“Voci e silenzi di Briseide. Da Omero a Pat Barker” di Lucia Floridi

Prof.ssa Lucia Floridi, Lei è autrice del libro Voci e silenzi di Briseide. Da Omero a Pat Barker, edito da Pàtron. Il personaggio di Briseide, a differenza di altre figure del mito, ha goduto, nel corso dei secoli, di una fortuna sostanzialmente limitata: per quali ragioni?
Voci e silenzi di Briseide. Da Omero a Pat Barker, Lucia FloridiBriseide, schiava di guerra di Achille, nel corso dei secoli è stata in effetti vittima di una sostanziale subalternità rispetto alle sue più celebri consorelle omeriche o ad altre figure del mito. Le ragioni non sono da cercare – credo – in ciò che Briseide è, ma in ciò che Briseide non è. Briseide non è un’icona di bellezza come Elena, né un esempio di fedeltà coniugale come Penelope. Non ha la statura tragica di Medea o di Fedra, né la dolorosa purezza di Ifigenia. Non ha, come Cassandra, doti profetiche, né è mater dolorosa come Niobe o Ecuba. Non è neanche figura dell’abbandono e del lamento come Arianna, destinata a larga fortuna nell’opera lirica, né maga conturbante come Circe, capace di reincarnarsi nelle sue omologhe dei poemi cavallereschi o di accendere fantasie decadenti. È un personaggio minore, che vive all’ombra di Achille. È, più che una storia, un «frammento», per dirla con Odisseas Elitis. Soprattutto, non è mai uscita dal cono d’ombra proiettato su di lei da Achille. Significativo – tra le altre cose – che un’opera di riferimento come The Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts non abbia una voce a sé per «Briseis», ma rimandi ad «Achilles» e a «The Trojan War». Briseide è stata schiacciata dall’imponenza del mito di Achille e della guerra di Troia. Per salire di nuovo alla ribalta, dovrà aspettare il XXI secolo.

Come viene presentata, Briseide, nell’Iliade?
Briseide fa la sua comparsa nel I libro dell’Iliade, quando, nel corso dell’aspra contesa su cui si apre il poema, viene rivendicata da Agamennone come risarcimento per la perdita di Criseide. Agamennone dichiara che si prenderà «Briseide guancia graziosa», bottino di guerra di Achille. L’epiteto che accompagna il suo ingresso in scena non le è certo esclusivo, ma è riservato a varie altre figure femminili nei due poemi. Anche gli altri epiteti che le sono via via riferiti – «dalla bella chioma», «divina», «bellissima» – sono generici, come è naturale nell’epos, dove la bellezza di eroi ed eroine è evocata e non descritta. All’evanescenza della descrizione fisica corrisponde però anche una certa evanescenza ‘biografica’. Nonostante sia un personaggio tutt’altro che secondario in termini di funzione narrativa – la sottrazione di Briseide ad Achille, con il conseguente ritiro dalla battaglia di quest’ultimo, è il motore della vicenda – di Briseide Omero ci dice assai poco, e nel corso del poema non mancano le incongruenze. Briseide appare ora collegata all’isola di Lesbo; ora viene invece rappresentata come una schiava originaria della Misia. Neanche sul suo nome ci sono certezze. Briseide è ora chiamata con una formula di patronimico, koure Briseos, «figlia di Brise», e il suo vero nome, ci dicono alcune fonti antiche, sarebbe infatti Ippodamia; ora quello di Briseide sembrerebbe invece un nome proprio a tutti gli effetti. A questi aspetti ha dedicato uno studio Casey Dué, proponendo di riconoscere, dietro alcune incongruenze del poema, il ricordo di un passato ‘pre-iliadico’ di Briseide. Le contraddizioni dell’Iliade in relazione al personaggio e le notizie che si ricavano da altre fonti – inclusa la pittura vascolare – sarebbero, secondo questa interpretazione, un riflesso delle varianti locali che circolavano su Briseide, prima che si imponesse un epos ‘univoco’, comune a tutta la Grecia, con l’inevitabile riduzione della multiformità originaria del repertorio orale.

Sappiamo, da quanto ci dice la stessa Briseide nell’unico spazio di parola che le è concesso, quello del lamento sul cadavere di Patroclo nel XIX libro dell’Iliade, che Achille le ha ucciso marito e fratelli nello stesso giorno, in Misia, durante la presa della sua città, Lirnesso. Sappiamo anche che quel giorno Patroclo l’ha consolata, facendole una promessa per noi sorprendente: che l’avrebbe resa la sposa (alochos) del Pelide, a Ftia.

