Fine del 1984. La Domenica Sportiva manda in onda il riassunto dell’anno e un ragazzino calabrese è incollato al televisore. Sulle note di Downtown di Petula Clark, sullo schermo compare un uomo che corre lungo un viale coperto di foglie. Non ha l’aria del campione, ma qualcosa nel suo modo di avanzare cattura lo sguardo. Pochi istanti dopo taglia il traguardo della maratona di New York, con gli occhi lucidi e le gambe che tremano. Il suo nome appare in sovrimpressione, quasi timidamente: Orlando Pizzolato.Si apre così Il lato nascosto di Massimiliano Coniglio (Passione Scrittore, 2026). È la storia di un uomo che cresce attraverso due sport solo in apparenza lontani, il tennis e la corsa, e soprattutto grazie all’incontro con la persona che gli ha insegnato a viverli entrambi.
Il narratore, Corrado, arriva da bambino in un paese delle Serre calabresi, dove si trasferisce con la famiglia dalla costa ionica. A scuola è “quello nuovo”, non capisce il dialetto, passa la ricreazione appoggiato al muro del cortile. Poi un ragazzino biondo con gli occhiali, Adriano, gli chiede “Giochi o guardi?” e lo porta in mezzo alla partita. Da lì nasce un’amicizia scandita dal ritmo secco della pallina contro il muro: dritto, rovescio, dritto, rovescio. Finché un giorno la pallina centra il neon del salotto e il padre di Adriano, il dottore che in paese tutti chiamano don Mimì, invece di arrabbiarsi butta lì una frase che sembra una profezia: bisognerebbe trovarlo, il posto giusto. Il posto giusto esiste ed è nascosto sotto il piazzale del cimitero: un vecchio campo da tennis abbandonato, senza rete, invaso dai rovi, affacciato sulla vallata e sugli uliveti. I due ragazzi lo liberano con zappe e rastrelli, ripassano le linee di un improbabile giallo canarino e ci organizzano tornei con una coppa di compensato verniciata d’argento. È il “campo nascosto” che dà il titolo al primo capitolo, e in un certo senso a tutto il libro.
È proprio quel tabellone di cartone costruito a mano ad attirare Egidio, architetto del paese, arrivato su un Mini Califfo rosso. Ha la “erre” arrotata, una passione per il tennis “assoluta, quasi feroce” e la capacità, come dice lui stesso, di vedere non solo quello che c’è, ma quello che potrebbe esserci. È il personaggio attorno a cui gira tutto il romanzo (non a caso il libro è dedicato a lui): un adulto che prende sul serio i sogni di tre ragazzini, Corrado, Adriano e il piccolo, ostinato Matteo, e li trasforma in un circolo vero, con due campi, una club house e le tessere da socio scritte a mano. Coniglio lo costruisce con pochi tratti esatti. Egidio rimprovera in silenzio, ed è peggio di qualsiasi rimprovero, quando una panchina lasciata nel posto sbagliato ferisce Corrado. Va a prenderlo a mezzanotte in un passo di montagna avvolto dalla nebbia (“La nebbia è onesta. Ti dice subito che non vedi. È il sereno che a volte inganna”). Dopo una sconfitta umiliante gli spiega che quel giorno aveva giocato contro un avversario in più, l’idea di deluderlo.
Uno dei passaggi più riusciti del romanzo è il racconto della crisi agonistica di Corrado adolescente. Il ragazzo che sul vecchio campo giocava calmo e regolare, quasi “zen”, si irrigidisce non appena il tennis diventa una prova da superare. Qui l’Autore attinge apertamente a Il gioco interiore del tennis di Timothy Gallwey e lo traduce in narrazione con grande naturalezza: l’esercizio inventato da Adriano, che consiste nel dire ad alta voce “rimbalzo” e “colpo” per mettere a tacere la mente, e le parole della maestra Maria (“il tuo tennis migliore esce quando esprimi, non quando dimostri”) toccano chiunque abbia praticato uno sport, e anche chi non l’ha mai fatto.
