È in questa prospettiva che si colloca Quello che gli occhi non dicono. Quando l’arte chiarisce i vissuti, un libro a tre voci nato da un progetto sinergico curato dalla dott.ssa Anna Pitrone, psicologa e psicoterapeuta con oltre trent’anni di esperienza, insieme a due suoi pazienti, Sarah Abu Eqeil e Adriano Previti, che hanno preso a scrivere per «sigillare» il proprio vissuto o perché tengono a cuore la propria crescita personale e vedono nella scrittura un «elemento di arricchimento ed “auto-aiuto”». Come racconta la stessa Pitrone, l’idea di questo libro nasce dal desiderio di mostrare che «si può usare la terapia per la propria evoluzione personale anche utilizzando la scrittura e la pittura».
Il libro si apre con una parte teorica, introdotta dalla dottoressa Pitrone che ripercorre alcuni assunti fondamentali della psicologia del Novecento legati alla crescita personale e alla consapevolezza di sé. Con uno stile semplice e accessibile, la dottoressa Pitrone riprende le teorie della Gestalt, con il suo focus sull’esperienza presente e spiega come la consapevolezza, ovvero «la capacità di essere presenti nel momento attuale, osservando pensieri ed emozioni senza giudicarli», sia un passo essenziale per ogni trasformazione interiore. Ma prima ancora, ricorda, serve la coscienza, «la capacità di percepire il proprio vissuto e riflettere su di esso».
Nel corso dei suoi studi, Pitrone approfondisce anche il Metodo Scarpante, che prende il nome dalla sua ideatrice, Sonia Scarpante, e si basa sulla «narrazione di sé come strumento di introspezione e crescita». Scrivere la propria storia significa prendersi cura di sé, dare forma a un percorso interiore che si sviluppa attraverso la parola. Come viene riportato in un punto significativo del testo: «Scrivere non è solo un atto creativo, ma un percorso di scoperta e guarigione. È uno strumento che ci aiuta a mettere ordine nel caos interiore, a dare voce alle emozioni, a riscrivere la nostra storia con maggiore consapevolezza. La scrittura libera, spontanea, ci permette di guardare dentro noi stessi con autenticità e coraggio, trasformando le esperienze in opportunità di crescita». Questo è il presupposto fondamentale del libro, un invito a guardarsi dentro con sincerità, senza pregiudizi. La prima parte offre dunque un’essenziale cornice teorica, che rimanda a studiosi come Jerome Bruner, James Pennebaker e Hannah Arendt, a sostegno dell’idea che il racconto di sé non solo contribuisca a costruire la nostra identità, ma possa condurci, in ultima analisi, verso una forma di libertà. Pennebaker, in particolare, ha dimostrato come la scrittura espressiva possa alleviare il peso emotivo, migliorare il sonno e persino rafforzare il sistema immunitario. Scrivere, come nota Arendt, «significa appropriarsi del mondo».
Ma come si può svolgere questa pratica? Come spiega la Dott.ssa Pitrone, per trarne beneficio è importante creare le giuste condizioni. Scrivere a mano, ad esempio, consente una connessione più diretta tra pensiero e gesto, rendendo più spontaneo il flusso delle idee. Anche gli strumenti hanno la loro importanza, per cui la curatrice consiglia una penna o una matita morbida e magari un quaderno che inviti a scrivere. Non è da sottovalutare l’ambiente in cui si scrive, che dev’essere, spiega Pitrone, silenzioso con una luce accogliente o una musica discreta che possano favorire il processo di introspezione. Tuttavia, aggiunge, quando il bisogno di scrivere si fa urgente, non esistono regole né rituali: si scrive e basta.
Da queste premesse teoriche, il volume si apre poi alle voci dei due coautori, Sarah Abu Eqeil e Adriano Previti, che trasformano questi assunti teorici in esperienza viva sottoforma di racconto, poesia o disegno. Ognuna di queste forme diventa una traduzione visiva o verbale di emozioni profonde, dei resoconti molto intimi del proprio vissuto in un tentativo di mettere su carta o dare un colore a quello che, appunto, gli occhi nascondono. Le storie di Sarah e Adriano si alternano, accompagnate da illustrazioni e dipinti che mostrano quello che spesso si tiene nascosto dentro di sé: i soggetti vengono raffigurati nudi, in tutta la loro vulnerabilità nel tentativo di mostrare il proprio io interiore, l’immagine di noi stessi che abbiamo dentro di noi. Alcuni di questi soggetti sono raffigurati con gli occhi chiusi, il volto cupo oppure ci sono corpi che si abbracciano o delle mani intrecciate e unite da un filo rosso. Questi disegni rispecchiano perfettamente i temi principali presenti nei testi, come l’essere gentili e altruisti, il dolore della separazione, la perdita ma soprattutto l’amore.
