Prof.ssa Barbara Volpi, Lei è autrice del libro Che cos’è la cooking therapy edito da Carocci: si può fare terapia in cucina?
Che cos'è la cooking therapy, Barbara VolpiAssolutamente sì. È quello che facciamo un po’ tutti i giorni senza rendercene conto e molto spesso caricando l’atto terapeutico del cucinare di incombenze, doveri, compiti da assolvere ne snaturiamo la sua essenza curativa. L’atto del cucinare infatti è strettamente connesso alla cura, al prendersi cura di sé stessi e dell’altro a partire dal gesto primario dell’allattamento tra madre e bambino che è il primo canale di comunicazione e di conoscenza con il mondo degli affetti. Abbiamo conosciuto così il cibo, come trasmissione di affetti, di cura e di amore per l’altro e su questo principio cardine viene strutturato il percorso di terapia in cucina nelle due anime che ho delineato nel testo. Un percorso di consapevolezza verso l’appropriazione del gesto del cucinare in cui partendo dalla spesa, dall’allestire la cucina in una sorta di laboratorio terapeutico, si attivano le leve mentali di una riflessione interiore, che nel “fare con le mani”, tagliando le verdure, seguendo il sugo che sobbolle in pentola ci si connette con le nostre dimensioni interiori più profonde e dal cucinare si arriva ad altro: ricordi, momenti vissuti, ma anche un nuovo modo di procedere nella vita dando senso e profondità agli atti più semplici ma anche quelli più autentici e profondamente sedimentati nella nostra memoria implicita. La seconda anima del libro è invece diretta all’approfondimento della psicoterapia in cucina, sulla linea dell’integrazione tra terapia occupazionale aspetti psicodinamici tesi all’integrazione del sé in un processo di rielaborazione degli aspetti intrapsichici e relazionali. Il setting terapeutico si trasforma in laboratorio dinamico in cui il fare con le mani fornisce elementi psichici da interpretare e rielaborare nel percorso psicoterapeutico.

Su quali principi si basa il metodo terapeutico della cooking therapy?
Come ho evidenziato nel testo, l’atto del cucinare nella sua espressione terapeutica e clinica, strutturata sull’integrazione tra teoria psicodinamica e mindfulness, è racchiuso nella parola stessa CUCINA:
C come CALORE
U come UNIONE
C come CONDIVISIONE
I come INTIMITÀ
N come NOSTALGIA
A come AMORE

Cucina quindi come atto d’amore in cui si snodano tutti gli affetti dell’animo umano in un percorso portato avanti principalmente dalle donne e che dall’antro domestico arriva all’interno del sé e della relazione con gli altri come strumento di benessere interiore e collettivo. A cominciare dalla richiesta del bambino che chiede alla sua mamma la sua pietanza preferita, fino all’ultima richiesta dell’anziano che ricerca nel sapore il senso della vita che ha trascorso. Cucina onnipresente nel ciclo vitale, risorsa e strumento terapeutico per stare bene e far star bene gli altri.

Quale percorso di tutela e promozione del benessere mentale per sé stessi e per gli altri traccia un gesto quotidiano come quello del cucinare?
La cucina è attesa, è trasformazione, scelta, affettività, condivisione, permette di essere creativi e di allenarsi costantemente a superare gli ostacoli e pertanto a sviluppare la resilienza. Si è resilienti in cucina come nella vita. Se sbagliamo una ricetta, la cucina ci permette di imparare dall’errore, di correggere di sale, di modificare un piatto e di non cedere alla frustrazione perché non si sono montate le chiare dell’uovo. La cucina è una risorsa che abbiamo tutti a portata di mano e che dobbiamo rivalutare nella sua valenza di cura per noi stessi e per l’altro. Ce ne siamo accorti durante la pandemia: la cucina non ci ha lasciato mai soli, dimostrando ancora una volta di essere la grande madre del mondo. Ha aperto le sue braccia all’interno dei nostri spazi domestici e ci ha ricordato che anche il nutrimento non è solo fisico ma principalmente affettivo. Non si mangia solo la pietanza ma la si prepara, la si pensa, la si struttura andando a ritroso nella nostra memoria del cuore per ripescare non solo ingredienti, ma e soprattutto ricordi, in quel sapore della memoria che non è altro che il sapore del mondo e del nostro specifico e caratteristico mondo affettivo. Cibo ed affetti, morsi e ricordi, presenze e sale, condivisione e rassicurazione sono l’essenza strutturale di un nutrimento che ci sostiene, ci ha sostenuto e scandisce, con la ritualità rassicurante del pranzo e della cena, i nostri momenti di vita, i nostri giorni grigi, quelli colorati, i giorni di festa e i giorni del dolore e della perdita dalla nascita fino alla fine del nostro ciclo di vita. Cibo che si mescola all’essenza di un noi condiviso nello scambio affettivo di relazioni e pietanze, che si sedimenta nella scelta del piatto preferito di Gaia o nella torta di compleanno di nonna Gina che anche se ha spento le candeline nella videoconferenza zoom ha ricordato i vari passaggi della ricetta di famiglia.