Nella seconda parte, intitolata “Distanze”, il protagonista cresce e se ne va: l’università a Pisa, il lavoro a Milano, una nuova vita lontana dal paese. Il tennis giocato diventa un ricordo estivo, mentre prende spazio la corsa, scoperta quasi per caso lungo un canale di campagna e subito legata a quella vecchia immagine televisiva di Central Park. Il filo con Egidio però non si spezza. Passa per i messaggi, le telefonate, le partite giocate a ogni ritorno nonostante il ginocchio che cede, e soprattutto per Roger Federer, che i due seguono insieme dalla vittoria su Sampras a Wimbledon nel 2001. Il libro si permette qui una bella libertà di forma: Corrado assiste davvero alla leggendaria finale di Wimbledon 2008 contro Nadal, e Coniglio la racconta con lunghe sezioni in seconda persona rivolte direttamente al campione, in un monologo interiore immaginato che trasforma una partita di tennis in un confronto con il tempo e con la propria identità. È una scelta audace e funziona, perché la parabola di Federer (il re che smette di essere invincibile, cade, si infortuna e rinasce) fa da controcanto alla storia del protagonista e a quella del suo maestro. Anche la terza parte, “Ritorni”, si chiude idealmente sulla finale degli Australian Open 2017.
Non sveleremo come si sviluppa la parte finale. Basti dire che la vita, come nel tennis, rimanda nella metà campo del protagonista palline difficili da ribattere: una malattia affrontata “punto dopo punto”, lutti, la fine di una relazione, mesi in cui la corsa perde la direzione. Coniglio descrive il dolore senza enfasi né retorica, con un pudore che lo rende più vero. Basta una canzone degli Oasis partita per caso in cuffia, o un poscritto in fondo a una lettera (“Ma non di giallo canarino, mi raccomando”), per far sentire al lettore tutto il peso dell’assenza. Poi, a poco a poco, il romanzo si apre al ritorno: l’amicizia con Adriano e Matteo che si ricompone, una nuova compagna di vita, Daniela, conosciuta in una libreria di Piazza Duomo mentre fuori piove, e le maratone che scandiscono la rinascita, da Londra a Berlino, da Valencia fino al ponte di Verrazzano.
Proprio la maratona di New York del 2017 fa da cornice all’intero libro. Tre interludi al presente (la partenza sul Verrazzano, il silenzio del Queensboro Bridge, l’ultimo miglio lungo la Quinta Strada) interrompono il racconto della memoria e lo tengono teso verso il traguardo. Il lettore corre insieme al protagonista e capisce un poco alla volta chi gli corre accanto, anche quando non c’è più. Ogni città attraversata, del resto, diventa qualcosa di più di uno sfondo: la Porta di Brandeburgo, con l’incontro con un anziano che non ha visto la sorella per ventotto anni, porta con sé una riflessione sui muri da abbattere, e il Queensboro Bridge, dove il pubblico non è ammesso, diventa il luogo in cui si fanno i conti con sé stessi.
La scrittura è limpida e misurata, capace di passare dalla comicità affettuosa delle pagine d’infanzia alla commozione della maturità senza mai calcare la mano. I dialoghi sono vivaci e credibili, e le epigrafi in apertura dei capitoli (Pavese, Conrad, Kavafis, Agassi, Murakami) disegnano una piccola mappa di letture e di senso. In filigrana torna più volte il celebre verso di Kipling inciso all’ingresso del Centre Court sul Trionfo e la Rovina, “due impostori” da trattare allo stesso modo, che diventa la chiave per leggere tutto il romanzo e il suo “lato nascosto”.
Il lato nascosto è anche, in larga parte, una storia vera. L’Autore lo dichiara nei ringraziamenti, rivelando che quasi tutti i nomi sono autentici e che il paese mai nominato nel testo è Bivongi. Questo dà al libro il valore di una testimonianza: è un omaggio a un educatore che ha lasciato il segno, a un’amicizia durata una vita e a una terra da cui si parte ma a cui si torna sempre. Lo chiude la sentita postfazione di Filippo Casalini, che ne ha curato anche l’editing e il progetto grafico. È un romanzo per chi ama lo sport, ma soprattutto per chi ha avuto la fortuna di incontrare un maestro, o vorrebbe averlo incontrato. Si chiude il libro con la sensazione di aver corso a lungo e di essere arrivati, stanchi e felici, al traguardo.




