Furono le Guerre d’Italia, iniziate nel 1494 con la discesa del re di Francia Carlo VIII, a stabilire contatti ravvicinati e massicci, seppur in un quadro di forze asimmetriche, tra la grande monarchia nazionale di Francia e l’Italia frammentata delle città e degli Stati regionali. Il re puntava a Napoli con una rivendicazione dinastica: l’antica eredità angioina per linea femminile. Per nobilitare il tutto, fu aggiunta un’idea di crociata, dal momento che Napoli è in posizione più favorevole di Parigi per liberare i Luoghi Santi. Seguirono altre spedizioni in Italia dei sovrani Luigi XII e Francesco I, a Napoli si rinunciò e l’interesse francese si concentrò su Milano, mentre nasceva il mito dell’incostanza dei Francesi, capaci di vincere le battaglie ma non le guerre. Il tema fu oggetto di un battibecco fra Machiavelli, ambasciatore della repubblica fiorentina, e il cardinale Georges d’Amboise, a Nantes nell’anno 1500: «Dicendomi el cardinale che gli Italiani non si intendevano della guerra, io gli risposi che e’ Franzesi non si intendevano dello Stato». Che l’aneddoto sia vero o inventato, per decenni l’Italia fu devastata da eserciti stranieri – certo, non solo francesi – e le reazioni d’ogni tipo presso le popolazioni coinvolte furono, di conseguenza, forti. Intanto, però, gli artisti italiani venivano esaltati alla corte di Francia. È questa la contraddizione indefinibile: Leonardo regalmente accolto al castello di Amboise e i saccheggi selvaggi di città come Brescia, Capua, Ravenna, fra le altre; ed ecco le accuse reciproche: i francesi visti come violenti e superbi, gli italiani come infidi e corrotti. Chiediamoci allora: sulla percezione comune, avrà avuto più risonanza, più influsso emotivo, la gloria unica di Leonardo o la sventura di tante vittime italiane anonime?Quali eventi segnarono maggiormente le relazioni franco-italiane nella prima Età moderna?
Anzitutto, non un evento, ma un dato solido come un macigno alpino si impone. Le Alpi occidentali, che separano e legano fra loro i due paesi, raggiungono le altezze maggiori d’Europa. Se i picchi lambiscono quasi i 5.000 metri, i valichi oscillano intorno ai 2.000. Le mulattiere e i sentieri, a causa dell’alta quota, restavano bloccati dalla neve per metà buona dell’anno, tanto più che era in corso la cosiddetta piccola glaciazione e il clima era più freddo di oggi. Da quando erano decadute le vie romane delle Gallie, e sino all’apertura della strada napoleonica del Moncenisio nel 1810, non ci furono più carrozzabili in esercizio fra l’Italia e la Francia. Ogni relazione, amichevole o ostile, doveva fare i conti con questa difficoltà di fondo.
Dal 1494, vennero 65 anni di guerre europee combattute principalmente sul suolo italiano fra la Francia e il complesso asburgico-spagnolo. Questo ciclo bellico cessò nel 1559, con la pace di Cateau-Cambrésis. In cambio di alcune acquisizioni a nord (Calais, la Lorena) la Francia rinunciò a ogni pretesa su Milano, Napoli, la Sicilia, la Sardegna. Iniziarono quasi due secoli di egemonia spagnola sull’Italia. Successive fasi di attivismo francese ebbero breve slancio e durata: così l’imperialismo di Luigi XIV, l’espansionismo rivoluzionario e napoleonico, le aspirazioni egemoniche di Napoleone III al tempo del Risorgimento italiano. Pur essendo uno stato nazionale vasto, forte, popolato, la Francia non riuscì mai a estendere stabilmente il suo dominio o almeno la sua influenza, sulla frammentata, debole e contigua Penisola italiana. Altri ci riuscirono, magari più lontani, magari meno dotati di risorse, come la Spagna o l’Austria. La Francia no, neppure dopo l’unità nazionale italiana del 1861 che essa aveva collaborato a costruire. Accanto a molte altre circostanze, la barriera alpina, pur continuamente forzata, forse non è estranea a questa serie di insuccessi francesi in Italia.
