Complotti e raggiri. Verità, non verità, verità nascoste, Benedetta BaldiProf.ssa Benedetta Baldi, Lei ha curato l’edizione del libro Complotti e raggiri. Verità, non verità, verità nascoste pubblicato da Viella: viviamo nell’era della post-verità?
La questione della veridicità del processo di comunicazione è sempre esistita e vale anche nell’ordinaria interazione linguistica tra due persone. Tuttavia i mass-media l’hanno resa una questione centrale, nel senso che quasi tutto quello che noi sappiamo del mondo è una rappresentazione linguistica, narrativa e visuale, creata dai mezzi stessi, testi scritti come i giornali, la radio, ora principalmente la televisione e i social media. Lo sviluppo di internet e i social media l’hanno ingigantita, in quanto hanno permesso la diffusione di notizie, giudizi, informazioni e ricostruzioni totalmente incontrollate e arbitrarie che però possono ugualmente raggiungere un numero elevato di interlocutori in uno spazio ormai globalizzato. Da una parte, questo permette di valorizzare le esigenze di una libera informazione e di un libero circolare delle idee e delle notizie; non a caso, in molti paesi del mondo viene applicata una censura più o meno rigida ai social e alle diverse piattaforme applicative. Dall’altra, però, ha rappresentato uno strumento potentissimo per tutte le forme di disinformazione, delegittimazione incontrollata e calunniosa, di complottismo e di deformazione della realtà. Queste sono le verità alternative che tipicamente obbediscono alla logica dell’avversione e della differenza rispetto alle verità dell’establishment scientifico, culturale e politico che tradizionalmente, anche se in forme e maniere diverse, guida le scelte collettive. Quindi, quando gli autori parlano di era della post-verità individuano un meccanismo effettivamente importante per l’equilibrio interno delle società. Il produrre opinioni spacciandole per verità altre e quindi reali rispetto a quelle ufficiali è una forma rischiosa che sfrutta sentimenti e emozioni, quindi punti deboli dell’essere umano, mortificando l’importanza della conoscenza (scienza, scuola, educazione) e favorendo in molti casi l’odio o la falsità online. I nuovi social media forniscono al singolo lo strumento per trasformarsi da spettatore delle rappresentazioni gestite da altri a operatore di un meccanismo di autoriconoscimento e di autolegittimazione.

In conclusione, la postverità è la verità alternativa che, sfruttando la potenza pervasiva dei nuovi media, assume una forza di penetrazione inarrestabile in quanto dà voce ai poteri indipendenti, il singolo blogger come i siti organizzati rispondenti a interessi diversi. Nuove verità vengono veicolate contro tutto ciò che è percepito come sapere elitario, soddisfacendo così l’universo simbolico delle nuove fedi irrazionali e insieme dogmatiche. La potenza del mezzo e l’avversione alla conoscenza rendono autorevoli le nuove verità, dalla dannosità dei vaccini alla negazione di verità storiche.

Quante e quali sono le facce della post-verità?
Una delle facce della post-verità è il diffondersi online di teorie, riflessioni, allusioni di vario tenore, a cospirazioni e complotti del potere costituito, all’affermarsi di una retorica del complotto e della macchinazione nascosta che, seppur legata a una lunga tradizione storica, prende ora nuova vitalità e nuove modalità pragmatiche negli strumenti mediatici e, in special modo, nelle piazze virtuali che i social creano, favoriscono, incentivano. Supporre che la società sia preda di poteri nascosti, di forze non responsabili che operano contro il bene comune, definito peraltro da specifiche prospettive ideologiche, è un genere letterario e insieme una procedura pragmatica finalizzata all’autoriconoscimento di gruppi, appunto alternativi. Si tratta, cioè, di un tipo di discorso, sostanzialmente politico, volto a valorizzare timori, aspettative e finalità, che denuncia le disparità di potere e di approccio alla realtà. Un linguaggio spesso onirico, generalmente ambiguo e volutamente non decodificabile, che però opera sulle credenze, sui simboli e, quindi, sull’inconscio delle persone. I modi più correnti di manifestarsi della post-verità sono le cosiddette fake news, cioè le false notizie e informazioni che circolano sui social di ogni tipo, da Facebook ai blog. Accanto ad esse, si manifesta la virulenza del cosiddetto hate speech, il linguaggio dell’odio, che dà sfogo all’emotività e all’aggressività verbale contro personaggi politici e non. Un’altra importante modalità è rappresentata dalla partecipazione a blog di discussione nei quali si moltiplica l’effetto di echo chamber, dove il partecipante resta intrappolato in discussioni a senso unico, sulla base di opinioni, credenze e valori condivisi e quindi riconfermati, senza alcuna riflessione critica e senza voci discordanti. Naturalmente questo ricorda fatti ordinari, come la scelta del quotidiano, ma trasforma la condivisione di una stessa ideologia in uno strumento di chiusura al resto del mondo, moltiplicandone gli effetti di divisione e di separazione.

