Roberto Raja, Lei è autore del libro Il 68 giorno per giorno edito da Clichy: quando e come si accese il 1968?
Il 68 giorno per giorno, Roberto Raja Il 1968 inteso come anno della contestazione, quello che per capirci chiamiamo semplicemente Sessantotto, era già cominciato nel ’67 e anche prima, e per molti è durato, almeno in Italia, una decina d’anni, fino al ’77. La prima rivolta studentesca è dell’autunno 1964, a Berkeley, in California. I primi fermenti nelle università italiane sono addirittura del ’63, nel ’66 la prima occupazione, a Trento, mentre nel ’67 si profila più chiaramente un obiettivo della protesta: il piano Gui, dal nome dell’allora ministro della Pubblica istruzione, di riforma dell’università. È nel febbraio di quell’anno che gli studenti di Pisa elaborano le cosiddette “tesi della Sapienza”, ed è in novembre che partono le prime occupazioni di un certo rilievo, ancora a Trento, alla Cattolica di Milano e a Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell’ateneo torinese. Il Sessantotto è anche un giro di vite che comincia da qui: in gennaio partono i provvedimenti disciplinari per i leader della contestazione torinese, il 16 dello stesso mese il rettore della Cattolica di Milano ratifica l’espulsione di tre studenti dell’ateneo, tra i quali Mario Capanna (che si iscriverà alla Statale). La contestazione procederà quindi di pari passo contro l’università in quanto sistema di formazione e in quanto sistema di potere, di repressione, fino a mettere in discussione il “sistema” tout court. È un quadro di tensione comune a molti paesi, non solo europei. Se vogliamo definire delle date cardine, è facile dire il 1° marzo in Italia, il giorno della battaglia di Valle Giulia, a Roma, quella in cui, come ha cantato Paolo Pietrangeli, “… hanno impugnato i manganelli… e all’improvviso è successo un fatto nuovo: non siam scappati più”. O il 10 maggio a Parigi, con la notte delle barricate e gli scontri più violenti tra studenti e polizia al Quartiere latino.

Quali furono i principali eventi del ’68?
Anche in questo caso bisognerebbe forse distinguere il Sessantotto dal 1968, ma una strana alchimia di elementi lega spesso fatti di quell’anno che a prima vista sembrano lontani e non comunicanti. Dunque la contestazione giovanile, Maggio francese in testa, e le varianti che ha assunto come fenomeno davvero globale: in Italia e in Germania, nella Spagna franchista, negli Stati Uniti, in America Latina, in Giappone. Contestazione generazionale, forse per la prima volta nella storia: contro i padri, contro i professori e l’autorità, contro l’ordine borghese. Contestazione anti-americana, perché gli Stati Uniti erano impegnati nella guerra del Vietnam. Contestazione all’interno della Chiesa. Ed è una contestazione, spesso sensibile alle sirene del maoismo, che per tutto il ’68 avviene ancora perlopiù in ambito extraparlamentare. Ecco, se tutto questo è il “grande evento” che percorre per intero il 1968, non possiamo dimenticare altri eventi di quell’anno che per una volta non sarebbe azzardato definire epocali. In Europa la Primavera di Praga stroncata da Mosca con i carri armati, ma anche la nascita del dissenso in Urss; il grande sciopero generale in Francia che fece seguito al Maggio degli studenti e la campagna antisemita in Polonia. Negli Stati Uniti gli assassini politici di Martin Luther King, con la successiva rivolta dei ghetti neri, e di Robert Kennedy; in Messico il massacro di piazza delle Tre Culture. E ancora, il primo omicidio degli indipendentisti baschi dell’Eta in Spagna, e il primo delitto del cosiddetto mostro di Firenze in Italia. L’Humanae vitae, con cui Paolo VI confermava il no all’aborto e alla contraccezione, e il prete sudamericano che parlò per la prima volta di teologia della liberazione. Ma è anche l’anno di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, dell’arrivo in Italia di Cent’anni di solitudine di García Márquez, della Canzone di Marinella che con la voce di Mina crea il culto di Fabrizio De André…