Il tema di Briseide «moglie» di Achille torna anche in un altro passo del poema, e questa volta è Achille stesso a riferirsi così alla sua schiava: durante l’ambasceria del IX libro, quando Odisseo e Aiace si recano alla sua tenda per proporgli il ricco risarcimento inviato da Agamennone in cambio del suo ritorno in battaglia, Achille rifiuta sdegnosamente, dicendo che non sono solo gli Atridi ad amare le loro spose. Agamennone si tiene la «sposa» (alochos) di Achille, che lui amava nonostante fosse solo una schiava conquistata con la lancia. Fiumi d’inchiostro sono stati versati, fin dall’antichità, per spiegare questa strana dichiarazione, e per conciliarla con altri luoghi del poema, dove Achille esprime per Briseide sentimenti ben diversi (in un passo del XIX libro, l’eroe arriva a dire che sarebbe stato meglio se la donna fosse morta, nel giorno della presa della sua città); ma a prescindere dalle complesse ragioni – narrative, sociali, storiche – che stanno alla base della rappresentazione omerica del rapporto tra Achille e Briseide, resta il fatto che questa figura femminile ha, nell’Iliade, uno statuto sostanzialmente ambiguo. È merce di scambio, e quindi mero oggetto, ma è anche una donna contesa, sottratta con la forza al suo proprietario/amante. È vittima della ferocia di Achille, sterminatore della sua famiglia, ma al suo padrone è anche tragicamente legata; la sua stessa sopravvivenza dipende da lui, tanto che al momento della separazione, quando gli araldi di Agamennone la prelevano dalla tenda del Pelide, la donna se ne va aekousa, «a malincuore», un dettaglio su cui si è fatto leva, fin dalla critica antica, per elaborare una sorta di romanzo d’amore, che fa di Briseide e Achille una coppia di amanti.

Come si è articolata la successiva fortuna (o sfortuna) del personaggio omerico?
Dopo Omero la presenza di Briseide, in letteratura così come nelle arti visive, non è massiccia, anche se è costante nel tempo: da Bacchilide all’elegia latina, da Quinto di Smirne alle riscritture della materia troiana per tutto il Medioevo e oltre, e ancora nei secoli successivi, in poesia e nelle arti figurative, nel teatro e nel cinema. Il comune denominatore di tutte queste rivisitazioni sta in una sostanziale semplificazione della complessa caratterizzazione iliadica di Briseide: questa figura femminile diventa ora la schiava amata da Achille.

È soprattutto l’elegia d’amore latina, con autori come Properzio e Ovidio, a fare della coppia Briseide-Achille un esempio di amore tormentato. Properzio definisce ad esempio Briseide coniunx di Achille, un termine ambiguo, che – come l’alochos omerico – può indicare tanto la moglie quanto la compagna di letto, ma che è qui funzionale alla presentazione dell’amore elegiaco, tradizionalmente extraconiugale, come equiparabile a quello matrimoniale. Ovidio, dal canto suo, nella terza delle sue Epistole Eroidi fa pronunciare a Briseide un lungo monologo, nel quale dell’Iliade è rispettata la lettera, ma non il senso. Nella sua recriminazione epistolare, Briseide, inserendosi a pieno titolo nella galleria ovidiana di eroine sedotte e abbandonate, diventa l’amante disperata e relicta. Le azioni epiche sono così filtrate attraverso il punto di vista, per molti aspetti deformante, della donna innamorata. Questa rilettura del poema omerico in chiave erotica è destinata ad avere un poderoso impatto sulla letteratura successiva. Il sostanziale oblio di Omero, noto solo indirettamente nel corso del Medioevo, attraverso le riduzioni e le riscritture latine della materia troiana, fa sì che sia la Briseide elegiaca, e in particolare quella ovidiana delle Eroidi, a imporsi come modello. Così ad esempio Boccaccio, nell’Amorosa visione, fa pronunciare a Briseide un monologo, nel corso del quale la donna, sulla falsariga della Briseide ovidiana, si lamenta con Achille per averla abbandonata. Il quadro non cambia sensibilmente neanche con il XV e il XVI secolo. La conoscenza di Omero resta a lungo appannaggio di pochi. Per tutto il Rinascimento e oltre i modelli di riferimento continuano a essere altri. La rappresentazione di Briseide appare dunque inevitabilmente condizionata dalla lettura elegiaca del personaggio più che dall’Iliade.