In quali contesti clinici è maggiormente indicata la cucinoterapia?
Per avvalersi delle potenzialità della Cooking Therapy occorre allestire la cucina come un vero e proprio laboratorio per l’anima e seguire i passi procedurali che ho indicato nel testo nelle sezioni specifiche per bambini, adolescenti, adulti e anziani. Lo spazio di lavoro diventa un confine geografico per focalizzare l’attenzione sull’agire allontanando pensieri e preoccupazioni. Chi lo desidera, può favorire il rilassamento con una musica di sottofondo o allestendo lo spazio del proprio laboratorio come preferisce. Si procede poi con attenzione e cura alla realizzazione del piatto, sempre tenendo conto dell’ordine dello spazio e del momento a noi dedicato. Una cucina che si estende a tutti, nello spazio casalingo e nel setting terapeutico. È indicata per bambini con problemi emotivi, per la gestione dell’ansia, per i conflitti di coppia o di tutto il nucleo familiare, per superare momenti critici come la perdita di un coniuge o vissuti depressivi ma si estende ad ampio raggio sia alla cura dei disturbi clinici, sia ad un percorso di consapevolezza e crescita interiore. La cucina apre le porte a tutti e in questa accezione la formulazione di un progetto condiviso di terapia in cucina si può modulare in base alle diverse necessità e alle richieste che vengono portare in terapia o sull’esigenza di appropriarsi di un gesto di cura e d’amore per sé stesso e per l’altro.

Quali sono le linee guida della cooking therapy?
Il potere terapeutico dell’atto del cucinare su struttura in un percorso ben delineato di organizzazione, attività pratica e riflessione sull’esperienza. Il lettino dell’analista ridefinito sul tagliere di legno in cui insieme alla farina, al burro e alle uova, si amalgamano e ridefiniscono pezzetti di sé- Piatto in tavola, nuovo tassello di consapevolezza del sé. Un tuffo nel cuore di ieri per coccolare il cuore di oggiL’obiettivo della Cooking Therapy è quello di rendere la preparazione dei cibi un atto creativo dove I SENSI (olfatto, tatto, vista, gusto, udito) trovano il giusto equilibrio e il punto di incontro con la nostra memoria storica, un ricettario personale dal quale attingere per trasformare emozioni e ricordi in RICETTE che consolidano la nostra identità personale e vengono trasmesse con amore all’ altro. Mescolando la farina, manipolando i composti, assaporando le combinazioni degli ingredienti ci immergiamo in una progettualità costruttiva (scelta degli ingredienti, allestimento della cucina, realizzazione della pietanza, riordino e verifica del prodotto realizzato) che diventa un utile, duttile e distraente strumento terapeutico per alleviare tensioni, accrescere la nostra autostima, allentare ansie e preoccupazioni, consolidando in tal modo quel senso di autoefficacia personale che ci permette di gestire al meglio le situazioni difficili e complicate che spesso la vita ci pone dinanzi. La cucina si trasforma allora in un ricco percorso di crescita personale nel piacere e nella passione del cucinare con maggiore consapevolezza, limitando in questo modo l’assunzione compensatoria di cibo in modo compulsivo ed incontrollato; corollario indispensabile per una corretta alimentazione. Il cibo posto in tavola diventa un dono da porgere con amore a noi stessi e agli altri, nel quale ogni volta ritrovare e trasmettere l’ingrediente più importante e spesso erroneamente meno ricercato: la nostra identità culinaria, fatta di gesti, sapori, odori, ricordi, persone, che caratterizzano l’essenza di ogni nostro singolo piatto.

È una terapia utile per focalizzare l’attenzione, per aumentare la manualità, per imparare ad essere riflessivi, ma soprattutto per promuovere e tutelare, ogni giorno nell’atto quotidiano di fare il pranzo e la cena, il benessere mentale proprio e altrui.

SI CUCINA IN UN PERCORSO DI MINDFULNESS, SI STA MEGLIO E SI FA STARE MEGLIO GLI ALTRI.

Barbara Volpi, Psicologa, psicoterapeuta, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica Sapienza-Roma, collabora con il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Sapienza ed è docente al Master di II livello sul Family Home Visiting Sapienza e l’Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica (SAPP) di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni, articoli di ricerca e interventi su bambini, genitori e famiglie. Ha diffuso in Italia la Cooking Therapy, unendo la psicologia alla cucina. Tra i suoi libri recenti, Gli Adolescenti e la rete, Carocci 2014 e Genitori Digitali, Il Mulino 2017.

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