“Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante” di Elisa Brilli e Giuliano Milani

Prof.ri Elisa Brilli e Giuliano Milani, Voi siete autori del libro Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante edito da Carocci: quali sono le fonti a nostra disposizione per ricostruire la biografia di Dante?
Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante, Elisa Brilli, Giuliano MilaniCe ne sono essenzialmente di tre tipi. In ordine di affidabilità: i documenti d’archivio, le testimonianze che Dante offre a riguardo di sé nelle sue opere, le testimonianze indirette degli antichi cronisti, biografi e commentatori – una fonte quest’ultima molto interessante ma delicata dato che la maggior parte dei quali opera a una certa distanza dai fatti e già, in assoluta buona fede, sotto l’influenza delle testimonianze di Dante. Ovviamente poi, per ognuna di queste, si danno vari gradi di attendibilità. Ad esempio, l’affermazione che Dante ha soggiornato presso la corte dei Malaspina in Lunigiana (come Dante si fa profetizzare in Purg. VIII) è più attendibile dei riferimenti a Bruges (Inf. XV) o al “vicolo degli strami” di Parigi (Par. X) dai quali alcuni desumono passaggi in queste località. Il primo è una fonte certa per attribuire a Dante questo soggiorno (che è per di più comprovato da fonti documentarie). Gli altri due invece sono al più occasioni per formulare delle congetture che però dimorano inverificabili – e dunque superflue – in assenza di altre prove a sostegno.

In che modo, in Dante, opere letterarie e narrazione biografica si intersecano?
Vorremmo risponderle: costantemente. Se siamo qui oggi a parlare della vita di Dante, se si sono scritte così tante biografie sin dai tempi di Boccaccio e anche se, più in generale, nella abbiamo preso l’abitudine di interessarci alla vita degli autori letterari come se essa fosse un dato rilevante per capirne le opere, tuto ciò dipende anche dal fatto che è esistito un fiorentino chiamato Dante Alighieri che, dalla Vita nova alla Commedia, ha assunto sé stesso e le proprie vicissitudini quali materia imprescindibile della sua opera letteraria. Si tratta di un gesto a suo modo rivoluzionario per il suo tempo. Dante ne è del resto ben cosciente, al punto da discutere nel Convivio quali siano le due condizioni alle quali è consentito “parlare di sé medesimo”. Da questa sua scelta deriva un intreccio costante tra opere e vita, che le ricostruzioni biografiche tradizionali non hanno fatto che amplificare, sia utilizzando le opere come delle fonti biografiche, sia anche lasciandosi guidare dalle narrazioni che Dante ha offerto di sé. Basti pensare che ancora oggi è frequente vedere dedicati dei capitoli a dei “fatti” della vita di Dante come il “traviamento”, ossia l’allontanamento da Beatrice dopo la sua morte, o il “fare parte per sé stesso”, ai tempi del bando, che sono innanzitutto dei dati letterari, parte cioè dei ritratti che Dante ha offerto di sé ma dei quali è molto difficile, se non impossibile, stabilire la consistenza storico-biografica.

Cosa ci rivela della biografia dantesca la sua produzione letteraria?
Poco e moltissimo, tutto dipende da come la si legge. Tradizionalmente, ci si è rivolti alle opere di Dante per meglio conoscere la sua vita, guidati in ciò da Dante stesso, come abbiamo appena ricordato. Così facendo però ci si scontra difficoltà insormontabili: come distinguere tra realtà e invenzione, tra esperienza e convenzione letteraria? Come sapere, ad esempio, se la Beatrice cantata nelle opere più famose è proprio la stessa donna di cui Dante dipinge i poteri mortiferi nella canzone Lo doloroso amor scritta durante la giovinezza? O che fare di Fioretta, Lisetta, Violetta e di tutte le altre donne cantate da Dante? E delle contraddizioni che, a causa delle riscritture successive, sussistono tra le varie versioni della sua vita che Dante offre di sé da un’opera all’altra e persino all’interno della stessa opera? Generazioni di studiosi si sono interessati ai valori opposti che Dante attribuisce alla coppia Beatrice/Donna Gentile nelle opere, ma di sicuro c’è solo che non è possibile risolvere la serie delle sue affermazioni in un racconto lineare e coerente. A ciò aggiunga poi che della maggioranza delle opere dantesche ignoriamo la datazione e il contesto di redazione precisi, e ciò affligge qualunque tentativo di impiegarle come fonti biografiche. Nondimeno, tutto ciò non significa che questi testi sono irrilevanti in sede biografica, al contrario. Significa che per poterli interpretare in questa chiave occorre cambiare il punto di osservazione e le domande. Smettere di chiedere a Dante se dice il vero o il falso – ossia di interrogarlo sui contenuti delle sue narrazioni di sé – e chiedergli invece perché in diversi momenti della sua vita racconta diverse storie di sé – interrogarlo dunque sulle forme e i sensi delle sue auto-narrazioni. Visti in questa prospettiva, questi racconti di sé diventano delle prove preziosissime dei diversi modi in cui, nel corso della sua vita, Dante si è rapportato al mondo, alla scrittura, e infine a sé stesso. È quello che abbiamo cercato di ricostruire nei capitoli del nostro libro dedicati al “racconto di sé”.

