E chi lo dice che sia una sfortuna? di Giovanna Incorvaia, edito da GAEditori, è un libro che si presenta, fin dalle prime pagine, con un’ambizione tanto semplice quanto difficile da realizzare: quella di trasformare il racconto di una vita — la propria, vissuta per trentacinque anni al comando di un corpo di polizia municipale, tra responsabilità istituzionali, dolori privati e incontri straordinari — in una lente attraverso cui rileggere il senso stesso della fortuna e della sfortuna, due categorie che, come dimostra fin dal primo capitolo la celebre parabola del vecchio saggio cinese posta a esergo dell’intera opera, sono molto più fluide e reversibili di quanto la nostra istintiva propensione a giudicare gli eventi in base al loro impatto immediato ci porti solitamente a credere.La struttura del libro, undici capitoli che procedono con un andamento apparentemente episodico ma in realtà sorretto da un disegno unitario assai coerente, alterna con naturalezza registri diversissimi tra loro, e proprio in questa capacità di tenerli insieme senza stridori risiede, a mio avviso, uno dei meriti maggiori del testo: si passa infatti, quasi senza soluzione di continuità, dal resoconto arguto e a tratti dichiaratamente ironico delle traversie professionali di una donna che ha dovuto conquistarsi, giorno dopo giorno e non senza fatica, il rispetto in un ambiente storicamente maschile, fino alle pagine – tra le più intense dell’intero volume – dedicate alla memoria del figlio Agostino, scomparso a soli ventisei anni, dove la scrittura si fa più raccolta, più meditativa, quasi sospesa, come se l’Autrice, pur senza mai indulgere al patetismo, sentisse il bisogno di misurare ogni parola prima di affidarla alla pagina.
Particolarmente riuscito, sul piano narrativo, è l’episodio che racconta l’incontro con monsignor Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Giovanni Paolo II, e la conseguente, quasi incredula, partecipazione alla messa privata del pontefice nella cappella dell’appartamento apostolico: un aneddoto che, pur collocandosi cronologicamente lontano dal cuore drammatico del libro, funziona benissimo come contrappunto luminoso, perché restituisce, con dialoghi vivaci e un understatement che strappa più di un sorriso, la capacità dell’Autrice di raccontare anche i momenti più solenni della propria esistenza senza mai perdere quel tono colloquiale, quasi confidenziale, che percorre l’intero volume e che ne costituisce, insieme alla scelta di intrecciare più piani temporali attraverso il filtro del dialogo con l’amica Anna, la cifra stilistica più riconoscibile.
La prosa di Giovanna Incorvaia predilige, quasi sistematicamente, la subordinazione ampia e distesa, i periodi lunghi che si arricchiscono di incisi, di parentesi, di digressioni riflessive prima di giungere al punto — una struttura sintattica che rispecchia fedelmente il fluire naturale del pensiero e della memoria di chi racconta, e che richiede al lettore, specie nei capitoli più densi di elaborazione morale come quello finale, intitolato non a caso “Esortazioni”, una disponibilità a lasciarsi condurre senza fretta, senza pretendere quella rapidità narrativa a cui una certa editoria contemporanea, forse impoverendola, ci ha abituato.
Proprio l’ultimo capitolo, in cui l’Autrice si rivolge direttamente e con understatement quasi commovente a un’ipotetica giovane lettrice o a un ipotetico giovane lettore — dedicando pagine specifiche ai legami affettivi tossici, alla fragilità della vita, ai falsi rimedi delle dipendenze, all’importanza dell’impegno civile e politico — rappresenta il vero punto d’arrivo del libro, quello in cui la sofferenza personale, filtrata attraverso la parabola iniziale e mai esibita fine a sé stessa, si trasforma in un’eredità di senso che l’Autrice sceglie deliberatamente di consegnare a chi verrà dopo di lei, con un gesto che è insieme di generosità e di congedo.
Nel complesso, E chi lo dice che sia una sfortuna? è un libro che convince proprio perché non ha paura di essere onesto fino in fondo, perché non cerca scorciatoie consolatorie di fronte al dolore più grande che possa toccare una madre, e perché, pur muovendo da vicende profondamente private e circostanziate — legate a una città, a una carriera, a una famiglia specifiche — riesce comunque a parlare, con la naturalezza di chi ha davvero vissuto ciò che racconta, a chiunque si sia mai chiesto se un evento apparentemente rovinoso non nasconda, in fondo, i semi di qualcosa che solo il tempo saprà rivelare come un dono.
L’Autrice
Giovanna Incorvaia, classe 1962, ha conseguito la Laurea di I Livello in consulente del Lavoro e la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Ha, inoltre, conseguito il Master di I Livello in Gestione e Management della Polizia Locale. Ha frequentato numerosi corsi di specializzazione, di formazione e di perfezionamento. È stata Dirigente Comandante della Polizia Municipale di Licata. Il racconto autobiografico E chi lo dice che sia una sfortuna? è la sua prima opera letteraria.




