Voci del verbo Avvenire. I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018, Alessandro ZaccuriDott. Alessandro Zaccuri, Lei ha curato l’edizione del libro Voci del verbo Avvenire. I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018 edito da Vita e Pensiero: a 50 anni dalla sua nascita, qual è oggi il ruolo del quotidiano cattolico?
Il ruolo, mi verrebbe da dire, è lo stesso di sempre: “fare del bene” ai lettori, come raccomandava Paolo VI, il Papa che sostenne la nascita di un quotidiano cattolico nazionale che fosse espressione del laicato italiano. “Fare del bene” significa servire la verità, impegnarsi per un’informazione corretta, sostenere posizioni anche scomode e intanto coltivare la virtù del dialogo. Ma significa anche “non fare clientela”, come spiegava lo stesso Montini. In questo mezzo secolo non è il ruolo di Avvenire a essere cambiato, ma il contesto complessivo dell’informazione. Non si è trattato e non si tratta, come sappiamo, di una questione solamente tecnica, per quanto l’avvento del digitale abbia modificato procedure che si ritenevano immutabili. La trasformazione più complessa riguarda la mentalità e le abitudini dei lettori, le loro aspettative, la loro capacità di reazione e interazione. È su questo terreno che si gioca oggi la partita dell’informazione.

Come nacque Avvenire?
Da un’intuizione di Paolo VI, come già accennato. O, meglio, dalla sua volontà di dare concretezza allo spirito del Vaticano II. Non è un caso che il numero inaugurale del quotidiano sia arrivato nelle edicole il 4 dicembre del 1968, nell’anniversario esatto della promulgazione di uno dei primi documenti conciliari, il decreto Inter Mirifica, che già nel 1963 si focalizzava sul ruolo dei mezzi di comunicazione nel mondo contemporaneo. Dal punto di vista pratico, Avvenire nacque dalla fusione di due storiche testata cattoliche, L’Italia di Milano e L’Avvenire d’Italia di Bologna. C’era, già allora, l’obiettivo di dare continuità a una tradizione, ma anche di imprimere una svolta. Il Papa volle che il nuovo giornale avesse sede non a Roma, a ridosso della Curia vaticana, ma a Milano, la città di cui Montini era stato arcivescovo e che in quel particolare momento, nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta, era davvero una metropoli-laboratorio: capitale morale, capitale industriale, capitale della contestazione… Sotto questo profilo, è molto significativo che il cinquantenario di Avvenire coincida con il quarantesimo anniversario della morte di Paolo VI e, in particolare, con la sua canonizzazione, attesa per il prossimo 14 ottobre.

Che cosa ha significato in questo mezzo secolo la presenza di un quotidiano cattolico nella società italiana?
Una garanzia di pluralismo, in primo luogo. Sia nella fase iniziale, contraddistinta da un’accentuata contrapposizione ideologica, sia in tempi più recenti, quando ha cominciato a manifestarsi una certa omologazione delle prospettive e dei giudizi, Avvenire ha saputo conservare la sua indipendenza, anche a costo di assumere posizioni scomode che non di rado si sono dimostrate profetiche. Penso, per esempio, alla denuncia del degrado ambientale nella cosiddetta “terra dei fuochi”, alle tempestive campagne contro il dilagare dell’azzardo, alla delicatezza con cui vengono affrontati i dilemmi della bioetica, alla ricerca di soluzioni alternative e coraggiose rispetto alla crisi economico-finanziaria e ai drammi legati ai processi migratori. Sono i motivi per cui Avvenire è stato ed è rispettato anche da chi non ne condivide le premesse religiose. Le pagine di informazione internazionale e quelle di approfondimento culturale godono di un prestigio molto ampio e talvolta perfino insospettabile.

Come si sono caratterizzati i rapporti tra la gerarchia e il quotidiano?
Avvenire è un giornale che dichiara con schiettezza le proprie convinzioni. È un “quotidiano di ispirazione cattolica”, come recita la testata, e non ci sono misteri sulla sua proprietà, che risale alla Conferenza Episcopale Italiana. La redazione, però, è composta interamente da laici, uomini e donne che mettono la loro professionalità e le loro convinzioni al servizio di un progetto informativo la cui missione non si riduce a dare risonanza alle attività della Chiesa in Italia (per quanto, a voler essere onesti, quello che la Chiesa fa e sostiene meriterebbe maggior attenzione da parte dei media), ma comporta una precisa assunzione di responsabilità. Il rapporto con l’editore è chiaro, come è chiaro che si tratta di un editore plurale e complesso. L’esercizio di pluralismo non può che essere costante, anche all’interno della redazione.