Chi erano gli Alighieri?
In una formula, una famiglia della classe media. Il documento che ci trasmette il nome del più antico personaggio identificabile come membro della famiglia, Cacciaguida, il trisavolo di Dante, non consente affatto di capire quale fosse il suo patrimonio né di dire che si trattava di un membro dell’élite cittadina, anche se era probabilmente inserito nelle stesse reti sociali a cui accedevano fiorentini appartenenti a famiglie più potenti. Nelle generazioni successive, gli Alighieri appaiono implicati in attività politiche e commerciali, ma non occupano posizioni di vertice nel Comune. All’altezza del nonno di Dante e dei suoi figli, i documenti, un po’ fortunosamente, si moltiplicano e fanno capire che questo ramo della famiglia investe il suo denaro nel prestito a interesse, cosa che farà anche il padre di Dante. Con ogni probabilità questa attività è la base economica della loro fortuna, permette loro di contrarre buoni matrimoni, di mantenere e acquistare i poderi (non straordinariamente estesi a dire il vero) che Dante eredita e che gli permetteranno di crescere senza lavorare. Soprattutto, in quanto prestatori di denaro, gli Alighieri fanno parte di un gruppo sociale, quello i membri delle Arti maggiori che, nel corso dei primi vent’anni della vita di Dante, guadagna terreno e prestigio a Firenze, fino a divenire, intorno agli anni 1280, il gruppo egemone nella politica cittadina.

Come trascorse Dante la sua adolescenza?
Per un verso, Dante trascorre i suoi primi decenni modo tipico rispetto al ceto a cui apparteneva: studiando, forse in vista di una formazione professionale che però non concluderà mai; partecipando ad alcune campagne dell’esercito comunale (come cavaliere del Comune); visitando città vicine, come Bologna che mercanti e banchieri fiorentini proprio in questi anni colonizzano dal punto di vista economico. Condivide inoltre con i suoi concittadini la partecipazione a momenti rituali (matrimoni, funerali, balli e feste come Calendimaggio) e nuove mode culturali, soprattutto di carattere cortese, quelle che la ricca società fiorentina in espansione importa dalla Francia e dalla Provenza insieme alla letteratura d’Oltralpe. Per altro verso, Dante passa la sua “adolescenza” (ossia fino ai 25 anni) componendo rime. Mentre per la maggior parte dei suoi coetanei, compresi i suoi amici più prossimi, per esempio del gruppo che poi battezzerà dello “Stil novo”, praticano la poesia al modo di un’attività parallela alla loro attività principale, come una forma di intrattenimento o per tessere relazioni, per Dante, sin da giovanissimo, fare poesia diventa un baricentro vitale. Nel libro proponiamo un calcolo bruto ma utile: Dante scrive in media almeno una “poesia” (ossia un pezzo compiuto, indipendentemente dalla maggiore o minore difficoltà dei singoli componimenti) ogni due mesi (e addirittura ogni due settimane qualora gli si attribuisse – come alcuni vogliono – il Fiore, un volgarizzamento anonimo in fiorentino del Roman de la Rose). Si tratta di un ritmo intenso e che non ha termini di paragoni tra i suoi prossimi. Soprattutto si tratta del segno di una passione e di una scelta di vita, nonché di un “allenamento” che lo renderà – passati gli anni e arricchiti i suoi orizzonti – un autore capace di comporre la Commedia, un gigantesco sforzo compositivo.