Va poi detto che la lunga durata non ha mai cessato di agire su questa relazione nervosa, che oggi continua a trasparire nella quotidianità della concorrenza economica, persino nella rivalità sportiva e nel sentire comune, per non dire delle frizioni nei rapporti interstatali (soprattutto quando in Italia vi siano governi di destra). Non inimicizia in senso proprio, e meno che mai odio, ma appunto, risentimento un po’ astioso, come quello che si può instaurare fra simili, fra parenti; tanto più che, col passare del tempo, gli Italiani, da ricchi che erano stati, divennero i parenti poveri, mentre, sul lato francese, si faceva strada la condiscendenza.
Quest’ultimo atteggiamento rimase anche quando, in una nuova fase della storia, l’Italia conobbe un forte dinamismo economico. Nel giugno del 1959 Charles De Gaulle, appena eletto Presidente della Repubblica francese, visitò l’Italia per celebrare il centenario della Seconda guerra di indipendenza, quando la Francia aveva sostenuto il Piemonte sabaudo contro l’Austria. Indro Montanelli intervistò il grande personaggio. All’osservazione di Montanelli che l’Italia era pur sempre un paese povero, De Gaulle avrebbe risposto: «L’Italia non è un paese povero, ma un povero paese». Non male, per una visita di amicizia…
Tornando invece al sentire italiano, non si può dimenticare un discorso del 26 marzo 1939, in cui Benito Mussolini difese l’alleanza con la Germania nazista. Una geopolitica deterministica e una valutazione aggressiva della demografia portarono il dittatore a dichiarare inevitabile l’inimicizia fra l’Italia e la Francia. Ma come, pensarono in molti, la Francia da cui abbiamo ricavato la bandiera tricolore, l’amica del Risorgimento popolata di emigrati italiani, l’alleata della Grande guerra vittoriosa da poco conclusa, la sorella latina dell’Italia! Proprio su quest’ultimo punto Mussolini si soffermò: «Desideriamo che non si parli più di fratellanza, di sorellanza, di cuginanza e di altre tali parentele bastarde». Tralasciamo qui la più tragica delle conseguenze, la dichiarazione di guerra del giugno 1940 alla Gran Bretagna e alla Francia. Diciamo solo che con nessun altro paese oltre la Francia avrebbe potuto essere evocata una condizione di stretta «parentela», fosse pur per rifiutarla («che non si parli più»); e quindi, almeno in parte, riconoscendola.
Perché è possibile affermare che il declino dell’Italia nei secoli dell’Età moderna si origina nel 1494?
Cessando adesso le escursioni attraverso i secoli, è il caso di spiegare che questo libro si immerge soprattutto nelle origini rinascimentali della relazione contrastata che lega indissolubilmente l’Italia e la Francia. Ho dunque scelto di lanciare colpi di sonda su punti critici o nodali, accompagnandoli con qualche immagine dal forte significato visivo. Il lettore che lo desideri, potrà scoprire da solo tutto ciò. Quanto alla precisa domanda che mi viene fatta, posso dire che ciò che accadde nella prima Età moderna ci porta a concludere che fu una sconfitta storica per tutti. Per gli Italiani, in primo luogo, visto che il ciclo bellico dal 1494 al 1559 si abbatté sulla loro terra. Saccheggi di città e di campagne, esazioni, furti e violenze d’ogni tipo furono esercitati dai belligeranti sulle popolazioni civili. Gli Stati nazionali e gli Imperi multinazionali mostrarono la loro forza sull’Italia degli Stati cittadini e regionali. Il fatto è che l’Italia traboccava di beni materiali e immateriali, era all’avanguardia tecnologica e finanziaria, attirava le bramosie, ma era incapace di difendersi; era un po’ come l’Europa del XXI secolo, se il paragone non sembra troppo anacronistico o pessimistico. La Lombardia, che nel 1494 era forse la regione più ricca d’Europa, sessant’anni dopo versava in condizioni di miseria. Non solo un generale impoverimento, ma il declino stesso civile e culturale dell’Italia moderna, affondano le loro radici nella serie di eventi iniziata nel 1494. L’accumulazione di ricchezza e di sapere dei secoli precedenti riuscì solo a ritardare l’evidenza dei fatti.