Nelle arti visive, ci si concentra quasi esclusivamente sul momento del suo allontanamento dalla tenda di Achille: Tiepolo, Canova, Thorvaldsen e altri ritraggono Briseide portata via dagli araldi, costretta a separarsi da Achille, nell’atteggiamento dolente e rassegnato della vittima sacrificale. Achille e Briseide vengono invariabilmente rappresentati come una coppia di amanti, divisi dal destino.

Alla lettura sentimentale cede anche Pascoli, che in uno dei suoi Poemi conviviali, La cetra di Achille, immagina l’ultima notte d’amore tra l’eroe e la sua prigioniera. Achille, a cui ormai non resta che andare incontro alla morte, «come Sole … / al suo tramonto», all’improvviso «udì vicino / un singulto: Briseide su la soglia / stava, e piangeva, la sua dolce schiava». Briseide rompe il silenzio non con la parola, ma con un «singulto». Il suo destino, nel corso dei secoli, è sempre lo stesso. È una donna che ama e piange.

In che modo, negli anni recenti, l’interesse nei confronti di Briseide sembra essersi risvegliato?
In anni recenti Briseide ha conosciuto una nuova popolarità, grazie, in primo luogo, a Troy (2004). Il colossal, assai liberamente ispirato alla saga troiana, combina l’Iliade con varie altre fonti antiche e ricorre (dichiaratamente) a una buona dose di invenzione. Briseide è una delle figure che più si allontanano dall’originale omerico. Nella sua rappresentazione confluiscono vari altri modelli femminili: Cassandra, Polissena, Clitennestra e persino Atena. Questa Briseide in salsa hollywoodiana vanta un nobile pedigree: nipote di Priamo e cugina di Paride ed Ettore, è dotata di una autorevolezza che alla sua antenata omerica necessariamente mancava. Volitiva e decisa, sa tener testa ai suoi interlocutori. Ma anche qui, inevitabilmente, lei, che è la più bella, non può che essere protagonista di un’appassionata storia d’amore con Achille, che è il più forte. In obbedienza a rassicuranti clichés, al grande pubblico è presentata una rivisitazione dell’epica in una chiave senz’altro attualizzante, ma sentimentale e romantica.

Dopo Troy, l’esplosione del fenomeno del retelling del mito ha conferito a Briseide una nuova centralità. Briseide compare – tra gli altri – in uno dei più eclatanti casi editoriali degli ultimi anni, The Song of Achilles di Madeline Miller (2011). Compare in A Thousand Ships (2019) di Natalie Haynes, il cui splendido titolo marlowiano diventa, nella traduzione italiana, Il canto di Calliope (2021), per strizzare l’occhio al successo di Miller – come i vari Il canto di Penelope di Margaret Atwood, debolissima resa del potente The Penelopiad (2005); La canzone di Orfeo di David Almond, in origine A Song for Ella Gray (2014); Il canto di Medusa di Claire Heywood, uscito in Inghilterra con il titolo The Shadow of Perseus (2023), e via cantando.

Già da questi pochi titoli emerge chiara la portata del fenomeno: ri-raccontare le storie antiche da una prospettiva inedita, meglio se femminile, è diventato una moda, a cui cedono scrittori e scrivani, professionisti e dilettanti, romanzieri e classicisti votati alla Terza Missione.

Il fenomeno del retelling, sia chiaro, non ha in sé nulla di nuovo. Già Omero ri-raccontava le storie di un repertorio epico preesistente ed Eschilo poteva dire di vivere delle briciole del banchetto di Omero. E non è nuova neanche l’idea di dare voce alle donne: lo facevano i tragici ateniesi del V secolo, trasformando tante comprimarie in compiute protagoniste. Lo faceva Ovidio nelle Eroidi. E lo hanno fatto senza sosta, nel corso dei secoli, drammaturghi, poeti, romanzieri, sceneggiatori, registi (fino, recentissimamente, agli autori di fanfictions: pullulano in rete sequels, prequels, rifocalizzazioni, dislocazioni delle storie del mito, inclusa quella di Achille e Briseide, più spesso ispirata a Troy o alla Canzone di Achille che non direttamente a Omero).