Come si articolò la sua formazione?
Firenze è uno dei centri con il più alto tasso di alfabetizzazione tra Due e Trecento in Europa. Come gli altri bambini, Dante cominciò probabilmente a leggere sotto la guida di un maestro privato, usando prima la tabula, un foglio di carta o pergamena su cui erano scritte le lettere e alcune sillabe, per passare poi alla lettura di alcune preghiere sul Salterium e di un manualetto di grammatica latina scritto come un catechismo (il Donadello) che si doveva imparare a memoria. Solo a questo punto, iniziava l’apprendimento della scrittura. Negli anni successivi, i programmi prevedevano la lettura di testi poetici in latino sempre più complessi: prima poesie di un solo verso, poi di due, poi sempre più lunghe, spesso dotate di contenuti morali. Queste primissime letture, assolutamente standard, dovettero tuttavia segnarlo profondamente. Per esempio, sulle prime due parole che nel Donadello sono usate per esemplificare cosa è un sostantivo (“poeta”) e cosa è un verbo (“amare”), Dante continuerà a riflettere tutta la sua vita; Dante metterà Catone a guardia del suo Purgatorio, lo stesso autore a cui si attribuivano (liberamente) le poesie di due versi, o distici, usate abitualmente come testo scolastico nella Firenze dell’epoca.

Dante seguì poi probabilmente un ciclo di insegnamento superiore del latino, nel quale si riceveva una prima introduzione a quelli che si chiamavano auctores maiores e cominciò a formarsi in quella che, all’epoca, era la principale applicazione pratica della cultura latina, l’ars dictaminis, la tecnica per scrivere lettere che ogni intellettuale comunale doveva padroneggiare e di cui si dimostra esperto negli anni seguenti. Resta che, di solito, una tale educazione preludeva a una carriera notarile, giuridica o religiosa, che Dante tuttavia non intraprese perché non completò mai un ciclo di formazione universitaria. Lui stesso invece racconta che, negli anni della sua giovinezza a Firenze, frequentò occasionalmente alcune scuole di livello universitario, probabilmente le scuole che domenicani e francescani avevano installato nei loro conventi fiorentini. È infine probabile che lì incontrasse letture e persone molto importanti per la sua formazione superiore.

Offerta
Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante
  • Editore: Carocci
  • Autore: Elisa Brilli , Giuliano Milani
  • Collana: Saggi
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2021

Cosa sappiamo della sua giovinezza a Firenze?
Se seguiamo le partizioni che Dante propone nel Convivio, l’età della vita che si chiama “giovinezza” va dai 25 ai 45 anni. Questa fase della vita fu però per lui come spezzata in due dal bando da Firenze. Perciò, nel libro, abbiamo descritto la sua “giovinezza” in due capitoli diversi, prima e dopo l’espulsione del 1302. Nel periodo fiorentino della sua giovinezza Dante elabora in primo luogo un primo originalissimo racconto di sé, la Vita nova, nel quale seleziona e raccoglie poesie che ha (parzialmente) scritto in precedenza dotandole di un senso nuovo. Attraverso il racconto del suo amore per Beatrice, Dante mette in scena e rivendica non solo l’eccezionalità della sua poesia, presentata come superiore a tutta la produzione anteriore, ma anche il suo divenire un personaggio la cui voce merita di essere ascoltata nello spazio pubblico – se si vuole, un autore. Quest’opera mostra anche le tracce visibili della sua formazione filosofica in itinere, così come fanno altri componimenti risalenti alla stessa stagione della sua vita marginali se non alternativi al progetto della Vita nova, che presentano come in nuce i suoi futuri racconti di sé: quello del poeta satirico, ad esempio, nella tenzone con Forese e quello del maestro di virtù, nelle cosiddette rime dottrinali. Dai documenti sappiamo poi che in questo stesso decennio, gli anni Novanta del XIII secolo, Dante comincia a partecipare intensamente alla vita politica cittadina, secondo un itinerario che, a ben vedere, risulta in linea con l’autopresentazione che si era sforzato di elaborare nella Vita Nova e che potrebbe anche essere stato legato alla frequentazione degli ambienti degli ordini mendicanti che risultano in questi anni legati a doppio filo alla vita politica del Comune.

