“Yalta. I tre Grandi e la costruzione di un nuovo sistema internazionale” di Luca Riccardi

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Prof. Luca Riccardi, Lei è autore del libro Yalta. I tre Grandi e la costruzione di un nuovo sistema internazionale edito da Rubbettino: quale importanza riveste, per la storia del XX secolo, la Conferenza di Yalta?
Yalta. I tre Grandi e la costruzione di un nuovo sistema internazionale, Luca RiccardiUn’importanza capitale. A Yalta i tre leader delle grandi potenze delle Nazioni Unite si confrontarono in maniera decisiva sul futuro del mondo postbellico. Si delineava, dunque, la possibilità concreta di trasformare la coalizione che stava vincendo la guerra contro l’Asse nel “gruppo dirigente” dei governi che si sarebbero presi la responsabilità di guidare le altre nazioni in una stagione che avrebbe dovuto garantire almeno «cinquant’anni di pace». Questo era l’obiettivo dichiarato dei partecipanti: creare un nuovo assetto generale che avrebbe dovuto impedire, perlomeno per due generazioni, lo scoppio di nuovi distruttivi conflitti. I tre capi erano uomini ormai anziani. Già durante la prima guerra mondiale avevano avuto una parte più o meno importante nei governi dei loro Paesi. Nella loro esperienza esistenziale, come nella storia delle loro nazioni, era ben presente l’incertezza –come anche la violenza, la depressione economica, la crisi internazionale della democrazia- che aveva dominato il periodo gli anni Venti e Trenta. La Società delle Nazioni, l’organizzazione internazionale che avrebbe dovuto garantire l’affermazione della pace, del disarmo e dei metodi democratici nelle relazioni internazionali, era miseramente naufragata. La politica espansionista della Germania nazista in Europa e del Giappone in Cina, per tutti gli anni Trenta, l’aveva fatta da padrona. Tutto ciò, dopo un conflitto che sarebbe stato tre volte più sanguinoso della prima guerra mondiale, non avrebbe potuto ripetersi. Per questo bisognava ricostruire le relazioni internazionali fondandosi sulla stretta cooperazione tra i vincitori, anche superando le profonde differenze ideologiche –e di interessi politici- che li separavano. Roosevelt –lanciando un segnale che avrebbe avuto valore per tutti i decenni successivi- individuava nella collaborazione internazionale e non nella contrapposizione la speranza di dare vita, diremmo in maniera un po’ utopica, a un mondo migliore. Yalta, in buona sostanza, è stata una pre-conferenza della pace durante la quale gli alleati hanno messo sul tavolo le loro principali aspirazioni; anche se, va sottolineato, da punti di vista assai diversi, prodotti da storia, ideologie, concezioni politiche, esperienze diplomatiche, organizzazioni sociali assai differenti.

In quale contesto maturò l’incontro dei tre Grandi?
La situazione era molto particolare. Era evidente che la vittoria delle Nazioni Unite fosse ormai a portata di mano. Si poteva, dunque, ragionare con una certa calma sul dopoguerra. Ma non si sapeva effettivamente quando si sarebbe raggiunta la pace. L’occupazione della Germania stava procedendo, ma si temeva sempre un colpo di coda del Reich come era avvenuto nei mesi precedenti con l’efficace controffensiva che l’esercito tedesco aveva messo in campo nelle Ardenne. Un’occasione, detto per inciso, in cui la cooperazione militare tra sovietici e anglo-americani era stata determinante per venire a capo di questa pericolosa iniziativa. La grande incognita, soprattutto per Roosevelt, era rappresentata dal Giappone. Anche nel Pacifico la vittoria sembrava ormai certa, ma negli Stati Maggiori riuniti degli USA prevaleva un grande timore per i tempi lunghi che avrebbero richiesto uno sbarco e la conquista dell’arcipelago giapponese. Ma soprattutto si temeva di aggravare il già pesante bilancio delle perdite. La più pessimistica delle previsioni parlava di diciotto mesi di ostilità e casualties che avrebbero potuto arrivare a un milione. Il Giappone era ancora una macchina militare che avrebbe potuto fare assai male a chi cercava di sopraffarla definitivamente. Roosevelt, invece, come tradizione dei presidenti americani, aveva la necessità di accelerare i tempi del conflitto e di «riportare i ragazzi a casa». Da qui si può comprendere la ragione per cui la Casa Bianca insisteva per la partecipazione dell’Armata Rossa alle operazioni contro l’esercito del Sol Levante: una massiccia offensiva sovietica sul continente asiatico avrebbe rappresentato un ulteriore atout per cogliere più rapidamente, e con un numero minore di vittime americane, una vittoria che era già nei fatti.

