Il portone si apre con uno scatto secco, e nel corridoio l’odore di sugo si confonde con quello del detersivo, sotto la luce fredda dei neon che cade su una sedia sbeccata, su un murale dipinto dai ragazzi, su un barattolo di penne appoggiato accanto a una mensola segnata dall’umidità. Comincia così, con un’immagine che vale più di qualunque definizione, il libro che Nino Lo Bello dedica alle comunità educative per minori. Fin dalla prima pagina l’autore fa una scelta di metodo: prima di spiegare cos’è una comunità, la mostra. Fa entrare il lettore in quel luogo con il corpo e con i sensi, nello stesso modo in cui ci entra un adolescente il giorno del suo arrivo, quando, come si legge con un’intuizione felice, «il corpo sa prima della mente».La premessa chiarisce senza ambiguità l’ambito e lo scopo. Le comunità per minori sono strutture residenziali, educative o terapeutiche, che accolgono ragazzi tra i tredici e i diciotto-ventuno anni con difficoltà comportamentali, familiari o penali, collocati lì dai Servizi Sociali o dal Tribunale per i Minorenni. Al centro di questo sistema c’è l’educatore professionale, chiamato ogni giorno a essere un adulto significativo, «una base sicura che accoglie i vissuti dei minori e che è in grado di contenerli». Lo Bello elenca con franchezza le difficoltà che pesano su questo lavoro: l’intensità emotiva del rapporto con ragazzi pieni di rabbia e di paura; un’organizzazione che spesso costringe gli operatori a ricoprire troppi ruoli insieme; l’arrivo di minori traumatizzati in strutture non preparate ad accoglierli; una formazione spesso generica e la mancanza di supervisione, che espongono gli educatori al rischio concreto del burnout. Da qui nasce l’obiettivo del volume, dichiarato con una formula efficace: «educare gli educatori». Il libro si rivolge a formatori, supervisori, psicologi, pedagogisti e coordinatori, con un’impostazione che tiene insieme teoria e pratica.
L’aspetto più riuscito dell’opera è proprio il modo in cui questa impostazione prende forma. Lo Bello non scrive un manuale con paragrafi e definizioni. Costruisce una sequenza di scene, ambientate in una comunità come tante, abitate da ragazzi che il lettore impara presto a riconoscere: Marco, Luca, Davide, Sara, Martina, Andrea. Accanto a loro ci sono educatrici ed educatori come Elena, Giulia, Sara e Lucia. Da ogni scena l’autore ricava con naturalezza un’indicazione di lavoro, una frase da dire o da evitare, un gesto da ripetere. Il primo capitolo, dedicato all’arrivo in comunità, ne è un esempio chiaro. Il controllo dei documenti, l’inventario degli effetti personali, la gestione dei farmaci e la spiegazione delle regole su pasti, telefonate, scuola, uscite e colloqui con l’avvocato vengono raccontati come momenti in cui si decide se il ragazzo vivrà la comunità come «un parcheggio per casi difficili» o come un posto dove qualcuno lo vede davvero. Restano impressi alcuni dettagli minimi: l’educatrice che si presenta solo con il nome e il ruolo, senza un «benvenuto» che suonerebbe falso; il provvedimento del giudice tradotto in parole semplici; il quaderno consumato che l’operatrice ripone sullo scaffale promettendo che nessuno lo aprirà senza permesso. Sono gesti piccoli, ma su di essi si fonda la fiducia.