Quale descrizione offrono i documenti dell’impegno politico di Dante a Firenze?
Una descrizione chiara: Dante si schiera e prende parte nei conflitti che hanno luogo a Firenze negli ultimi anni del Duecento. In una prima fase si tratta del conflitto in merito agli Ordinamenti di Giustizia, una serie di decreti che tra le altre cose limitano i poteri di alcune grandi famiglie definite come pericolose e impongono loro una serie di costrizioni. Tra quanti premono per un’esclusione più radicale e quanti cercano una linea più moderata, Dante è con i secondi. In seguito, un nuovo conflitto si apre in merito alla linea politica da adottare rispetto alle mire di Bonifacio VIII di attrarre Firenze nella sua sfera di controllo. Per ragioni molteplici, tanto pubbliche quanto private, si creano due fronti: i guelfi neri che appoggiano il pontefice e i guelfi bianchi che lo osteggiano. Dante, rimanendo legato agli uomini che lo avevano cooptato nei consigli cittadini e che ormai si fidano di lui, lavora per i Bianchi e nel 1300 occupa una carica importante ai vertici del Comune, quella di priore. Questa militanza gli sarà rimproverata nella sentenza che determina il suo bando. Il capo di imputazione contro lui e gli altri consiste in un termine intenzionalmente vago e connotato negativamente (“baratteria”), ma ciò che gli si rimprovera, più che addebiti specifici, è in sostanza il fatto di aver sostenuto una fazione.

Quali vicende segnarono il suo esilio?
Già parlare “esilio” significa adottare la prospettiva che Dante ha plasmato. All’epoca, nelle sentenze e nelle cronache chi è cacciato da una città e privato perciò della protezione del Comune si chiama “bandito”, e la sua condizione “bando”. Scegliendo per sé il titolo di exul, esule, che designa chiunque sia partito, volontariamente o meno, e che si ricollega a nobili esempi tanto classici quanto cristiani, Dante riformula la vicenda principale della sua esistenza. Questa rielaborazione attraversa tutti i testi e i progetti, incompiuti, del primo decennio trascorso lontano dalla patria e si nutre di stimoli molteplici, alcuni assai antichi, che Dante rilegge ad hoc per costruire una nuova narrazione di sé ed accreditarsi presso i nuovi interlocutori che incontra. Quanto alle sue peregrinazioni reali, i testi che compone dopo il bando indicano in modo chiaro pochi luoghi di soggiorno: Lucca, il Casentino, quindi Verona e Ravenna, anche se è assai probabile che soggiornò anche altrove più o meno a lungo (Forlì, Bologna, etc.). Se ci atteniamo invece ai documenti, possiamo solo dire che Dante trascorre i primi anni in compagnia degli altri banditi (1302-1304), cercando di combattere Firenze per rientrarci e che poi, più o meno quando tutti i membri di questo fronte si disperdono e ognuno cerca la sua strada, lui risiede in una importante corte signorile, quella dei Malaspina in Lunigiana (1306). Probabilmente qui, anche grazie allo stimolo delle riflessioni di altri importanti intellettuali dell’epoca, come l’amico di vecchia data Cino da Pistoia e forse il domenicano Tolomeo da Lucca, comincia a riflettere sull’impero universale e, quando viene eletto un nuovo imperatore, Enrico VII, decide di sostenerne pubblicamente la spedizione italiana. Se non è possibile accertare il ruolo specifico svolto da Dante in questi anni (1310-1313) ed è assai improbabile che svolgesse qualche funzione ufficiale presso la corte di Enrico, è però grazie a questa nuova militanza che, a differenza di molti dei vari sostenitori dell’imperatore della prima ora, Dante entra nel nuovo network di potere che raccoglie l’eredità di Enrico dopo la morte di quest’ultimo, ben rappresentato da signori e condottieri come Uguccione della Faggiuola, Passerino Bonaccolsi e Cangrande della Scala. Così la sua vita si sposta definitivamente, negli ultimi anni dopo il fallimento della spedizione di Enrico VII, dal lato occidentale all’orientale dell’asse appenninico. In nessuno di questi luoghi, comunque, Dante sembra radicarsi davvero, forse a causa del fatto che non esercita un vero mestiere: non è giudice, non è notaio e forse anche perché è meno disponibile ad adattarsi alle esigenze di chi può e vuole impiegarlo, dato che le sue energie sono sempre più impegnate nella composizione di un’opera tanto originale per i parametri dell’epoca quanto fortunata, la Commedia.

