Visione verticale. La grande avventura dell'alpinismo, Alessandro GognaAlessandro Gogna, Lei è autore del libro Visione verticale. La grande avventura dell’alpinismo edito da Laterza. Innanzitutto: cosa spinge gli amanti dell’alpinismo a esporsi ad avventure che mettono a rischio la propria vita, alle difficoltà e alla brutalità della natura?
Gli amanti dell’alpinismo appartengono a quella categoria di individui, molto più vasta di quanto possa sembrare, che posseggono un fuoco interiore che li spinge ad una qualche ricerca. Quelli che non si accontentano mai di un risultato perché è sempre proprio il risultato stesso ad alimentare il loro fuoco. Tra costoro possiamo mettere i geni, gli scienziati, gli artisti, gli eremiti, i santi e tante altre categorie: tutte persone che spendono la loro vita per un obiettivo che si sono scelti o, meglio, per una serie di obiettivi. La continua ricerca che esercitano, anche alle ore più impensate del giorno e della notte, non è mai vissuta come un dovere (qualcosa che ci è stato imposto e che riteniamo giusto), e neppure come piacere (qualcosa che ci rasserena, che ci fa provare amore gioioso). Piuttosto è vissuta come fosse semplicemente la loro essenza, tradire la quale è davvero impossibile. Una ricerca che dà un gradito piacere e che però lo relega a motivazione assai secondaria. Una ricerca che va ben oltre il proprio appagamento personale e che in definitiva ingloba e supera qualunque ambizione del proprio Io.

È ovvio che una descrizione siffatta di quel genere di individui non può adattarsi proprio a tutti loro senza qualche riserva e/o compromesso. Esistono differenti graduazioni di passione e di dedizione.

Gli alpinisti, assieme ai praticanti di altre discipline, hanno però dentro qualcosa di ancor più particolare, quella spinta “folle” a esporsi ad avventure rischiose, faticose, a volte brutali (anch’esse divisibili in diversi gradi di “follia”).

L’Illuminismo (tempo in cui nacque l’alpinismo) della seconda metà del XVIII secolo è nato nel momento in cui molti uomini hanno seguito la strada già individuata dai pochi geni dei secoli precedenti, quando cioè si è riconosciuta la nostra ignoranza. La Chiesa e il MedioEvo sostenevano che l’uomo non era ignorante: sapeva (tramite Vecchio e Nuovo Testamento) tutto ciò che Dio aveva permesso all’uomo di sapere. Perché cercare? Dio bastava e nella Sua provvidenza era da accettare la rinuncia alla nostra sete di conoscenza. Ma venne il momento in cui questa sete si fece insopportabile e la Scienza nacque con il progetto di ridurre la nostra ignoranza. L’Uomo non era più unito al Mondo grazie alla Creazione, anzi ne era ampiamente diviso. Il fossato che li divideva era lì, evidente. Non era altro che l’ignoranza di ciò che era al di là del fossato o del nostro orizzonte. In seguito all’avvenuta divisione tra Uomo e Natura, e in seguito alle prime ricerche scientifiche, ecco che nasce nell’uomo la consapevolezza che questa divisione è faticosa, dolorosa. In fondo si stava meglio prima, nell’illusione che non ci fosse nulla di importante da sapere. Il pensiero romantico voleva e vuole la riunione nell’Uno. Per il Romanticismo Uomo e Natura devono ritornare ad essere la stessa cosa, ma è difficile farlo nella continua distinzione tra soggetto e oggetto che caratterizza la nostra civiltà. Nasce spontanea l’ansia della conquista, nell’illusione che il riappropriarci della natura, quindi “averla”, possa sostituire l’esigenza di “esserla”.

Salire sulla vetta di una montagna è un simbolico tentativo di riappropriarci della nostra Unità, del nostro Sé. È palese che sia destinato a fallire, almeno fino a che si sentirà necessario ripetere l’esperienza, peggio ancora se più difficile o più pericolosa.

Questo è il Gioco dell’alpinismo (e anche di altre discipline avventurose). Un gioco magnifico che Lionel Terray definì come “conquista dell’inutile”. Eppure c’è chi è vissuto non tanto per amore della vita quanto per guadagnarsi il diritto (con imprese sempre più ardite) di giocare ancora altre partite a questo gioco, dove chi è riuscito a vincere non lo ha detto a nessuno e chi ha perso è morto.