Come si è sviluppata negli anni la retorica del complotto?
È difficile ritagliare i confini dello spazio del pensiero complottista. Certamente esso emerge particolarmente vivace e convincente nei momenti di crisi sociale e economica. Così, è noto che i regimi totalitari del Novecento, dal fascismo al nazismo al comunismo ricorrono ad una visione apocalittica della realtà sociale e alle più diverse ipotesi complottiste come arma di aggressione e di persuasione. La rivoluzione francese e i suoi effetti furono visti, dal pensiero tradizionalista e conservatore come il risultato di una cospirazione massonico-giacobina contro i valori tradizionali, religione e autorità legittima (basti pensare alle Memorie per la storia del giacobinismo di Augustin Barruel). Un caso esemplare di vera e propria ‘campagna di opinione pubblica’ collegata ad un preteso complotto è offerto dall’Affaire Dreyfus che trae origine dalla condanna per alto tradimento emessa dal Consiglio di Guerra contro l’Ufficiale Alfred Dreyfus nel dicembre del 1894. All’origine della condanna una lettera anonima, bordereau, che le perizie grafologiche gli attribuivano, dal contenuto riservato d’informazioni riguardanti i progressi dell’artiglieria francese. La missiva, indirizzata all’attaché militare tedesco, anticipava l’invio di cinque documenti importanti per la sicurezza nazionale; Dreyfus fu deportato. La sentenza fu molto discussa e il caso sfociò in una questione politica. Quattro anni più tardi, nel 1898, il caso esplose nella stampa. Un “Affaire” in tutti i sensi che spaccò la Francia in due: i dreyfusardi – repubblicani, anticlericali, antimilitaristi – e gli antidreyfusardi – nazionalisti, conservatori, antisemiti. L’Affaire Dreyfus sancì la nascita dell’opinione pubblica e l’intreccio tra politica, giustizia e informazione. Fu, infatti, il primo processo nel quale la stampa interferì con la politica e la vicenda giudiziaria. La lotta politica, ideologica e culturale coinvolse l’intera popolazione e lo fece processando sulle pagine dei giornali prima che nelle aule dei tribunali. In questo senso, l’opinione pubblica venne influenzata ‘inventando’ il colpevole ideale, il capro espiatorio di origine ebrea.

Il ricorso a notizie false non è dunque recente e materializza forme di aggressività in maniere insieme sofisticate e pervasive, sfruttando i canali della comunicazione. I regimi totalitari e le formazioni sociali e ideologiche più estreme hanno sempre utilizzato questo mezzo per diffondere notizie false o tendenziose contro gli avversari. Si ricordi il falso documentale Protocolli dei Savi di Sion, creato ai primi del Novecento dalla polizia segreta zarista per denunciare un fantomatico piano eversivo ebraico e quindi aumentare antisemitismo; per quanto falso evidente fin dall’inizio, fu usato dal fascismo e dal nazismo per giustificare le politiche antisemite. Le fake news quindi rinviano alla differenza cognitiva e implicano livelli di aggressività che nei social si correla spesso a procedure di hate speech, cioè di messaggi che incitano all’odio, tipicamente in riferimento all’attualità la politica, come ad esempio, in Italia, l’immigrazione o la questione dei vaccini. La natura autoreferenziale dei blog e delle piattaforme di discussione (echo chambers) favoriscono contenuti altrimenti non espressi esplicitamente fuori del cyberspazio, con richiami espliciti al razzismo, all’omofobia, alla misoginia, e più in generale con attacchi verbali virulenti contro l’universo cognitivo associato a ciò che viene visto come establishment, politico, scientifico, culturale.