Che cosa significa fare informazione per un quotidiano di ispirazione cattolica?
Significa informare bene e, se possibile, informare meglio. Non accontentandosi della versione più diffusa, tanto per cominciare, e quindi andando sempre alla ricerca di riscontri puntuali, di opinioni autorevoli e non prevedibili, di angoli di mondo che ancora non sono stati illuminati dagli altri organi di informazione. Anche a livello internazionale, la Chiesa dispone di una rete capillare di presenze sul territorio e molte delle iniziative per cui Avvenire si è distinto nel corso degli anni hanno origine proprio da questo rapporto davvero speciale con le parrocchie, le missioni, le opere delle famiglie religiose. Questa non è tutta la realtà, d’accordo, ma è una parte importante e troppo spesso trascurata della realtà. Per dirlo con una formula un po’ schematica, Avvenire fa informazione sapendo che oltre il visibile, che fa notizia, c’è sempre qualcosa che rischia di restare invisibile. Può essere un fenomeno finora inavvertito, può essere un fatto che altri hanno dimenticato. Può essere (e questo non è irrilevante) la stessa dimensione spirituale dell’essere umano, dalla quale discendono molte delle decisioni che prendiamo ogni giorno. Per un quotidiano come il nostro l’elemento religioso non rappresenta un limite o una costrizione. Le storie che raccontiamo sono più grandi e più affascinanti proprio perché siamo consapevoli del fatto che riguardano l’anima di ciascuno di noi.

Come affronta Avvenire le sfide del digitale?
Nell’immediato attraverso il sito, attraverso le applicazioni mobili e la presenza nei social network, oltre che attraverso la pubblicazione di ebook che riportano alcune delle maggiori inchieste svolte dal giornale (come quella sulla “buona rivoluzione” dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia). Non bisogna dimenticare, in ogni caso, che Avvenire ha da sempre un rapporto molto stretto con la tecnologia: è stato, tra l’altro, il primo quotidiano italiano a dotarsi di un sistema di teletrasmissione per la stampa. Ma il digitale non è soltanto un mezzo, ormai lo sappiamo bene. È un ambiente, un modo di essere e di pensare. Per questo Avvenire ha deciso di dettare le regole di un “galateo digitale” al quale sono tenuti ad attenersi quanti si affacciano sulla pagina Facebook del quotidiano o commentano i tweet della redazione. Nell’informazione, oggi più che mai, lo stile è tutto. Respingere gli insulti e le provocazioni gratuite non significa operare una censura alle opinioni altrui, ma al contrario gettare le premesse di una condivisione all’interno della quale l’opinione di tutti possa essere ascoltata. Grazie al digitale, inoltre, la rettifica di eventuali errori avviene in maniera più tempestiva e dichiarata. Anche questo è un aspetto molto apprezzato.

Quale futuro per Avvenire?
La domanda ne sottintende un’altra, mi pare: quale futuro per i giornali? Al momento nessuno dispone di una risposta certa e questa, di volta in volta, può essere considerato una sfida o una disdetta. D’altro canto, possiamo dire di disporre di un’indicazione molto chiara, che ci viene ancora una volta dalle parole e dall’esempio di un Papa. Nel corso dell’udienza concessa il 1° maggio scorso ai dirigenti e al personale di Avvenire, Francesco si è espresso con molta forza e con molta passione: «Nessuno detti la vostra agenda, tranne i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Non ingrossate le fila di quanti corrono a raccontare quella parte di realtà che è già illuminata dai riflettori del mondo. Partite dalle periferie, consapevoli che non sono la fine, ma l’inizio della città». È quello che Avvenire ha sempre cercato di fare e che d’ora in poi farà senza dubbio con ulteriore impegno. Dal prossimo 4 dicembre, poi, il nostro giornale si presenterà in una veste grafica del tutto rinnovata, fortemente voluta dal direttore Marco Tarquinio. Un segnale importante, che va nella direzione di una presenza ancora più incisiva sulla scena dell’informazione italiana.