“Vite con lo smartphone. Una ricerca esplorativa prima e durante la pandemia” di Danilo Boriati

Prof. Danilo Boriati, Lei è autore del libro Vite con lo smartphone. Una ricerca esplorativa prima e durante la pandemia, edito da FrancoAngeli. Lo smartphone è ormai divenuto un oggetto pervasivo e di uso quotidiano; ovunque, infatti, è possibile vedere persone con un device in mano: che rapporto abbiamo instaurato con questo dispositivo?
Vite con lo smartphone. Una ricerca esplorativa prima e durante la pandemia, Danilo BoriatiBisogna anzitutto fare una brevissima premessa che mi consente di spiegare e contestualizzare il motivo che mi ha spinto a studiare lo smartphone da un punto di vista sociologico. È indubbio, come sottolineo all’interno del libro, come oggi sia in atto una rivoluzione tecnologica senza precedenti, nella quale le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le cosiddette TIC o ICTs, hanno assunto un ruolo di primo piano. Il motivo è semplice: viviamo oggi in una società che, ancorché caratterizzata da molteplici, variegate e talvolta discordanti accezioni, ha indubbiamente delle caratteristiche che sono sintetizzabili, in modo estremamente conciso, nel costante processo di accelerazione del mutamento sociale e nel frenetico sviluppo del progresso tecnologico.

È pertanto evidente la centralità assunta dalle nuove tecnologie e in modo particolare dal telefono mobile, il quale ci permette di transitare, nella stessa unità di tempo e di spazio, dal lavoro alla socialità, dall’informazione all’intrattenimento e così via. È quindi uno strumento che rende possibile diversificare e moltiplicare contemporaneamente le nostre attività – pensiamo alla semplice telefonia, ma anche alla navigazione internet, alla consultazione della posta elettronica, alla possibilità di muoverci più agevolmente – in qualsiasi momento della giornata e in qualsiasi luogo ci troviamo. In una frase, e sulla scorta di quanto asserito da Marshall McLuhan per i media in generale, è possibile considerare lo smartphone come un’estensione di noi stessi.

Tuttavia, il rapporto che abbiamo instaurato con questo strumento è un rapporto fortemente ambivalente. È ambivalente perché vi sono fasce della popolazione che ne fanno un uso moderato, “razionale rispetto allo scopo” direbbe Max Weber, e fasce che invece ne fanno un uso spasmodico. Quanto appena detto è ovviamente connesso all’attività lavorativa svolta dagli individui ma è sovente correlato anche alle diverse coorti generazionali che usano lo smartphone: chi è più avanti con l’età ne subisce indubbiamente meno il fascino e vi si accosta in maniera più cauta; chi è più giovane lo utilizza più assiduamente e può persino sviluppare delle vere e proprie patologie, sia fisiche – come le sindromi text neck e dry eye – sia psicologiche – come nomofobia e vamping.

Che ruolo ha acquisito questo strumento nella nostra vita quotidiana?
È un ruolo centrale. Le ricerche sociologiche sullo smartphone sono ormai fiorenti e in letteratura esistono numerosi studi, soprattutto di respiro internazionale, che cercano di fotografare, da differenti angolazioni e con diversi approcci, il ruolo che il telefono mobile ha assunto nella nostra vita quotidiana.

Ciò che emerge, e che ho anticipato prima, è senza dubbio che lo smartphone si pone oggi al centro della vita degli attori sociali, non solo in quanto veicola informazioni on demand ma perché ci semplifica in qualche modo la vita, permettendoci di lavorare in mobilità, di gestire da remoto le nostre case, i nostri conti e le nostre utenze, di soddisfare i nostri bisogni di consumo, di coltivare relazioni sociali ed altresì di semplificare l’organizzazione familiare. Inoltre, diviene centrale anche all’interno delle nostre abitazioni, dove è presente oramai un sistema mediale complesso – composto da elettrodomestici, tv, home theatre, personal computer e tablet, dispositivi ad attivazione vocale, eccetera – al cui centro si pone proprio lo smartphone, grazie alla sua portabilità ed ubiquità.

In che modo lo smartphone viene utilizzato dentro le mura di casa e nelle relazioni familiari?
Una premessa, anche questa volta. La ricerca sociale che ho condotto, e che è contenuta all’interno del libro edito da FrancoAngeli, è di tipo diacronico ed esplorativo. Ciò vuol dire che è stata condotta su campioni esigui, dunque non rappresentativi della popolazione tout court, e in tempi differenti col fine di controllare e verificare alcune specifiche ipotesi di ricerca.

Detto ciò, emerge dall’indagine, in prima istanza, che lo smartphone viene sostanzialmente utilizzato in tutti gli ambienti domestici, dunque tanto nella zona giorno quanto nella zona notte. Entrando nel merito del suo concreto uso, ci possiamo praticamente rifare a quanto già accennato pocanzi: si effettuano chiamate e videochiamate, si inviano e ricevono messaggi, si naviga sul web, si aggiornano i profili sui social-networks, si effettuano acquisti online, eccetera.