Quando nasce l’alpinismo?
Possiamo situare l’inizio dell’alpinismo con la conquista del Monte Bianco (1786), subito prima della Rivoluzione Francese. L’esigenza scientifica di scoprire cosa poteva esserci a quelle quote irraggiungibili è sulla strada delle grandi esplorazioni di Marco Polo, Colombo o Magellano: ma se costoro avevano ben chiara l’utilità della loro ricerca (nuove terre, nuovo potere, nuove ricchezze), Michel Paccard non pensava certo a quei miraggi salendo gli interminabili pendii nevosi e glaciali che lo condussero in vetta al Tetto d’Europa. L’importanza dell’inutilità stava facendo prepotente capolino negli uomini predisposti, la cui sensibilità era ampiamente condizionata dalla divisione Uomo-Natura. Separazione che di certo non viveva il compagno di Paccard, il cacciatore di camosci Jacques Balmat: costui, preso dalle necessità quotidiane e immerso nell’innata connessione tra montanaro e montagna, era più attirato dall’utilità della ricompensa che ne avrebbe ricevuto.

Chi sa un po’ di storia dell’alpinismo sa anche che barometri, termometri e anemometri figurarono ancora per alcuni decenni nell’equipaggiamento delle prime esplorazioni alpine, per essere poi definitivamente abbandonati all’inizio della seconda metà del secolo XIX, quando non solo le vette e le pareti venivano salite con il solo scopo di “vincerle” ma pure si cominciava a rinunciare all’aiuto della figura del montanaro come guida: come se fosse diventato ancora più chiaro che conquista e riunione erano una questione di “cittadini” culturalmente segnati dalla divisione illuministica.

Quali rivoluzioni nelle tecniche, negli strumenti e nella sua stessa etica hanno attraversato l’alpinismo?
Non essendo equiparabile al gioco degli scacchi, le cui regole sono fisse e immutabili, il gioco-alpinismo ha visto grandi rivoluzioni. Sono proprio questi cambiamenti l’oggetto dei primi capitoli del mio libro. Se uno guarda l’evoluzione che ha avuto l’originario alpenstock (il bastone buono per ogni terreno, anche quello nevoso) a piccozza da ghiacciaio, poi a piccozza da parete glaciale, quindi ancora ad attrezzo per cascate di ghiaccio e dry-tooling, ha una vaga idea dell’enorme distanza percorsa. E questo è vero anche per tutto il resto dell’attrezzatura. Se indaghiamo sulla storia delle tecniche, partiamo dalla loro assoluta assenza dei primi tempi fino ai sofisticati manuali di tecnica di progressione e assicurazione sui diversi terreni montagnosi. E ogni anno vengono concepiti, disegnati e realizzati nuovi attrezzi, nuove astute proposte per rendere un po’ più sicuro ciò che ci siamo messi in testa di fare. Oggi si fa grande distinzione tra attrezzatura invasiva e attrezzatura soft. La tendenza, nell’élite dell’alpinismo, è attualmente quella di rinunciare all’attrezzatura, non averla con sé per preservare margine d’avventura: a meno che non si parli di conquiste ancora da fare, dove vale tutto. Non credo che il K2 d’inverno, meta di questi anni, possa permettere alcuna rinuncia. Se ci sono corde fisse in loco, le si usano; se ci fosse un efficiente apparecchio che riscalda mani e piedi, non si esiterebbe a fruirne. Ma sulle mete già raggiunte in passato, la tendenza è di ripetere quelle esperienze usando mezzi più limitati. Lo stesso discorso si applica, a maggior ragione, con le tecnologie. Se il Nanga Parbat d’inverno è stato salito con l’uso della tecnologia satellitare più spinta, giorno verrà che qualcuno vi andrà in cima rinunciandovi.

In questa logica si pone il free solo, quel modo di salire una parete slegati, privi di assicurazione e in libera. La rinuncia a quasi tutto, perché rimangono scarpette d’arrampicata e sacchetto della magnesite.

