione letteraria, perlomeno per tutta la durata dell’Antico Regime, la componente comunicativa del testo letterario, compreso quello poetico, prevede funzioni quali la dedica, l’encomio e lo scambio amichevole di testi letterari come equivalente della funzione fatica. Questa tipologia di componimenti è, per sua natura, volatile: raramente conservati tra le pagine delle raccolte maggiori, molti testi del genere sono perduti. Nell’ampia produzione poetica di Petrarca, in latino e in volgare, tuttavia, si è conservato un corpus abbastanza ampio costituito da testi all’improvviso, epitaffi, carmina e rime volgari in diversa misura connessi con la vita cortigiana e con lo scambio con i sodali.

Nel caso della dedica di opere letterarie ai protettori, bisogna tenere conto del fatto che la ritrosia nel pubblicare le opere da parte di Petrarca, ossessionato dal labor limae, comportò lo stratificarsi di diversi progetti encomiastici. La dedica dell’Africa, a esempio, promessa a Roberto d’Angiò, mutò di segno dopo la morte del sovrano, trasformandosi prima in un omaggio ai sodali napoletani, quindi in una rievocazione malinconica del mito di un novello Augusto morto anzitempo; il De viris illustribus, invece, inizialmente privo di un dedicatario, come i Rerum memorandarum libri, durante il soggiorno padovano venne offerto in dono a Francesco da Carrara (la dedica rappresenta, tra l’altro, il testo più strettamente “cortigiano” del Nostro). Nel caso di Petrarca, dunque, la dedica di grandi opere, perennemente in cantiere, non svolge in molti casi il ruolo di un dono immediato ma quello di un’allettante promessa.

Sulla base della sua esperienza di observator illustrium, Petrarca sviluppò una trattatistica asistematica di consilia ai signori: quale fortuna ebbe tale produzione?
Petrarca scelse di riversare le sue competenze di conoscitore degli uomini di stato (observator illustrium, termine adottato in una missiva al pontefice Urbano V del 1366) in una serie di lettere-trattato ospitate nelle Familiares e nelle Seniles. Le lettere in questione, asistematiche e accattivanti, scritte in una lingua elegante, comprensibile a un pubblico digiuno dei termini tecnici della filosofia, si contrappongono agli specula principis di tradizione aristotelica. A una traduzione nei termini della scienza filosofica universitaria dei problemi teorici riguardanti istituzioni antiche (i regni) e nuove (i comuni e le signorie), Petrarca sostituisce una comunicazione volta a guidare il lettore ricorrendo all’autorità e al fascino degli autori antichi. Una simile intuizione fonda una parte consistente di quella tradizione discorsiva che Amedeo Quondam ha definito la biblioteca morale di Antico Regime. Una tradizione che si snoda da Petrarca e dai primi umanisti sino a Guicciardini e Montaigne.

La fortuna di tali testi è duplice: all’ampia diffusione dell’epistolario petrarchesco tra Trecento e Cinquecento – una fortuna connessa all’esemplarità delle sue lettere, modello di stile e, al contempo, raccolta di notizie erudite, aneddoti, riflessioni di carattere filosofico – si unisce la diffusione autonoma, sotto forma di piccoli trattati indipendenti, della Fam. XII 2 (sull’educazione del sovrano) e della Sen. XIV 1 (sul perfetto princeps).

Quale profilo del Petrarca cortigiano emerge dunque dall’analisi di tale ampio corpus di testi e documenti?
Petrarca, in tutti i suoi testi di carattere autobiografico, si impegnò ad evidenziare gli aspetti eccezionali della propria figura, dimostrando, sotto questo aspetto, di aver assimilato in profondità la lezione dantesca. Nondimeno, pur trattandole con il dovuto sospetto, ritengo che le fonti in questione, una volta inserite nel loro contesto storico, delineino il ritratto di un uomo carismatico e ambizioso, capace di risultare trasversale alle diverse corti italiane, in virtù dei buoni contatti con esponenti di schieramenti avversi e in virtù dei suoi perduranti rapporti con cardinali e curiali. Piuttosto che un cursus honorum Petrarca perseguì con successo una crescente influenza di carattere personale, politico e culturale nei confronti dei signori del tempo, compreso il pontefice Urbano V. Una simile influenza fu indirizzata a un progetto ben delineato: quello di educare i signori contemporanei al culto delle litterae per fare rivivere il mecenatismo degli antichi. In nome del proprio amore per l’otium egli rifiutò di ricoprire incarichi troppo stringenti come quello di segretario apostolico e al contempo di perseguire una carriera ecclesiastica (per quanto la notizia del rifiuto della dignità cardinalizia appare francamente sospetta). Si trattava, dunque, di un cortigiano sui generis che fondava la sua “libertà” sui proventi dei benefici ecclesiastici e sulla protezione garantita dai contatti curiali. Allo stesso tempo, nonostante tali peculiarità, Petrarca appare anche il capostipite di quegli umanisti in grado di attraversare da protagonisti la vita nelle corti, da Enea Silvio Piccolomini, asceso al pontificato in seguito a un percorso assai complesso, a Giovanni Pontano, per anni dominus incontrastato della politica degli Aragonesi. Insomma Petrarca, proponendosi come figura esemplare di litteratus impegnato, sia pure con una certa ritrosia, nella vita delle corti, divenne il precettore di quei principi e il modello di quegli umanisti che trasformarono le corti italiane nei centri di diffusione dell’Umanesimo e del Rinascimento.

Lorenzo Geri insegna Letteratura italiana presso la Sapienza Università di Roma ed è condirettore del Centro di ricerca «Laboratorio Erasmo» (https://web.uniroma1.it/laboratorioerasmo/home). Si è occupato di diversi aspetti dell’opera di Francesco Petrarca, dell’evoluzione della poesia lirica in Italia dalle Origini al Cinquecento e dei generi della letteratura barocca (le epistole eroiche, la favola pastorale e il poema epico). Un altro versante della sua ricerca è dedicato alla fortuna di Luciano nel Quattrocento e ai rapporti tra l’Umanesimo italiano e l’Umanesimo del Nord Europa. Tra le sue pubblicazioni: «Ferrea voluptas». Il tema della scrittura nell’opera di Francesco Petrarca (Roma 2007), A colloquio con Luciano di Samosata. Leon Battista Alberti, Giovanni Pontano ed Erasmo da Rotterdam (Roma 2011), Petrarca cortigiano. Francesco Petrarca e le corti da Avignone a Padova (Roma, 2020).

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