Viva l’Italia. Narrazioni e rappresentazioni della storia repubblicana nei versi dei cantautori «impegnati», Paolo CarusiProf. Paolo Carusi, Lei è autore del libro Viva l’Italia. Narrazioni e rappresentazioni della storia repubblicana nei versi dei cantautori «impegnati» edito da Le Monnier: in che modo le canzoni dei cantautori “impegnati” sono divenute pervasivi agenti di senso comune storico?
Quelli che definisco cantautori “impegnati”, sulla falsariga del cinema colto o del teatro di denuncia, rivolgevano la propria produzione al gruppo umano della sinistra (secondo la definizione di Ernesto Galli della Loggia) e, nello specifico, a quel pubblico giovanile di acculturazione medio alta (spesso coincidente con gli studi liceali e universitari) e politicamente schierato che riconosceva alla cultura una funzione centrale anche nel contesto dell’intrattenimento.

In aperta polemica con la leggerezza dello show business, dunque, il cantautore “impegnato” offriva una proposta musicale tutta centrata sul contenuto ed ostentatamente scevra da elementi legati all’immagine ed alla spettacolarizzazione delle proprie apparizioni pubbliche. Alla luce del fatto che la maturazione delle personali poetiche di questi autori avveniva attraverso un sistematico confronto con contenuti e nodi problematici alimentatisi e sedimentatisi nel grande dibattito politico-culturale del Paese, le loro composizioni si riveleranno, negli anni, degli agenti di senso comune storico, dimostreranno cioè di aver saputo concorrere -insieme ai libri scolastici e ai programmi televisivi- ad “insegnare” la storia del nostro Paese ai giovani italiani.

Quali culture politiche hanno ispirato i cantautori «impegnati»?
Principalmente quelle legate ai partiti di sinistra: quella socialista, quella comunista e quella anarchica. Tutto il patrimonio culturale resistenziale e della fase costituente, in ogni modo, si rivela presente nella loro formazione culturale e viene posto al centro delle loro poetiche.

Quali sono stati i principali rappresentanti della canzone «impegnata»? 
Il termine cantautore fu coniato al principio degli anni ’60 dai dirigenti della RCA-Italia ed andò via via definendo il proprio significato grazie al progressivo interesse della critica, la quale ne evidenziò il carattere tipicamente italiano, tanto che Alessandro Carrera poté sostenere che «la canzone d’autore non è nata in Italia, ma il cantautore si».
L’idea dei discografici fu quella di fondere le suggestioni provenienti dalla canzone d’autore francese (gli chansonnier) e statunitense (i folksinger) con quanto negli ultimi anni la canzone d’autore italiana era andata acquisendo grazie alle innovazioni portate da Domenico Modugno.

Nasceva, così, un tipo di artista nuovo che doveva divenire tutt’uno con le proprie canzoni, delle quali doveva essere autore (di musica e parole, o per lo meno di una delle due) e interprete.
Una confezione musicale in linea con le tendenze del momento andava così a coniugarsi con dei testi colti, lirici, ricchi di citazioni letterarie e di riferimenti ai temi del tempo presente.

In virtù di un simile approccio, la prima generazione di cantautori italiani, la cosiddetta “scuola genovese”, andò evidenziando due diverse tendenze testuali: da un lato ci fu chi seguì più risolutamente una linea engagé, dall’altro ci fu chi preferì privilegiare i temi più legati alla sfera privata. In questa seconda categoria troviamo cantautori come Umberto Bindi, Bruno Lauzi e Gino Paoli, ai quali si sarebbero aggiunti l’istriano Sergio Endrigo e il livornese Piero Ciampi.

Questi artisti, mantenendo un approccio colto e lirico, ma evitando di centrare le proprie poetiche intorno ai grandi temi del dibattito pubblico, avrebbero aperto la strada alla successiva generazione di cantautori che ho definito disimpegnati, all’interno della quale –per il successo di pubblico e di critica- si possono ricordare Roberto Vecchioni, Rosalino Cellamare (in arte Ron), Angelo Branduardi, Mimmo Locasciulli e Franco Battiato, ai quali è opportuno aggiungere Paolo Conte e Ivano Fossati, inizialmente autori di canzoni per grandi star della musica italiana e –dagli anni ’70 il primo, dagli anni ’80 il secondo- interpreti delle proprie composizioni.

Tra i cantautori decisi a porre al centro delle proprie canzoni i grandi temi del dibattito pubblico, e che definisco impegnati, si segnalarono subito Luigi Tenco e Fabrizio De André, seguiti presto dal modenese Francesco Guccini e dai milanesi, Giorgio Gaber -nome d’arte di Giorgio Gaberščik- ed Enzo Jannacci. A questi, negli anni successivi si affiancheranno il bolognese Lucio Dalla, i romani Antonello Venditti e Francesco De Gregori ed il napoletano Edoardo Bennato.

Quali temi sono stati maggiormente trattati nei versi dei cantautori «impegnati»?
A partire dai primi anni ’60 i cantautori “impegnati” hanno affrontato tutti i temi suggeriti loro dal confronto continuo con le culture politiche del loro tempo: il pacifismo, l’antifascismo, le contraddizioni della società capitalista, il conformismo borghese, la dignità della classe operaia, il dramma dell’emigrazione, il ruolo delle grandi organizzazioni malavitose e –più in generale- i problemi connessi con l’arretratezza del Mezzogiorno.

A partire dagli anni ’80, con la fine della stagione dei movimenti e con il consolidamento della società postindustriale, i cantautori inizieranno a parlare di nuovi fenomeni: la pervasività del medium televisivo, i primi flussi migratori verso il nostro Paese, la corruzione del sistema politico, il crollo del comunismo internazionale, l’attacco mafioso al cuore dello Stato e la crisi della “prima repubblica”.

Come si è evoluta la canzone «impegnata» durante la storia repubblicana?
Il paradigma politico-culturale dei cantautori “impegnati” rimane sostanzialmente lo stesso fino ai primi anni ’90. Ciò che cambia è legato soprattutto all’aspetto performativo. A partire dai primi anni ’80, con la sempre maggiore spettacolarizzazione della musica e con la trasformazione del prodotto musicale in prodotto video-musicale, anche la canzone d’autore è costretta ad aggiornare la propria immagine e la propria confezione musicale. Se alcuni autori si mostreranno più recalcitranti in tal senso (penso a Gaber, il quale assesterà il proprio lato performativo attraverso la forma del teatro-canzone; o a Guccini o Jannacci che manterranno pressoché immutata l’impostazione dei propri concerti dal vivo), altri sapranno modificare il proprio impatto performativo ed un paio -mi riferisco a Lucio Dalla e ad Antonello Venditti- arriveranno nei primi anni ‘90 a realizzare una vera e propria “svolta pop”, popolarizzando il proprio lessico e l’impianto musicale delle proprie canzoni, costruendo una nuova immagine di sé e puntando ad una maggiore spettacolarizzazione delle proprie apparizioni.