Non bisogna però dimenticare che l’evoluzione dell’alpinismo è passata anche attraverso i periodi storici: guerre, cortina di ferro, Sessantotto, competizione sportiva, con o senza guida, uso di portatori locali o stile alpino si mescolano alla differenza di classi sociali, all’apartheid, al nazionalismo e al socialismo. Anche lo sdoganamento che le prossime Olimpiadi riserveranno all’arrampicata sportiva riguarderà l’alpinismo in modo profondo: gli effetti di quelle gare potremo valutarli solo tra qualche anno.

In che modo i grandi campioni dell’alpinismo, da Preuss a Bonatti, da Messner a Honnold, sono stati e sono portatori di una prospettiva che ha influenzato e condizionato migliaia di appassionati?
Tutti i grandi campioni sportivi hanno influenzato il mondo degli appassionati: e a maggior ragione in alpinismo, dove i campioni sono tendenzialmente considerati eroi, soprattutto da coloro che non praticano la montagna se non per i sentieri e i boschi. In Italia, negli anni Cinquanta, avevamo grande bisogno di qualcuno che ci tirasse fuori da quella sacca di disonore in cui ci sentivamo prigionieri dopo la guerra civile, prima che il boom economico degli anni Sessanta ce la facesse dimenticare un poco. Bonatti e Maestri erano perfetti per questa necessità. Idolatrati, ma anche aggrediti, amati, odiati. Messner ha in seguito totalizzato il Personaggio, la giusta unione di latinità e teutonicità, creativo e realizzatore. Il culmine si ebbe nel 1986 quando terminò la sua personale conquista dei quattordici Ottomila. Da allora molto è cambiato, l’attenzione della stampa e dei media non è più quella: forse si è raggiunta una soglia oltre la quale c’è solo il rigetto. O forse, come nel caso di Renato Casarotto, l’alpinista compie cose che sono talmente oltre il suo tempo da non essere comprese neppure dai suoi colleghi. Oggi c’è più solo il Piolet d’Or che ci indica ogni anno quante meravigliose imprese i ragazzi più giovani hanno compiuto, con quale libertà di espressione, di etica, di creatività. Questi non vanno in televisione, dove invece appaiono i soliti tre o quattro nomi. È giusto? È sbagliato? Non sembra che a loro importi più di tanto, e questo fa ben sperare sull’avvenire dell’alpinismo.

Quale lezione su noi stessi ci offre l’alpinismo?
Successi, insuccessi e consapevolezza dell’inutilità di quanto stiamo facendo sono alla base della vera esperienza alpinistica, mediatizzata o meno. Più un bravo alpinista colleziona imprese (riuscite o meno, l’importante è che siano tentate), più allontana da se stesso la possibilità di raggiungere il suo scopo inconscio, quello di riunirsi alla natura della montagna. Più vette raggiungiamo e più cocente è l’insoddisfazione che ne deriva e che ci spinge a osare ancora di più un’altra volta, a volte già mentre stiamo ancora scendendo al piano. Più si alza il livello del gioco però, oltre a una certa soglia che varia da individuo a individuo, più nasce speranza di un’improvvisa illuminazione, quasi come quella dei santoni tibetani tipo Milarepa. Purtroppo c’è anche un altro modo di terminare il gioco, quello di riunirsi alla montagna passando attraverso la morte, vista inconsciamente come la più valida scorciatoia a un cammino che appariva insostenibilmente infinito. Anche se nessuno coscientemente prende questa possibilità in considerazione, non possiamo ignorarla. È la partita più difficile, quella del rimanere in vita, quella dell’imparare a far scivolare il tuo soffio vitale sul tuo piano inclinato lungo una traiettoria che sia diversa da prima ma che in qualche modo comprenda quella precedente.

Alessandro Gogna, nato a Genova il 29 luglio 1946, vive e lavora a Milano. Opinion maker su turismo e ambiente, storico dell’alpinismo, accademico, guida alpina e alpinista di fama internazionale, ha al suo attivo almeno 250 prime ascensioni nelle Alpi e Appennini. Fondatore e attuale garante di Mountain Wilderness. Da protagonista e divulgatore dell’alpinismo ha pubblicato 61 libri. Oggi si dedica alla redazione del suo GognaBlog, quotidiano online con tematiche relative all’alpinismo, all’outdoor e alla conservazione dell’ambiente.

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