Quali sono gli effetti della disinformazione sull’opinione pubblica?
Il problema della disinformazione è più generale e sofisticato di quanto non appaia a prima vista, né tantomeno si può ridurre all’invadenza dei social media. La centralità dei media nell’esperienza delle persone è un tratto ineludibile; rispetto ai propri genitori, i ragazzi vivono oggi le nuove tecnologie in modo simbiotico e condividono i valori e i modelli di comportamento che queste propongono con i coetanei di tutto il mondo. Se le persone adulte si confrontano con i nuovi media in una condizione di astrazione e di analisi critica, molti giovani ne assorbono i contenuti in uno stato di immersione e di abbandono. La globalizzazione dell’immaginario rappresenta un valido punto di partenza per interpretare i mutamenti sociali in atto e per spiegare molti comportamenti individuali e collettivi. È noto, del resto, che la nostra possibilità di dare senso al mondo che ci circonda dipende in buona parte dal contributo dei media; in quest’ottica, anche il destinatario della comunicazione, il pubblico, è stato indagato da numerose ipotesi e teorie dipendenti spesso da posizioni ideologiche forti, spesso contraddittorie, e da prospettive che lo hanno visto soggetto attivo o passivo del processo di comunicazione. Del resto, come sottolinea Lippmann ([1922]2004:247) ‘la notizia non è uno specchio delle condizioni sociali, ma la cronaca di un aspetto che si è imposto all’attenzione’. La notizia, prosegue, ‘non ci dice in che modo il seme stia germinando nel terreno, ma può dirci quando appare alla superficie il primo germoglio’.

L’ipotesi che a me sembra più feconda è che la notizia e la verità non siano la stessa cosa, e debbano essere chiaramente distinte. La funzione della notizia è di segnalare un fatto, la funzione della verità è di portare alla luce i fatti nascosti, di metterli in relazione tra di loro e di dare un quadro della realtà che consenta agli uomini di agire. Solo là dove le condizioni sociali assumono la forma riconoscibile e misurabile, il corpo della verità e il corpo della notizia coincidono. (Lippmann [1922]2004:259)

L’immaginario sostituisce la prospettiva reale proponendosi così, fin dall’inizio, la dicotomia tra verità e il discorso che la vuole rappresentare. Oggi, la comunicazione globale include la necessità di modificare o, quantomeno, di allargare gli orizzonti simbolici intesi come intelaiatura entro la quale vengono lette le informazioni in osservanza del proprio immaginario, dell’immaginario collettivo e della cultura del pubblico destinatario. A questo proposito è da osservare che l’informazione, anche in contesti di comunicazione neutra, svincolata da interessi di parte, non risulterà mai oggettiva poiché mediata da preconcetti e valori preesistenti. L’accettazione avviene solo nel caso in cui ci sia una predisposizione a credere; in caso contrario, si ha dissonanza cognitiva che determina la condizione per la quale uno stesso argomento viene associato a quadri interpretativi diversi. Del resto, la realtà cognitiva è soggettiva e determina una realtà virtuale declinata in più espressioni; questo è ancora più decisivo in un contesto di comunicazione globale.

Esiste un rapporto tra fake news e democrazia?
In un caleidoscopio di denunce di mediacrazia, sondocrazia, teorie del complotto e fake news è certamente necessario stabilire il ruolo effettivo dell’opinione pubblica all’interno del processo democratico e il suo grado di autonomia all’interno di una realtà nella quale gli strumenti di comunicazione hanno potenzialità e pervasività mai avute prima. I social network permettono di creare una identità di rete personale (impression management), manipolabile dall’utente in modo da presentarsi nel cyberspazio come lui preferisce. Questa creazione identitaria porta alla costruzione di contatti virtuali (Virtual Relationship), dando luogo alla possibilità di ampliare in maniera indefinita la propria rete sociale. I social network hanno cambiato il nostro modo di vivere e di avere relazioni con gli altri, nel senso che all’ampliamento dei contatti generalmente corrisponde un aumento dell’analfabetismo emozionale. Le fake news, in quanto strumentalizzazione aggressiva del mezzo di comunicazione, e l’odio in rete sono due degli aspetti deteriori delle nuove tecnologie di comunicazione. Gli odiatori agiscono senza un motivo apparente, semplicemente per generare odio e lo fanno attraverso commenti, video, post, immagini e i più recenti meme.