Ma per capire pienamente l’ossessione contemporanea per il retelling affidato alle Circi, alle Meduse e alle Penelopi si deve fare un passo indietro e tornare alla seconda ondata del femminismo, iniziata alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso e protrattasi fino agli anni Ottanta, quando il revisionismo del mito in chiave femminile si è imposto come reazione al riconoscimento dell’androcentrismo del canone letterario. È in questo clima che nascono opere come Cassandra (1983) o Medea (1996) di Christa Wolf, in cui i miti antichi sono il pretesto per una riflessione sui temi attualissimi della condizione femminile, dell’atrocità della guerra, del razzismo.

Nei primi anni Duemila il fenomeno delle riscritture del mito, da parte soprattutto di donne, è diventato inarrestabile, con esiti, come è naturale, molto diversi, e con uno shift sempre più marcato verso una moda che poco o nulla conserva dell’originario impegno, e dove le logiche di mercato sopravanzano reali istanze di rivendicazione sociale o politica. In questo panorama, fatto anche di riscritture dilettantesche e autoprodotte, non mancano le riletture di Briseide nella consueta chiave sentimentale. C’è tuttavia una riscrittura che senz’altro si distingue, ed è per questo che ho deciso di menzionarla nel sottotitolo del mio volume: quella di Pat Barker, che nel Silenzio delle ragazze e poi nel suo sequel, Il pianto delle Troiane, fa di Briseide una figura ‘tridimensionale’, con un passato a cui è stata strappata da un presente drammatico e disperatamente protesa verso il futuro.

Barker rilegge la guerra di Troia dal punto di vista di Briseide, mostrando gli effetti della guerra degli uomini sulle donne. È così che la voce di questa schiava, di cui per secoli abbiamo udito soprattutto i singulti, si leva potente, fin dall’incipit, per demolire la retorica della gloria. «Il grande Achille. Il luminoso, splendido Achille; Achille simile a un dio. Ma Achille, per noi, era solo un macellaio». Achille macellaio – «the butcher» – rimanda inevitabilmente a orrori recenti: al criminale dell’Olocausto Klaus Barbie, noto come «butcher of Lyon», o al «butcher of Bosnia», soprannome variamente usato dalla stampa durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina per Ratko Mladić o Radovan Karadžić. Questa plateale attualizzazione non stupisce in un’autrice nota per la sua salda adesione alla storia del Novecento, di cui ha saputo raccontare le atrocità e i traumi.

Barker finalmente tematizza anche l’aspetto più doloroso della vita della prigioniera di guerra, su cui buona parte delle riscritture dell’Iliade, anche recentissime, sorprendentemente sorvola. Briseide è una schiava, e come tale è un oggetto, a tutti gli effetti. Vieni esibita, come un trofeo. E come Criseide, come Andromaca, come tutte le donne ridotte in schiavitù, a prescindere da chi siano state nella loro vita passata, si trova costretta a servire il letto del suo padrone. Un padrone che spesso è, come nel caso di Briseide, anche l’assassino della sua famiglia.

Questa figura femminile diventa così il pretesto per riflettere sui temi – purtroppo attualissimi – dello stupro di guerra come strumento di genocidio; del rapporto che lega una madre a un figlio nato dalla violenza; della riduzione dell’individuo a oggetto. Della misoginia strutturale – e non solo maschile – di una società che riduce la donna a ombra e silenzio.

Dal punto di vista di Briseide – e di tutte le donne, in tutte le guerre – il prezzo da pagare perché gli uomini possano avere la loro gloria è quello della schiavitù, della violenza e della morte.

È finalmente rumoroso, il silenzio di queste ragazze. E dimostra – caso mai ce ne fosse bisogno – che le vecchie storie possono avere ancora molto da insegnare, a chi sappia ascoltarle.

Lucia Floridi è professoressa associata di Filologia Classica presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, dove insegna anche Storia dello Spettacolo nel mondo antico e Tradizione e Permanenza dei Classici. La sua produzione scientifica si concentra sulla letteratura greca di età ellenistica e imperiale. Tra i suoi lavori, Stratone di Sardi. Epigrammi, Alessandria 2007; Lucillio. Epigrammi, Berlin-Boston 2014; Edilo. Epigrammi, Berlin-Boston 2020; Pseudo-Filone di Bisanzio. Le sette meraviglie del mondo (con F. Condello), Berlin-Boston 2023; Intervisuality. New Approaches to Greek Literature (con A. Capra), Berlin-Boston 2023. È inoltre autrice di testi scolastici e di miti per bambini.