Ma l’Italia, oltre che una vittima, fu un involontario carnefice, e questa forse è una circostanza che non è stata colta a sufficienza. Anche la Francia pagò un duro prezzo, per quanto un prezzo diverso: biologico e politico. L’aristocrazia feudale fu più che decimata in Italia da uccisioni in battaglia, da ferite e malattie; per non parlare dei destini anonimi della soldatesca. Un grave deficit demografico colpì le classi dirigenti del regno: «Italia cimitero dei Francesi» divenne un detto simile a un proverbio. Già Machiavelli intravvide la futura «ruina» della Francia rispetto alla «grandezza» della Spagna. Mentre i concorrenti atlantici, la Spagna, il Portogallo, l’Inghilterra, si lanciavano nell’espansione oceanica, le risorse della Francia venivano inghiottite vanamente dall’Italia. Oltre ai mari aperti, la Francia trascurò scacchieri per essa strategici, come quelli del nord, verso le Fiandre spagnole, il Canale della Manica e l’Inghilterra, vicini a Parigi e privi di difese naturali; trascurò, a est, il settore del Reno e del mondo germanico. La straordinaria risorsa geopolitica detenuta dalla Francia, di essere l’unico paese d’Europa affacciato sul Mediterraneo, sull’Oceano Atlantico e sul Mare del Nord, si rivelò un fardello insostenibile. Nei secoli seguenti, le minacce all’integrità della Francia verranno sempre da nord e da est, mai da sud-est, mai dall’Italia. Quell’Italia che tuttavia può essere vista come la fonte prima di ogni futuro insuccesso della Francia.
Possiamo ben dire che, come il declino dell’Italia nei secoli dell’Età moderna si origina nel 1494, così anche l’incapacità o impossibilità successiva della Francia di imporre stabilmente la sua egemonia sull’Europa, pur essendosene presentate varie occasioni, trova la sua genesi in quell’anno fatidico. Altre concatenazioni di eventi, posti in genere alla base dei diversi fallimenti storici dell’Italia e della Francia – la perdita di centralità del Mediterraneo, l’asfissiante disciplinamento del Cattolicesimo tridentino, la crisi generale del Seicento (ossia il circolo vizioso di peggioramento climatico, carestie, epidemie, guerre, rivolte), o altro ancora – si troverebbero così liberate di una quota di responsabilità. Il vero nodo, per l’Italia, per la Francia, per l’Europa, è lì: nelle Guerre d’Italia del 1494-1559. È un nodo di fatti tangibili, è un nodo di sentimenti e percezioni sfuggenti, ambigue ma durature.
Già professore di Storia moderna all’Università di Ferrara, Giovanni Ricci studia l’età del Rinascimento: società, poteri, scambi. Fra i suoi libri: Povertà, vergogna, superbia. I declassati fra Medioevo ed età moderna, Il Mulino 1996, 1998; Il principe e la morte. Corpo, cuore effigie nel Rinascimento, Il Mulino 1998, RCS 2023; Ossessione turca. In una retrovia cristiana dell’Europa moderna, Il Mulino 2002, in turco 2005, 2023; I turchi alle porte, Il Mulino 2008; I giovani i morti. Sfide al Rinascimento, Il Mulino 2009; Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento, Viella 2011, in inglese 2018, in turco 2023.