In questa prospettiva i diritti civili, lo stato di diritto e leggi che lo regolano sono visti come limitazioni inaccettabili all’individualità legata a quelle che sono ritenute le leggi dello stato di natura rousseauiano, della società degli uomini buoni per natura, la società evocata dalla piattaforma Rousseau dei 5S, e dall’ideale di una società espressione diretta dei singoli. Lo stato di paura e di incertezza, il timore del nuovo e del diverso, la rivendicazione delle leggi di una società patriarcale fanno vivere le leggi dello stato come imposizioni invece che come fattori di sicurezza e di riconoscimento dei diritti di ciascun membro della società. I social network rendono reale il virtuale.

Le spinte contro le forme tradizionali di democrazia rappresentativa hanno trovato lo strumento necessario nella ‘democrazia elettronica’, cioè nella formazione di opinioni politicamente rilevanti tramite i media sociali:

[…] quella che è stata definita “controdemocrazia”, nella quale il popolo diviene parte attiva dei processi democratici, sono state valorizzate forme di partecipazione elettronica dei cittadini rese possibili dall’evoluzione degli strumenti tecnologici e della comunicazione e informazione di massa. Infatti, la crisi della partecipazione politica ‘tradizionale’, l’insofferenza dei cittadini nei confronti dei corpi intermedi, l’enorme e incontrollato sviluppo della tecnologia e, nel contempo, l’urgenza di rivitalizzare le pratiche partecipative, ha portato parte della dottrina a coniare le espressioni ‘cyberdemocracy’ o ‘democrazia elettronica’, le quali, considerate “come un formidabile ricostituente per le nostre gracili democrazie”, si riferiscono a una nuova ed ennesima modalità di funzionamento delle stesse. (Mandato 2018: 7)

Alcuni autori attribuiscono un valore positivo alla possibilità di partecipazione diretta nella gestione della cosa pubblica che le nuove tecnologie offrono a chiunque. Certo, la comunità virtuale che i social promuovono può effettivamente sviluppare forme di partecipazione, uno spazio condiviso di discussione. Resta vero che anche Rousseau, il filosofo dello stato di natura e della volontà generale, distingue quest’ultima dalla somma delle volontà dei singoli, suggerendo un’astrazione morale, in un certo senso, come la storia mostra, anche più pericolosa della volontà della maggioranza.

Secondo Ferraris (2017) la società attuale, basata sul monadismo mediale si caratterizza appunto per la capacità di produrre messaggi individuali che valgono come documenti universali, cioè potenzialmente fruibili da chiunque altro abbia accesso al web. La tecnologia fornirebbe quindi il medium tra realtà oggettuale e l’epistemologia, il sapere, in quanto enunciatrice di verità. La tecnologia sarebbe quindi, nella sua visione, ciò che fa la verità. Ma questo terzo termine, la tecnologia, è sempre esistito, anche nell’era mediale, in quella della produzione in senso marxiano e comunque in qualsiasi altra era che vogliamo scoprire per gli esseri della nostra specie. È il linguaggio, la più intrinseca e insieme la più ingannevole e difficile delle nostre conoscenze innate, delle nostre capacità cognitive innate! In questo senso la comunicazione, intesa come l’insieme delle espressioni che l’uomo utilizza per trasmette contenuti, è soggetta all’ambiguità e alla manipolazione.

D’altra parte, solo comunicare, e in particolare attraverso il linguaggio, permette una piena espressione della natura umana e dei suoi pensieri, intrecciandosi in modo complesso con l’esigenza di libertà. Non tutto lo spazio di espressione che i social rendono disponibile è, infatti, associato con la comunicazione post-veridittiva e i suoi aspetti inquietanti dal punto di vista della conoscenza. Vi sono usi delle nuove tecnologie che sembrano favorire lo sviluppo di capacità personali in un clima di armonia e di creatività, come i fenomeni di social writing e social reading per mezzo di social come Twitter e Facebook e di piattaforme specializzate come aNobii per il social reading. Altri fenomeni che implicano la condivisione e la rielaborazione di contenuti sono i fandom, che mettono insieme i cultori di testi filmici e sequel televisivi.

