Ci sono libri che dichiarano subito la propria natura e Il tempo di una notte di Marcello Tabarrini è uno di questi. Prima ancora che la storia cominci, un’introduzione in prima persona avverte il lettore che il viaggio interstellare di cui sta per leggere è la metafora di un viaggio interiore, e che il racconto è deliberatamente fantasioso perché non intende fornire spiegazioni esaustive ma soltanto indizi. È una scelta rischiosa — mostrare il congegno prima di metterlo in moto — e conviene partire da qui, perché quella dichiarazione è insieme la chiave di lettura più onesta che l’Autore potesse offrire e il primo indizio del tipo di libro che ci troviamo tra le mani: un romanzo breve che non cerca l’effetto sorpresa, ma la compagnia del lettore lungo un percorso già dichiarato.La vicenda si apre in un lunedì mattina d’inverno, nella campagna della Louisiana. Kate esce presto di casa per andare al lavoro, con l’idea di fermarsi come ogni settimana in un piccolo diner lungo la Highway 1, dove la aspettano una crostata di mirtilli e il conforto di quattro chiacchiere tra sconosciuti — un rituale che considera terapeutico proprio perché privo di conseguenze. Ma il tratto di strada è ghiacciato, la doppia curva è già stata teatro di altri incidenti, e l’auto sbanda. Kate viene estratta viva dal veicolo e ricoverata in terapia intensiva, in coma dopo un intervento alla testa. La sera stessa, mentre i sensori registrano parametri perfettamente regolari, accade qualcosa che nessuna macchina rileva: Kate si vede sollevata dal proprio corpo, esce dall’ospedale, attraversa lo spazio a velocità indescrivibile e si ferma su Atlante, un pianeta dell’ammasso delle Pleiadi. Ad attenderla, su una spiaggia rosa illuminata da due soli al tramonto, c’è Kabir, che si presenta come la sua guida spirituale e dispone di un piccolo apparecchio telepatico capace di richiamare qualunque episodio della sua vita. Da quel momento la notte diventa un itinerario: un’emozione alla volta, Kate rivede se stessa. Come e con quale scarto tornerà è bene non anticiparlo — l’ultima parte del libro custodisce la sua piccola sorpresa, e vale la pena lasciargliela.
Il romanzo è costruito per stazioni. Venti capitoli portano il nome di un’emozione o di un moto dell’animo — Vergogna, Le dipendenze, Paura, Ego, poi Gioia, Compassione, Gratitudine, Spensieratezza, e via fino a Ribellione, Orgoglio, Rimorso, Umorismo — e l’ordine non è casuale: si apre sul versante più oscuro, si attraversa un tratto centrale luminoso, si chiude con un movimento misto in cui il peso e la leggerezza si alternano. È un’architettura semplice e leggibile, quasi un rosario laico delle emozioni, che consente al libro di essere letto anche a episodi senza perdere il filo.
Proprio la struttura seriale, però, espone il testo al suo rischio più evidente. Ogni capitolo segue lo stesso protocollo: l’apparecchio si accende, le immagini scorrono, Kabir interroga, Kate riconosce e ricuce, un “bip” dichiara conclusa la lezione. Ripetuta venti volte, la formula potrebbe stancare. Tabarrini se ne accorge e adotta un contravveleno intelligente: fa del pianeta stesso un elemento a rilascio progressivo. Atlante non viene descritto in una volta sola, ma un dettaglio per capitolo — i due soli di colore arancio-amaranto, le abitazioni alte centinaia di metri, i velivoli che sfruttano i campi magnetici, la nebbiolina sospesa a una ventina di metri dal suolo, il mare che non sa di salsedine ma di resina e di fiori e lascia sulla pelle microscopici brillantini. Il lettore torna a ogni capitolo non solo per l’emozione successiva, ma per il frammento di mondo che verrà scoperto. È l’intuizione formale più efficace del libro, e tiene insieme un impianto che altrimenti sarebbe rimasto un elenco.
Anche il personaggio di Kabir è meno scontato di quanto la sua funzione lascerebbe prevedere. Non è il maestro solenne che ci si aspetterebbe: l’Autore gli attribuisce la capacità di bilanciare la sacralità con l’irriverenza, e in effetti la sua saggezza viene somministrata con una buona dose di ironia, senza mai far sentire l’interlocutrice sminuita. Il capitolo più riuscito è, non a caso, quello dedicato all’umorismo, in cui il congegno didattico si rivolta su se stesso: Kabir ammette di aver taciuto a Kate un’informazione tutt’altro che secondaria, e spiega di averlo fatto proprio per insegnarle qualcosa. Il capitolo diventa allora una piccola riflessione metanarrativa sul modo in cui si insegna, e sul fatto che ogni insegnamento contiene una quota di messinscena. È il punto in cui il libro smette di illustrare una tesi e comincia a giocarci.