La sorpresa, se così si può definire, riguarda l’impiego del telefono mobile durante il pranzo e/o la cena: buona parte del campione intervistato per la ricerca ha infatti ammesso di utilizzare lo smartphone a tavola. I motivi sono molteplici: si passa dal rispondere alle telefonate e ai messaggi al reperimento di informazioni su argomenti di discussione.

Gran parte degli intervistati che hanno partecipato alla rilevazione diacronica, riportata nel volume, ha poi affermato di usare quotidianamente un gruppo creato con un’applicazione di messaggistica istantanea e dedicato a racchiudere al suo interno i membri del nucleo familiare. I maggiori motivi di utilizzo del cosiddetto “gruppo famiglia” hanno a che fare con la condivisione di fotografie, video e links – sia presi dal web sia concernenti il nucleo familiare in senso stretto –, la condivisione di attività esterne quali studio e lavoro, ma anche la pianificazione e l’organizzazione delle varie attività da svolgere e, infine, la definizione di punti di incontro in cui riunirsi fuori dal proprio ambiente domestico.

Ciò che è interessante dal mio punto di vista, tuttavia, è l’instaurazione di relazioni sociali familiari mediate dal telefonino anche dentro le mura domestiche: in particolare, il 50% circa del campione che ha partecipato alla survey nel periodo pandemico ha sostenuto di aver messo in atto interazioni con gli altri membri della famiglia contestualmente presenti nella stessa abitazione, seppure con una frequenza differenziata.

Questo dato, associato a quello relativo all’uso dello smartphone durante i pasti, non solo denota l’intermediazione tecnologica tra individui nell’ambito familiare e domestico ma è indice di quanto le nuove tecnologie influiscano direttamente sulla diminuzione del tempo e delle occasioni che si hanno per stare insieme vis-à-vis e per conversare in famiglia. Infine, la ricerca fornisce un’interpretazione sociologica che ha a che fare con la ristrutturazione degli stili di vita personali e familiari all’interno della società che Zygmunt Bauman ha definito come “modernità liquida”, dove i legami sociali hanno perso la loro solidità.

È cambiato, con l’avvento della pandemia, l’uso che se ne fa?
Indubbiamente. La pandemia ha avuto conseguenze importanti sull’uso dei dispositivi tecnologici in generale e dello smartphone in particolare.

Da una parte, il ritiro pandemico ha inevitabilmente costretto molte categorie di persone ad interfacciarsi con tecnologie inutilizzate in precedenza o utilizzate per altri scopi. Pensiamo, ad esempio, a tutta quella schiera di giovani che hanno vestito i panni di maestri per insegnare a genitori, e persino a nonni, come effettuare videochiamate, inviare messaggi, pagare le bollette od ordinare la spesa online. Dall’altra parte, la pandemia, e nella fattispecie il lockdown, ha costretto tutti noi a vivere le quotidiane relazioni sociali a distanza, mediandole inevitabilmente attraverso le nuove tecnologie.

Ancora una volta, però, vorrei ricorrere a un dato che emerge dalla ricerca per rispondere a questa domanda.

Durante il periodo pre-pandemico quasi il 50% degli intervistati preferiva inviare messaggi di testo per comunicare con amici e parenti; nel periodo pandemico, invece, una buona quota di intervistati, circa il 60%, ha preferito chiamare o videochiamare i propri interlocutori anziché inviare un messaggio di testo. Il dato diviene allora interessante in un’ottica comparativa: emerge sostanzialmente una maggiore propensione ad interloquire direttamente con le persone, con un aumento di 26 punti percentuali del ricorso a chiamate/videochiamate e una diminuzione di quasi 24 punti percentuali dell’invio dei messaggi di testo durante la pandemia da Covid-19.

Con questo dato voglio sostanzialmente sottolineare che la pandemia ha innegabilmente riattivato un bisogno di socialità che era un pochino sopito. Il crollo delle relazioni face-to-face, molto spesso sottolineato dai sociologi contemporanei, ha avuto una contrazione proprio nel momento in cui la socialità vera è stata costretta al confinamento.

E allora l’augurio, o meglio la speranza, è quella di tentare di non dimenticare la lezione che la pandemia ha impartito a tutti noi, ovvero ritrovare la solidità di quei legami sociali che contraddistinguono le relazioni umane.

Danilo Boriati è sociologo professionista. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università Sapienza di Roma, ha ottenuto un Dottorato di Ricerca in Scienze sociali, politiche e della comunicazione presso l’Università degli Studi del Molise e un master in Metodologie e Tecniche Avanzate di Ricerca Sociale presso l’Università Sapienza di Roma. È stato assegnista di ricerca in Sociologia generale presso l’Università degli Studi del Molise, dove è attualmente professore a contratto. È autore di monografie, saggi e articoli a carattere sociologico.

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