Su quali questioni si confrontarono Roosevelt, Stalin e Churchill in quegli otto giorni?
Furono soprattutto dossier rimasti irrisolti dalle conferenze precedenti. Innanzitutto la questione della Polonia, la più spinosa, che aveva un doppio valore: simbolico –la sua invasione era stata la scintilla che aveva fatto scoppiare la guerra nel 1939- e politico-strategico –bisognava stabilire la misura del suo rapporto con l’URSS nel quadro del problema del futuro della sicurezza di quest’ultima. Poi un altro complicato problema: quello dell’occupazione della Germania. Il suo territorio fu effettivamente spartito in tre e poi quattro zone. Il convitato di pietra di questa discussione –come anche su altri aspetti del negoziato- fu la Francia di de Gaulle. Escluso dal vertice, se ne era lagnato e le sue dichiarazioni furono la base su cui si poggiò il lancio del «mito di Yalta», cioè quello dell’avvenuta spartizione dell’Europa e dunque del mondo. Inoltre ci fu un confronto quasi definitivo sul tema della creazione della nuova organizzazione internazionale, dopo le incertezze della Conferenza di Dumbarton Oaks. Roosevelt si convinse anche di avere ottenuto un sostanziale successo sul tema dell’Europa. In questi due campi l’ «ideologia americana» sembrava avere prevalso. Aveva inoltre ottenuto la rassicurazione sui tempi dell’intervento sovietico in Estremo Oriente e l’adesione di Stalin alla politica americana in Cina. Quest’ultima sarebbe potuta divenire la potenza garante della stabilizzazione dell’Estremo Oriente che finalmente sarebbe uscito dal più che quarantennale terremoto prodotto dall’espansionismo giapponese. E poi altre questioni “minori” –che poi tanto piccole non erano- come l’assetto dell’Iran, il futuro della Jugoslavia e il ruolo della Turchia con il problema del regime degli Stretti.