Quali furono le cause dei fatti del ’68?
La contestazione nelle università americane, libertaria, pacifista, contro la segregazione razziale, trova un terreno fertile anche di altre rivendicazioni in Europa. Succede in Francia, succede soprattutto in Italia: c’è una generazione in età scolare, figlia del boom demografico (ed economico) del dopoguerra, che non è mai stata così numerosa e che rivendica con forza, forse per la prima volta, il proprio diritto di accedere all’università, a una forma di istruzione e formazione superiore, qualunque sia il ceto sociale di provenienza. Solo che quei sei milioni di italiani tra i quindici e i vent’anni (non erano mai stati, né mai più saranno, così tanti), devono misurarsi con un’università, ancora pensata e strutturata per l’élite, che non può accogliere tutti. Né tutti i professori – molti, anche autentici maestri, fedeli al proprio ruolo, alla propria torre d’avorio – sono disposti a venir loro incontro. La domanda iniziale di riforme e di maggiore partecipazione non trova risposte adeguate, ma l’università è lo Stato, dunque è lo Stato che non risponde. Gli studenti alzano la posta, contestando i voti, i programmi di studio, l’autorità dei docenti, e alzano pure il tiro: protestano contro lo Stato che giudicano repressivo e tendono a farsi avanguardia, anche a nome delle altre fasce sociali, di un più generale e strutturale cambiamento.

Chi furono i principali protagonisti del ’68 nostrano ed europeo?
Credo che per la Francia, e anche per la Germania, si possa rispondere senza esitazioni con un nome solo: il movimento studentesco a Parigi ebbe il suo leader più rappresentativo in Daniel Cohn-Bendit, mentre in Germania svetta la figura carismatica di Rudi Dutschke, almeno fino all’attentato di aprile che per poco non gli costò la vita e che lo costrinse per molto tempo a una forzata inattività. La contestazione giovanile in Italia non ebbe un protagonista così centrale, perché diverse erano le anime del movimento, anche da città a città. C’erano Guido Viale e Luigi Bobbio a Torino, Mauro Rostagno a Trento, Adriano Sofri a Pisa, Oreste Scalzone e Franco Piperno a Roma. Ma forse solo Mario Capanna si identifica a distanza di tempo come leader della protesta studentesca del ’68, un po’ perché ha cavalcato bene la memoria di quell’anno, un po’ perché gli altri personaggi tendono ormai a essere associati alla stagione politica successiva. Dal momento però che il mio “almanacco” non si ferma alla contestazione, vorrei ricordare qualche altro nome: forse semplici comparse, più che protagonisti, comunque con una loro storia tutta da raccontare. Penso per esempio a Vera Čáslavská, la ginnasta cecoslovacca che aveva partecipato alla Primavera di Praga e si voltò dall’altra parte, alle Olimpiadi di Città del Messico, quando al momento della premiazione la bandiera sovietica sventolò più in alto della sua. Penso non solo a Smith e Carlos con il pugno chiuso alla fine dei 200 metri, sempre ai Giochi di Città del Messico, ma anche al bianco che era con loro sul podio, l’australiano Peter Norman, che aderì con un semplice gagliardetto alla loro protesta e al ritorno in patria glie la fecero pagare per il resto dei suoi giorni. Penso ancora ad Aldo Braibanti, l’intellettuale condannato per plagio, a Giorgio Rosa, l’ex repubblichino che costruì un’isola artificiale al largo della costa di Rimini e ne volle fare una repubblica, a Mirra Alfassa che come tanti quell’anno s’invaghì dell’India e fondò lì la sua “isola”, la Città dell’Aurora.

Qual è l’eredità del ’68?
Difficile dirlo in poche parole, anche se mi sembra che da qualche tempo prevalga un’interpretazione negativa. Anche Rossana Rossanda, che 44enne corse a Parigi nel bel mezzo del Maggio francese, e che in una recente intervista ha riconosciuto al Sessantotto il merito di aver cambiato “il senso delle relazioni, dando a tutti la parola”, gli imputa di non aver costruito una positività, di aver lasciato poco o niente agli anni a venire. Mezzo secolo dopo, per chi l’ha vissuto direttamente non sembra esserci nessun punto d’incontro tra reducismo e abiura. Da una parte “formidabile quell’anno”, di liberazione e di consapevolezza sociale e nei costumi, dall’altra annus horribilis da cui tutto è cominciato: il decadimento dei valori e della morale, la crisi della famiglia e della natalità, la fine della meritocrazia, l’assemblearismo, la lotta armata. Forse un po’ troppo, da entrambe le parti, da attribuire a una singola per quanto ricca stagione del nostro passato.