Di cosa sono il sintomo le teorie del complotto?
Il complotto è lessicalizzato dall’indefinitezza; chi usa queste espressioni sa che sono evocative di narrazioni lasciate alle paure, anche irrazionali, del singolo, e proprio per questo particolarmente potenti. D’altra parte, l’impossibilità di ricorrere a descrizioni definite, dotate di contenuto referenziale, denuncia l’inganno; un inganno aderente, però, all’immaginario di segmenti importanti della collettività. Il punto è che il complottismo finisce per esautorare qualsiasi aspettativa o finalità costruttiva e positiva nella società, privandola del necessario grado di autocoscienza e di autostima. Tutto diventa confuso e in mano d’altri, sconosciuti.

Queste considerazioni valgono per tutte le posizioni politiche estreme, di destra e di sinistra, che si richiamano a una sorta di mitologia motivante che evoca forze occulte e poteri cospiratori. Nel caso dell’estremismo di sinistra, il riferimento ai poteri economici rappresentati dalle multinazionali e dalla finanza internazionale ne ha modellato per decenni la polemica politica. Ciò mette in evidenza una saldatura nel ricorso alla pratica complottista tra posizioni ideologiche molto lontane che condividono però l’artificio retorico del potere occulto e, in alcuni casi, le stesse entità sovranazionali.

L’affermarsi di interpretazioni estremistiche veicolate dai nuovi mezzi mediatici riflette i sistemi di valori e i meccanismi di cambiamento valoriale analizzati in Inglehart[1] nei termini del contrasto tra materialisti e post-materialisti. Certo, la prospettiva estremista incarna i classici significati definiti da Inglehart ‘materialisti’, cioè la ricerca di sicurezza socio-economica, il rifiuto della modernizzazione e un forte pregiudizio identitario. Al contrario, gli atteggiamenti post-materialisti risultano indirizzati alla libertà di espressione e al ruolo cruciale svolto dall’educazione e dalle élites istruite. Tuttavia, i social media hanno manipolato le condizioni dello scambio di informazione, nel senso di aprire anche al pensiero materialista strumenti potenti e pervasivi, indifferenti al grado di istruzione, all’età, al luogo e al gruppo di appartenenza. Il significato stesso della libertà di espressione viene quindi capovolto in quanto non è più la meta di un processo educazione ma si realizza nell’uso acritico e ideologico della post-verità.

Si può qualificare la teoria del complotto come “terrorismo informazionale”?
C’è in effetti chi usa questa immagine, nel senso che il ricorrere ad una rappresentazione cospirazionista della realtà e dei fatti sociali può avere un effetto simile ad atti di terrorismo, nella direzione di un indebolimento delle coscienze e nel bloccare qualsiasi aspirazione ad un’evoluzione in senso progressivo e positivo delle strutture democratiche. Purtroppo, in molti casi, è la verità stessa a creare una sorta di arretramento degli atteggiamenti e della fiducia delle persone, come l’enorme problema dell’informazione sulle singole persone acquisita dai media e dai sistemi di controllo governativi o comunque vicini agli apparati statali, come nel caso delle rivelazioni di Snowden’s sulle attività della NSA americana, o dello scandalo di Cambridge Analytica. In un certo senso una sorta di terrorismo è determinato dallo smascheramento di pratiche reali da parte di reali agenzie, e questo alimenta ancor più l’emergenza cospirazionista.

[n]on esiste alcuna prospettiva che in un futuro prevedibile l’ambiente invisibile diventi tutto così chiaro agli individui da consentirgli di arrivare spontaneamente a opinioni pubbliche sensate su tutto ciò che riguarda il governo. E che se ci fosse una tale prospettiva è estremamente dubbio che molti di noi vorrebbero dedicare del tempo o prendersi la briga di formarsi un’opinione su ‘tutte le forme di azione sociale’ che ci riguardano. La sola prospettiva non visionaria è che ognuno di noi, nella sua sfera, agirà sempre di più in base a un quadro realistico del mondo invisibile, e che avremo un numero sempre maggiore di individui esperti nel mantenere realistiche queste immagini. (Lippmann [1922]2004:225)

[1] Ronald Inglehart, The Silent Revolution. Changing Values and Political Styles Among Western Publics Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1977; Ronald Inglehart, Cultural Evolution. People’s Motivations Are Changing, and Reshaping the World, Cambridge, Cambridge University Press, 2018.