“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

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di Paolo Cognetti
Einaudi

«Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna.
Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.
»

Pietro è un ragazzino introverso e silenzioso che abita a Milano con i suoi genitori, emigrati dal Veneto e uniti dalla passione per la montagna. D’estate trascorrono un paio di settimane in diverse località del Monte Rosa; se la madre preferisce leggere un libro seduta su un prato, il padre trascorre la vacanza alla ricerca di nuove vette da raggiungere.

Quando nel 1984 arrivano a Grana, un paesino al di fuori degli itinerari turistici, capiscono che è il posto giusto in cui tornare ogni estate e affittano una baita da tempo disabitata.

Pietro, affascinato dai fiumi, inizia a dedicarsi all’esplorazione solitaria di un torrente che scorre nelle vicinanze finché, un giorno, nota che “c’era un ragazzino che pascolava le mucche nei prati lungo la riva”; è questa la prima volta che incontra Bruno, l’unico giovane abitante del paese.

Tra le loro corse nel bosco, la ricerca di tesori nei ruderi e la scoperta dei luoghi da cui Bruno non si è mai allontanato, nascerà un legame solido, forte, che nemmeno la lontananza dell’inverno riuscirà a scalfire; “Esci dài, – diceva senza salutarmi né niente, come se ci fossimo visti soltanto il giorno prima.

Dall’adolescenza all’età adulta Pietro si distaccherà dalla montagna, senza più rivedere Bruno. Si rincontreranno solo dopo la morte del padre di Pietro, che gli ha lasciato in eredità una piccola proprietà a Grana; sarà proprio l’amico a condurlo alla barma drola, un rudere acquistato dal padre tre anni prima e a cui aveva promesso che sarebbe stato lui a ricostruire.

Entrambi così l’inizio dell’estate per dare il via ai lavori, e tirando su i nuovi muri della casa e fissando le assi del tetto, Pietro ritrova il suo amore per la montagna e il legame con il suo migliore amico.

Le otto montagne, pubblicato nel 2016 e vincitore del Premio Strega nel 2017, è la storia di amicizia tra Bruno e Pietro; un romanzo talmente fluido impossibile da rinchiudere all’interno di qualsiasi categoria.

Se fino ad oggi la narrazione della montagna si limitava quasi esclusivamente al resoconto di spedizioni alpinistiche, vittorie o fallimenti di ascensioni e conquista delle vette più alte, Paolo Cognetti è tutt’altro.

Già ne Il ragazzo selvatico comincia a diventare il portavoce di una “letteratura di montagna” che racconta un mondo rurale e nascosto, ma specialmente quotidiano.

Non c’è esaltazione o mistificazione dei luoghi ma uno sguardo solido, di chi ama, soffre e ricorda con nostalgia un passato che non può ritornare, sia nella spensieratezza della sua amicizia con Bruno sia nell’abbandono della valle che gli uomini hanno dimenticato e trascurato. Un decadimento che, il Pietro di quarant’anni, guarda con rabbia mista all’affetto che porta con sé dai primi anni della sua vita.

La lingua è quella “dura della montagna”, la lingua concreta delle cose: non si parla mai di natura, concetto di per sé vago e privo di significato. «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome.»

Ogni anfratto, ogni roccia, il greto del torrente, le sponde del lago, i crinali e le creste, qualsiasi elemento del paesaggio che appare di fronte agli occhi di Pietro viene scandagliato, descritto con precisione. Tutto ha un nome, come afferma Bruno mentre si infervora ascoltando i vaneggi di alcuni amici di Pietro: «Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.»

Un linguaggio essenziale, puro, dove gli aggettivi scarseggiano lasciando spazio ad uno sguardo che vuole rimanere ancorato il più possibile a ciò che lo circonda.

Non esistono gli alberi, ma esistono la brenga, la pezza, l’arula, nomi tangibili, resi ancora più vivi nel dialetto di Bruno. Anche Pietro, quando è su in montagna, viene battezzato con un nuovo nome: Berio, sasso, così inizia a chiamarlo Bruno da ragazzino, come a suggellare l’esclusività del loro legame, che può esistere solo lassù e da nessun’altra parte: «la nostra amicizia abitava su quella montagna e ciò che succedeva a valle non la doveva sfiorare.»

Anche i dialoghi sono sporadici e le parole sembrano sempre non riuscire a esprimere davvero ciò che i protagonisti vorrebbero; è nel silenzio la vera voce, i gesti quotidiani, il modo di camminare che hanno trovato la loro complicità, il loro modo per capirsi.

Lo sguardo di Pietro su ciò che lo circonda spesso rispecchia la placidità di una natura incurante dell’uomo e che si riprende il suo spazio, «le tre baite deperivano, i muri s’ingobbivano come vecchie schiene, i tetti cedevano al perso degli inverni, intorno era tutto un germogliare di erbe e fiori.»

Pietro è un ramingo, che sale e scende dalle montagne senza aver ancora trovato il suo posto nel mondo; Bruno invece sa che il suo è in mezzo ai monti. Sono i due poli del racconto che ascolta Pietro in Nepal da un uomo che porta un pollaio sulla schiena: «avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?»

Per tutto l’arco narrativo è onnipresente la figura del padre di Pietro, Giovanni: nella memoria, nel ricordo, negli insegnamenti ricevuti tramite i gesti, nelle promesse da mantenere. A suo figlio sembra quasi di averne avuti due, di padri: quello burbero e litigioso della città e quello allegro e loquace in montagna, a cui piaceva fare indovinelli. Un padre anche premuroso, che quando «mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto afferrarmi per la cintura dei pantaloni.»

Pietro continua a conoscere il padre anche dopo la sua morte, seguendo la linea nera che ha tracciato sulla mappa dei suoi itinerari e leggendo le sue parole sui libri di vetta. Camminando in solitudine, senza incontrare quasi nessuno se non qualche uomo dell’età di Giovanni capisce che, alla fine, in montagna, hanno lo stesso modo di andare.

Negli anni che hanno trascorso in lite, Giovanni e Bruno hanno continuato a vedersi e ad andar su per i sentieri; quella linea nera è come se confluisse, per l’ultima volta, assieme a quelle rosse e verdi di Pietro e Bruno fino alla barma, casa di entrambi, un ultimo regalo per la “strana famiglia” che, senza saperlo, era riuscito a far nascere.

L’estate è la stagione dell’amicizia tra Bruno e Pietro, e lui, prima del 2014, l’inverno lassù non lo aveva mai visto. «D’inverno la montagna non era fatta per gli uomini e andava lasciata in pace», così diceva Giovanni.

Bruno si è rifugiato alla barma rinchiudendosi nella sua rabbia e Pietro lo raggiunge; se da bambino aveva creduto che farlo scendere da quella montagna lo avrebbe rovinato, adesso è lui a chiedergli di farlo. Ma Bruno nella vita è nato per fare il montanaro, e non esistono altri luoghi adatti a lui.

Le otto montagne è un romanzo che le parole fanno fatica a descrivere; forse si trovano nel silenzio, la lingua cara a Pietro e Bruno, quella che solo loro due riuscivano a comprendere. Ma se c’è un modo per provare a guardarlo da lontano, a entrarci un po’ più dentro, è questo: Leggetelo, leggetelo, leggetelo.

Marta Aidala

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