Nel libro, Lei sfata la diffusa convinzione che in quelle giornate avvenne la “spartizione” dell’Europa: cosa fu deciso nella Conferenza?
Innanzitutto va detto che a questa conclusione era già arrivata buona parte della storiografia internazionale con la quale ho cercato di confrontarmi. Non bisogna avere, però, della Conferenza di Yalta un’immagine irenica, altrettanto artificiale e irrealistica dell’icona semplificante di tre uomini che si misero al tavolo per spartirsi il mondo. Il problema delle sfere d’influenza, come testimoniano i documenti americani, esisteva e gli esiti della Conferenza di Mosca tra Churchill e Stalin dell’ottobre 1944 stavano lì a testimoniarlo. Roosevelt si presentò a Yalta con l’intento di superare l’accordo tra Stalin e Churchill sui Balcani attraverso l’adozione di una nuova politica che si fondasse su princìpi nuovi che avrebbero dovuto divenire il “nuovo regolamento” delle relazioni internazionali. Questa fu una delle ragioni per cui il presidente americano volle evitare di presentarsi al momento della trattativa dopo avere realizzato un fronte compatto con la Gran Bretagna in maniera da isolare Stalin e provocare il suo irrigidimento negoziale. Roosevelt sapeva che il senso di isolamento era parte integrante della cultura politica della classe dirigente sovietica, sin dai tempi della rivoluzione bolscevica. Il Presidente cercò l’accordo con Stalin su diverse materie, anche forzando la mano a Churchill, poiché si rendeva conto realisticamente che, in Europa orientale, il vero vincitore era l’Armata Rossa, come ha spiegato Jean Baptiste Duroselle. La proposta americana verteva su due punti fermi: la creazione di un nuovo sistema internazionale fondato sul multilateralismo e l’adozione, per ciò che riguardava i destini dei Paesi europei liberati o occupati, della Dichiarazione sull’Europa liberata. Nel primo caso l’Unione Sovietica sarebbe stata spinta ad accettare una politica di cooperazione internazionale permanente grazie alla possibilità di esercizio del diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza della nuova organizzazione internazionale che sarebbe stata denominata Nazioni Unite; in questa maniera qualsiasi decisione presa in quell’ambito non avrebbe mai potuto contrastare la politica di Mosca. Questo sanava una ferita che ancora sanguinava in URSS. Nel 1939, infatti, l’Unione Sovietica era stata espulsa dalla Società delle Nazioni a causa dell’attacco portato all’indipendenza della Finlandia. Il fatto che quell’azione collettiva fosse più che giustificata non ci aiuta a comprendere le motivazioni di fondo della politica dell’URSS. Tale atto confermò quel senso di isolamento internazionale di cui abbiamo già fatto cenno. Esso si poggiava su un solido unilateralismo della politica estera sovietica, prodotto di una complessa mistura di nazionalismo e ideologia comunista. Stalin portò al tavolo di Yalta questa complessità rafforzata da una splendida vittoria militare, ma costata alla nazione più di venti milioni di morti, un sacrificio immane che non poteva che pesare politicamente. La sua posizione negoziale era fortissima, difficile da scalfire. Di questo anche Churchill si rendeva conto, al di là di qualche capriccio. Tant’è che soltanto qualche mese prima, nella ricordata Conferenza di Mosca, aveva cercato un accordo sulla base delle sfere d’influenza in Europa orientale. Questa era un modo per legittimare la forza della posizione di Stalin, non per logorarla. Proprio a partire da ciò Roosevelt cercò di spingere Stalin a impegnarsi in una politica “democratica” nel quadro della Dichiarazione sull’Europa liberata, ispirata ai princìpi della Carta atlantica. Ogni Paese avrebbe potuto scegliere da sé, tramite elezioni, il governo che più desiderava. I cold warrior, che sono ancora in attività, nonostante lo scorrere del tempo, ritengono questa politica ingenua, se non corriva e complice della volontà di Stalin di creare una sfera d’influenza in Europa orientale. Ma non è che ci fossero molte alternative. Roosevelt intendeva condizionare l’URSS, limitarne l’affermazione. D’altronde si rendeva conto come fosse realistico che un vincitore che aveva pagato così a caro prezzo la sua affermazione non volesse che ai propri confini si stabilissero governi ostili. Il principale compromesso avvenne sulla Polonia: il Presidente accettò l’ancorché vaga promessa di una convocazione rapida di elezioni generali. Non poteva evidentemente sfuggirgli il peso che avrebbe avuto la presenza dell’Armata rossa nel processo elettorale. Sul piano generale dell’Europa orientale, sperava, però, di impedire la “comunistizzazione” grazie a una politica di lungo periodo che avesse previsto anche la possibilità di avviare piani di ricostruzione con fondi americani, segnando così una presenza, dunque un’influenza alternativa a quella sovietica in quei Paesi. Poi intendeva corroborare la politica di cooperazione con l’URSS sul piano multilaterale. La quale rimaneva un alleato e non un nemico, come invece spesso è stata dipinta. Bisogna tenere presente che, nel febbraio del 1945, c’era ancora l’occupazione della Germania da completare, la guerra con il Giappone da vincere, un equilibrio mondiale da mettere in piedi, un paio di continenti da ricostruire. Tutto ciò sembrava impossibile senza il contributo fattivo dell’URSS. Dunque, Roosevelt, che era il vero leader della coalizione, non poteva non tenere in debito conto tutto questo. La strategia diplomatica di Stalin, coadiuvata da Molotov, fu al tempo stesso granitica ed elastica. E consentì all’URSS di raggiungere compromessi assai convenienti, anche se, come testimoniano i documenti, non su tutti i dossier ottenne piena soddisfazione. Un esempio può essere quello delle riparazioni tedesche dove, grazie all’azione di Churchill, Stalin non raggiunse buona parte degli obiettivi che si era prefissato. Il prodotto finale fu un compromesso, più o meno soddisfacente; ma un compromesso su cui si sarebbe dovuto fondare un nuovo sistema internazionale fondato sulla cooperazione tra i vincitori e non su recinti contrapposti in cui dividere il mondo da poco pacificato. Relativamente a questo passaggio della storia internazionale è stato giustamente scritto: «anche i migliori piani vanno in fumo».

In che modo la successiva Guerra fredda fu causata non dagli accordi che furono presi a Yalta, ma dal mancato rispetto del loro contenuto?
La politica sovietica nei Paesi liberati o occupati in Europa orientale fu decisiva. La sostanziale non applicazione dei contenuti della Dichiarazione sull’Europa liberata determinò un panorama politico che era all’opposto di quello auspicato nel corso della Conferenza di Yalta: i governi che nacquero nei mesi successivi alla fine della guerra erano –in maniera diversa e complessa- principalmente espressioni della volontà politica dell’URSS. Questo anche quando, come in Ungheria, le elezioni non dettero un risultato particolarmente positivo per il locale partito comunista. Inoltre emersero sostanziali differenze sulla politica di occupazione da realizzare in Germania e, dunque, sulle prospettive della sua ricostruzione. Nel breve volgere di poco più di sei mesi dalla fine del conflitto si andò affermando un clima di reciproci sospetti e recriminazioni tra i vincitori. Già nel febbraio 1946, Stalin cominciò a parlare di una guerra inevitabile tra comunismo e capitalismo; la diplomazia americana, invece, proponeva una politica di containment dell’espansionismo dell’Unione Sovietica. La sintesi fu efficacemente trovata da Churchill, ormai ex primo ministro, in un suo discorso al Westminster College di Fulton, nel Missouri. In quell’occasione fu resa famosa l’espressione «cortina di ferro». Essa intendeva dipingere la barriera, che non era solo politica ma anche di modelli di vita, che ormai divideva l’Europa. La Guerra fredda stava cominciando: il mondo avrebbe vissuto «cinquant’anni di paura e di speranza».

Luca Riccardi è Professore Ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

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