Da qui il libro allarga lo sguardo alle ragioni che portano un minore in comunità. Lo Bello insiste su un’idea che attraversa tutto il volume: il disagio che cresce in silenzio dentro casa, il reato che lo rende visibile agli occhi della legge e il bisogno di protezione che nessuno ha saputo riconoscere non sono tre problemi distinti, ma «la stessa storia raccontata da angoli diversi». Il furto di Marco al supermercato diventa allora un modo goffo di dire «guarda, esisto, ho bisogno di qualcosa». Sara, tredici anni, con un padre dipendente da sostanze, prende soldi in casa non per sé ma per pagare le bollette di una famiglia che si sta sfaldando, e per lei la comunità significa soprattutto poter tornare a essere una bambina. L’autore precisa con equilibrio che questa lettura non giustifica l’illecito, ma offre una chiave per interpretarlo. Il secondo capitolo, Volti, storie e ferite invisibili, completa il discorso mostrando quanto poco le etichette dei fascicoli («aggressività», «comportamento antisociale», «carenza di empatia») riescano a dire di un ragazzo che si copre il viso con le mani al minimo rumore.
Una parte importante e particolarmente sentita riguarda le famiglie. Il terzo capitolo, Famiglie allo stremo, si apre con una serie di immagini dolorose: una madre che chiude i coltelli in una scatola di cartone e non dorme più; un padre che passa le notti in macchina sotto casa per accorgersi se il figlio scappa; una nonna che scopre il conto in rosso dopo aver pagato l’avvocato e la retta della comunità per la nipote. Lo Bello riesce a raccontare questi genitori senza accusarli e senza assolverli, come persone stremate che vanno sostenute. Lo stesso spirito torna nel nono capitolo, Genitori presenti oltre il giudice, e nella sezione dedicata agli incontri protetti, alle telefonate e alle firme. Qui l’autore propone strumenti molto concreti: un breve colloquio preparatorio prima dell’incontro, una pausa di sessanta secondi quando qualcuno alza la voce, un oggetto sul tavolo da tenere in mano mentre si parla, piccoli rituali che aiutano un genitore a sentirsi ancora tale anche quando le decisioni importanti spettano a un giudice.
Il quinto capitolo e la sezione Misure penali come percorsi educativi rendono accessibile anche a chi non è un giurista il percorso penale minorile. Si parte dalla segnalazione o dalla denuncia e si arriva alla Procura per i Minorenni, che si avvale delle relazioni dell’USSM, l’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni. Vengono illustrate le strade possibili: l’archiviazione per irrilevanza del fatto, i percorsi riparativi che possono portare al perdono giudiziale, il rinvio a giudizio, e soprattutto la messa alla prova, intesa come seconda occasione costruita su impegni concreti. Ma anche qui il punto centrale è l’uso educativo delle prescrizioni. Giulia, l’educatrice, legge «parola per parola» insieme a Marco il foglio con il rientro alle ventuno, l’obbligo di frequenza scolastica, il divieto di sostanze e i colloqui settimanali. A chi le chiede se basta un errore per perdere tutto risponde che quelle righe vanno trasformate in «una settimana che ti stia addosso senza schiacciarti». È un’immagine che riassume bene il passaggio, proposto dall’autore, dalla logica della punizione a quella del progetto.
La parte centrale del libro descrive la vita quotidiana della comunità: la sveglia, le colazioni a turni, il cartellone degli orari scritto a pennarello, le regole che danno un ordine senza diventare oppressive. Seguono tre ritratti di cambiamento, tra cui spicca quello di Luca, il ragazzo che disegna di notte. Il suo educatore non gli toglie il carboncino ma gli concede un limite preciso: «Puoi disegnare fino alle due. Niente rumori dopo. Tavolo pulito prima di andare a letto». Dopo due mesi Luca dice: «Non mi piace stare qui, ma almeno qui qualcuno guarda i miei disegni». In questa frase c’è tutta l’idea educativa del libro. I capitoli ottavo e nono-bis sono dedicati al linguaggio non verbale: il pennarello battuto sul quaderno, la sedia fatta dondolare sul bordo del tappeto, le canzoni cambiate ogni trenta secondi, la musica cupa ascoltata in loop. L’autore invita a non classificare questi comportamenti, ma a leggerli come segnali a cui rispondere subito: un foglio bianco, il volume abbassato di due tacche, un educatore che si siede abbastanza vicino da esserci e abbastanza lontano da non invadere.