Cosa rivelano i documenti riguardo alla vecchiaia del Poeta?
Pochissimo, e ciò vale da conferma ulteriore del mancato radicamento cui accennavamo. Se ne ricava solo che il bando che lo aveva colpito nel 1302 non viene cancellato nel 1311 (come invece lo sono quelli di altri fiorentini) e che un nuovo bando colpisce nel 1315 lui, e i suoi figli ormai maggiorenni, perché ha scelto di non fruire di un’amnistia riconoscendo la sua colpa e pagando un’ammenda. Si tratta comunque di dati interessanti perché confermano che i bandi dell’epoca si potevano in qualche modo negoziare nonostante la gravità delle accuse, che previa una ritrattazione rituale e una multa ridotta si poteva rientrare. A giudicare dai suoi scritti dell’epoca, in particolare una lettera che indirizza a un amico che da Firenze lo sollecita a fruire dell’amnistia (XII), Dante sceglie di non farlo: forse anche perché, non senza ragioni, non esclude che a Firenze potrebbe cambiare il vento e consentirgli infine una riammissione ai suoi termini (cosa che però mai avvenne), ma anche e soprattutto perché ha ormai maturato una chiara e ferma coscienza di sé. Questa elaborazione avviene nel lungo viaggio che si dipana attraverso i cento canti della Commedia, l’opera cui ha ormai demandato il compito di assolvere le proprie eventuali colpe e insieme quella di dire l’ultima parola su di sé e sul mondo in cui ha vissuto – un testamento, nel primo e più immediato senso del termine.

Quali diverse letture della figura di Dante emergono dall’analisi della sue vicende biografiche?
Fino tutto il Novecento i biografi, fortemente influenzati dai ritratti che Dante ha offerto di sé nei suoi scritti, hanno per lo più privilegiato una lettura del suo percorso improntata alla coerenza assoluta e alla drittura morale, per quanto votate a uno scacco storico. Con il XXI secolo, a questa lettura se ne è affiancata un’altra, diversa, che, ponendo sotto il riflettore i contesti storici e le contingenze, nel suo percorso ha enfatizzato le contraddizioni, i ripensamenti e, soprattutto dal punto di vista politico, i segni di alcune ritrattazioni.

La prospettiva che emerge dal nostro lavoro e dallo studio incrociato di documenti e racconti di sé è profondamente diversa. Le nostre Vite nuove raccontano la storia di un uomo dal percorso di formazione e professionale sui generis che, tanto prima quanto e soprattutto dopo il bando, non dispone di appoggi istituzionali certi e stabili e che dunque, in modo originale per i suoi tempi, fa della sua produzione testuale il luogo non solo della certificazione di sé ma anche di una costante riscrittura della propria vita. Comporre poesia per Dante è una strategia di sopravvivenza e i mondi che crea nei suoi testi diventano progressivamente gli scenari più “veri” della sua vita. Da questo punto di vista, malgrado tutti gli aggiustamenti, si tratta di un percorso a suo modo lineare e, sulla lunga durata, vincente.

Elisa Brilli insegna Letteratura italiana medievale all’Università di Toronto. Ha pubblicato Firenze e il profeta (Roma, 2012), diretto un “Forum” su Dante and Biography (“Dante Studies” 136, 2018) e quattro volumi di ricerca collettivi, e co-fondato l’International Seminar on Critical Approaches to Dante (con Justin Steinberg e William Robins).

Giuliano Milani insegna Storia medievale all’Università Gustave Eiffel di Paris Est. Ha pubblicato di recente L’uomo con la borsa al collo (Roma, 2017), ha co-diretto il progetto di ricerca Dante attraverso i documenti (con Antonio Montefusco, Firenze 2014 e 2017; Berlino 2020) e la nuova edizione del Codice Diplomatico Dantesco (con Teresa De Robertis, Laura Regnicoli e Stefano Zamponi, Roma 2016).

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