Sul versante fantascientifico conviene essere chiari, tanto più che l’Autore per primo lo è: la fantascienza qui è un costume, non un’ambizione. Le Pleiadi, la memoria di massa cosmica in cui sono registrate le esperienze di ogni essere vivente, il cordone d’argento, l’intelligenza artificiale governata dal pensiero appartengono a un immaginario più esoterico che scientifico, e chi cercasse coerenza speculativa resterebbe a mani vuote. Esiste però almeno un momento in cui l’ambientazione smette di essere decorativa e lavora davvero: il capitolo Ribellione, dove la nebbia permanente di Atlante — presentata poche righe prima come il risultato di un adattamento della flora — viene riletta come un atto di ribellione del pianeta stesso contro una pressione che ne minaccia l’equilibrio. Lì metafora e ambientazione coincidono, la ribellione umana e quella planetaria si spiegano a vicenda, e il libro raggiunge la sua pagina concettualmente più densa.
La lingua è piana e dichiaratamente non letteraria: periodi brevi, paragrafi corti, molto dialogo, un lessico quotidiano che non insegue l’effetto. È una scelta coerente con il progetto — un libro pensato per essere attraversato, non ammirato — e va giudicata per quello che fa, non per quello che non tenta. Il limite si avverte piuttosto altrove: in alcuni capitoli la voce didascalica prende il sopravvento su quella narrativa, e le repliche di Kabir si allungano fino a diventare piccoli saggi incastonati nel dialogo. Sono i passaggi in cui il personaggio arretra e resta soltanto il messaggio; il romanzo, per qualche pagina, si fa manuale. Nulla di compromettente, ma è il punto su cui una revisione potrebbe lavorare con profitto, alleggerendo l’esposizione e affidando alle immagini ciò che ora viene detto.
Discorso analogo per la cornice saggistica. L’introduzione e soprattutto la conclusione sono testi autonomi sull’ansia notturna e sull’elaborazione emotiva, scritti con proprietà e con qualche felice formulazione — l’idea che di notte il cervello cambi turno, o quella delle emozioni rimaste in coda come e-mail mai aperte. Sono pagine sensate, che rispondono a un’esigenza di chiarezza legittima e che il pubblico a cui il libro si rivolge probabilmente apprezzerà. Resta però la sensazione che spieghino un romanzo capace di difendersi benissimo da solo, e che la loro presenza tolga alla narrazione un poco di quella ambiguità produttiva che l’Autore, nell’introduzione, dichiarava di voler preservare.
La prova migliore, del resto, è proprio la pagina in cui Tabarrini rinuncia a spiegare. Al risveglio, mentre Kate cerca di dare un ordine a ciò che le è accaduto, un breve elenco in forma di prosa poetica riprende una a una le venti emozioni del libro e le condensa in un’immagine ciascuna: la tristezza che si muove al rallentatore, l’immaginazione che contiene il cielo stellato, l’umorismo che saltella sulle pozzanghere. In venti righe c’è tutto ciò che i capitoli hanno costruito, con una precisione che la prosa discorsiva non sempre raggiunge. È il momento in cui la scrittura si stringe e diventa memorabile, e vale da solo la lettura.
Chi conosce il percorso dell’Autore riconoscerà, in questo libro, una continuità e insieme uno scarto. Da Zhenya. Storie di montagna (2022) alla raccolta poetica Segnali di fumo, da La favola siamo noi (2023) a Essere alberi e non saperlo (2024) e Il canto dei fiori (2025), Tabarrini ha lavorato costantemente sullo stesso dispositivo: un interlocutore sapienziale — un amico tibetano, un animale, un albero, un fiore — che restituisce all’uomo una lezione che l’uomo non sa più leggere da sé. La novità sta nella forma. Qui, per la prima volta, il sottotitolo dice “romanzo”, e ci sono una protagonista con un nome e una biografia, una cornice narrativa continua, un incidente, un ospedale, una madre che chiama la figlia per svegliarla. Il dispositivo sapienziale non è scomparso, ma ha finalmente trovato un corpo e una storia in cui alloggiare: è un progresso evidente, e vale la pena registrarlo.
Il tempo di una notte è, in definitiva, un libro che sa esattamente dove vuole arrivare e ci arriva in poco meno di cento pagine, senza promettere più di quanto mantenga. Non è una prova di stile e non vuole esserlo; è un congegno narrativo semplice, tenuto in equilibrio da un’ottima intuizione strutturale e da un personaggio-guida che riesce a essere autorevole senza risultare pedante. A chi frequenta la narrativa di ispirazione spirituale offre un percorso ordinato e una compagnia intelligente. A chi ci si avvicina per sola curiosità narrativa offre comunque tre o quattro capitoli che stanno in piedi da soli, e una pagina finale che resta in mente. Non è poco, per un libro che, fedele al proprio titolo, al lettore chiede soltanto il tempo di una notte.
L’Autore
Mi chiamo Marcello Tabarrini, sono nato a Bergamo il 30/10/1972, sono di origini marchigiane e ho un diploma in Informatica ed una laurea in Economia e Commercio. Vivo (da sempre) e lavoro a Bergamo in un grande gruppo bancario. Scrivere non è una vera e propria passione, anche se ho all’appello già sei libri pubblicati; piuttosto, la ritengo una modalità naturale di espressione di esperienze personali e di argomenti che ritengo importanti ed attuali, qualcosa di cui parlare perché meritano espressione ed espansione, nella misura di cui ognuno di noi è in grado. Non ho l’arroganza di voler o poter fare la differenza, diciamo che mi piace pensare di poter essere d’aiuto proprio a quella persona che, in un dato momento della sua vita, sta attraversando una fase impegnativa in cui la mia testimonianza può dare una mano.