Alla rete degli adulti è dedicato il decimo capitolo e le sezioni che lo seguono, con strumenti semplici e utilissimi: il cartellone «Chi fa cosa», le colonne «Posso» e «Non posso», la regola di parlare «al ragazzo, non del ragazzo» nelle riunioni tra educatori, insegnanti, assistenti sociali, psicologi, avvocati e genitori. Merita una menzione particolare l’undicesimo capitolo, Analisi degli errori e lezioni apprese, che ha il merito di non nascondere i fallimenti. L’allontanamento di Marco, la rissa e la denuncia arrivano proprio quando i verbali parlavano di miglioramenti. L’analisi successiva mostra che quattro adulti avevano descritto lo stesso obiettivo con quattro formulazioni diverse, e che nessuno aveva chiarito un’indicazione pratica decisiva. Dall’errore nasce una lezione utile per chiunque lavori in équipe.
L’ultima parte del volume raccoglie gli strumenti più direttamente operativi. Il dodicesimo capitolo descrive la gestione della crisi: l’educatrice che resta seduta, di lato, con le mani visibili, abbassa la voce e offre al ragazzo due alternative tra cui scegliere. Seguono i «piccoli gesti» che cambiano le relazioni, come bussare e aspettare, chiedere al ragazzo come preferisce essere chiamato, annunciare un movimento prima di farlo. Il tredicesimo capitolo è forse il più originale: dà la parola ai ragazzi stessi, attraverso i biglietti anonimi lasciati per tre mesi in una scatola nel corridoio, brevi interviste e piccoli gruppi di discussione. Ne escono frasi come «Se parli già sapendo quello che pensi, io smetto di parlare», che valgono quanto un trattato di pedagogia. Il quattordicesimo capitolo si occupa degli operatori, del loro rischio di esaurimento e dell’importanza di condividere la fatica, come accade nel pomeriggio in cui Elisa porta i biscotti e la riunione si trasforma in uno spazio di ascolto reciproco. Il quindicesimo, Uno sguardo oltre l’etichetta, chiude il libro con una riflessione sul linguaggio. Dire «Marco è un ladro, è ingestibile» fissa un’identità; dire «Marco ha commesso un furto e fatica a gestire la frustrazione» apre la strada a un intervento. Osservare invece di etichettare, conclude l’autore, significa fare in modo che le parole diventino «strumenti per intervenire, non sentenze che bloccano il cambiamento».
Lo stile accompagna bene il contenuto: frasi brevi, un lessico concreto, una prosa che evita la retorica e rifiuta, come dice lo stesso autore, ogni «eroismo». È una scelta coerente con un libro che vuole essere usato. I casi raccontati, con nomi e dettagli modificati per tutelare la riservatezza, si leggono con la partecipazione che si riserva a un racconto, e allo stesso tempo forniscono indicazioni chiare e ripetibili. Minori e Comunità Educativa è quindi un testo prezioso per chi lavora nelle comunità o si prepara a farlo, per chi forma e supervisiona gli educatori, ma anche per insegnanti, assistenti sociali e genitori che vogliono capire cosa succede oltre quel portone. Lo Bello ci ricorda, con competenza e grande umanità, che dietro ogni fascicolo c’è un ragazzo che chiede soprattutto di essere visto.
L’Autore
Mi chiamo Nino Lo Bello, sono nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani e vivo a Verucchio, in provincia di Rimini dal 2003. Ho conseguito nel 2008 una Laurea in Scienze della Formazione e dell’Educazione presso l’Università di Bologna, Polo Universitario di Rimini. Lavoro nelle comunità dal 2016 inizialmente con la mansione di Educatore e successivamente, dal 2023, con un ruolo da responsabile operativo. Nel 2023 ho conseguito un Master in Criminologia Clinica, Penitenziaria e Minorile.