Nel racconto Cesare, Adriano Previti usa la scrittura per ricongiungersi con il nonno scomparso, cercando in questo strumento un modo per sentirlo ancora vicino, per cancellare per un momento la distanza della sua assenza. Le parole esprimono il desiderio di un contatto che la memoria riesce, per un istante, a restituire: «Tieni le mani sulla mia testa come facevi un tempo. Parlami di racconti e poesie in dialetto Fiumano. Dimmi come fare ancora tutto. Insegnami a vivere, insegnami ad amare, ad essere un brav’uomo che ancora non capisco bene come fare». È un racconto sulla memoria familiare, sull’affetto e sull’identità, ma anche sulla perdita e sulla ricerca poiché emerge il desiderio di ritrovare, attraverso la scrittura, un legame capace di sopravvivere all’assenza.
Diversa, ma complementare, è la voce di Sarah Abu Eqeil, che nel suo poema, Empatia, personifica questa sensibilità in una figura femminile fragile e potente al tempo stesso, una donna che viene però ridotta ad una strega dalle persone non riconoscenti a cui offriva il suo aiuto. «I suoi occhi si spensero, lo sguardo abbattuto, i capelli si fecero ispidi e crespi, il sorriso si spense, lasciando spazio ad una riga sottile di labbra. La sua pelle divenne raggrinzita, rugosa, perché il dolore degli altri, si fece più pesante su di lei». Alla fine, la donna si rivolge alla luna e le chiede, «perché in questo mondo danno della strega cattiva alle donne empatiche, e sono buone solo le fate?». È una domanda che contiene tutto il dolore e la lucidità di chi porta il peso degli altri come fosse il proprio. Nella favola La stella Gelsomina viene ripresa in parte la stessa morale perché «le stelle poco luminose, quelle che brillano solo in silenzio, non sono affatto meno belle di quelle che risplendono con intensità. Le stelle, anche quelle meno visibili, hanno un’importanza unica e preziosa. Esse sono testimoni silenziosi delle emozioni e delle storie umane, e continuano a brillare, anche quando non vengono notate». È un inno alla discrezione, alla gentilezza silenziosa, alla capacità di esistere anche quando non si è sotto i riflettori.
Il libro si conclude con una ricca bibliografia dedicata alla scrittura terapeutica, alle teorie della Gestalt e all’arteterapia, presentata con chiarezza e molta cura. Una scelta generosa verso il lettore per invitarlo ad approfondire e proseguire autonomamente il percorso di crescita che il libro inaugura.
Ciò che rende Quello che gli occhi non dicono un’opera preziosa è la sincerità che lo attraversa. Come scrive la Pitrone: «In queste pagine troverete un viaggio attraverso il potere della scrittura, con la speranza che possa essere per voi, come lo è stato per me e per i miei pazienti, un’occasione per conoscervi meglio e riscoprire la vostra voce interiore». E in effetti, ogni lettore ritroverà la propria. In un tempo in cui scrivere è spesso un gesto controllato, seppur quotidiano, la scrittura terapeutica si propone invece come spontanea, libera. Quello che gli occhi non dicono ci ricorda che la scrittura può aiutarci ad affrontare i momenti più duri, a conoscerci meglio ma soprattutto ci può insegnare, come dice Adriano Previti, a «vivere appieno e intensamente la propria vita».
Giorgia Carta
Sarah Abu Eqeil
Originaria della Palestina, è una voce poetica e viscerale, capace di trasformare le emozioni in parola e la memoria in luce. La sua scrittura nasce come gesto di resistenza e di cura. Co-Autrice de Quello che gli occhi non dicono. Quando l’arte chiarisce i vissuti, intreccia prosa poetica, introspezione ed immagini simboliche per raccontare se stessa, il suo vissuto e la sua anima. Attraverso i suoi scritti, Sarah invita a sostare nei luoghi dell’emozione dove il silenzio parla e l’amore sopravvive a tutto.
