Virgilio: oratore o poeta?, Publio Annio Floro, Stefano RocchiDott. Stefano Rocchi, Lei ha curato l’edizione del libro Virgilio: oratore o poeta? di Publio Annio Floro, edito da De Gruyter: quale fortuna ha avuto nel corso della storia l’opuscolo retorico-scolastico?
In verità, piuttosto poca, almeno per quanto siamo in grado di ricostruire oggi. Alcune apparenti somiglianze nella messa in scena del dialogo con l’Ottavio di Minucio Felice hanno fatto pensare in passato che l’apologeta cristiano conoscesse Floro, ma non vi è nulla che corrobori concretamente queste supposizioni. Più fondata è invece l’ipotesi per la quale Macrobio potrebbe aver tenuto presente il Virgilio: oratore o poeta? per quella parte dei suoi Saturnali in cui i personaggi affrontavano una tematica simile. Sfortunatamente, però, di quella sezione dell’opera, andata pressoché interamente perduta, restano soltanto le poche righe finali in cui i personaggi dei Saturnali concordano che Virgilio era stato “non meno oratore che poeta”. Sicché anche in questo caso è difficile dimostrare una dipendenza di Macrobio da Floro. Certo, l’equilibrato giudizio conservato in Macrobio, che peraltro trova riscontro anche in alcuni passaggi delle Interpretazioni Virgiliane di Tiberio Claudio Donato, mostra se non altro come la questione annunciata dal titolo del dialogo floriano fosse oggetto di interesse e dibattito in epoca tardoantica. Nel mio libro suggerisco invece che San Gerolamo potesse conoscere l’opera, perché utilizza due espressioni o giri di frase precedentemente impiegati soltanto da Floro in tutto il corpus di testi latini pervenuti. Che ciò sia vero o meno, l’opera di Floro dei lettori deve comunque averli avuti, perché senza una qualche circolazione non si spiegherebbe neppure come un manoscritto del dialogo possa aver valicato il crinale dell’Antichità tarda, che è un momento cruciale per la trasmissione dei testi latini in Occidente.

Quali vicende hanno segnato la storia del testo dopo l’età Antica?
Il destino del Vergilius: orator an poeta? rimase appeso ad un filo estremamente sottile nel Medioevo. Nel XII secolo il dialogo venne copiato a Trier nel codice che da solo ce lo tramanda e che è ora conservato a Bruxelles. Pure, non si trattò dell’ultima vicissitudine del testo, perché abbastanza presto il fascicolo che doveva contenere il grosso del dialogo risultava già mancante, tanto che la sezione conservata nel manoscritto si ridusse ad una sola facciata. Eppure una mano non molto più tarda informava nel margine della pagina i confratelli eventualmente interessati al resto dell’opera di possederla ancora per intero in un altro quaderno: ironia della sorte, anche questo quaderno è andato perduto. Nei secoli successivi il dialogo, ridotto oramai ad un frammento, visse una sua umbratile all’interno del manoscritto, che nel frattempo era passato di mano più volte fino ad approdare nella ‘Biblioteca Reale’ di Bruxelles. Qui, nella prima metà del XIX secolo, il testo venne letto e trascritto prima dal francese Corneille-Pierre Bock, cui spetta la “primogenitura” della scoperta, e poi dal tedesco Theodor Oehler, il quale, a partire dalla prima edizione di Friedrich Ritschl (1842), risulta in bibliografia come lo scopritore “ufficiale” del frammento.

Chi era il Floro autore del dialogo?
Il manoscritto del dialogo riporta, insieme con il titolo dell’opera, l’intera formula onomastica dell’autore: Publio Annio Floro. Almeno il terzo elemento è confermato anche nel testo, perché il protagonista e narratore del dialogo dice di chiamarsi Floro. Sempre dal testo apprendiamo che Floro era africano di nascita e che aveva partecipato a Roma ad un’edizione del certame Capitolino nel concorso di poesia latina al tempo di Domiziano. Successivamente aveva viaggiato prima nel Mediterraneo orientale, facendo tappa a Rodi e in Egitto, per poi tornare in Occidente e visitare prima le Gallie e infine la Spagna. Qui esercitò la professione di maestro di scuola per almeno un quinquennnio in una città che, a giudicare dagli indizi forniti dal testo, può essere identificata con Tarragona. Da altre fonti, invece, sappiamo che un poeta di nome Annio Floro, di cui ci sono pervenuti una decina di carmi, era amico e corrispondente in versi e in prosa dell’imperatore Adriano. Questo Annio Floro può essere stato senz’altro anche l’autore del dialogo di cui stiamo parlando. Meno sicura è invece l’identificazione del nostro Floro con l’autore della cosiddetta Epitome – un’opera storiografica dal forte afflato retorico -, perché i due manoscritti più autorevoli che ce la tramandano la attribuiscono rispettivamente a un Giulio Floro e a un Lucio Anneo Floro. Essendo l’intera questione piuttosto complessa e di fatto impossibile da risolvere in via definitiva, nel mio libro ho dato al capitolo ad essa dedicato un titolo in forma di domanda: “L’autore: uno e trino, trino ed uno?”

A quali modelli letterari si ispira il Vergilius: orator an poeta?
L’operetta floriana può essere ascritta al genere letterario del dialogo, fissato in Grecia da Platone ed introdotto a Roma fondamentalmente da Cicerone. La messinscena in un’area sacra ne fa più precisamente un dialogo di ambientazione templare, di cui il primo esempio in assoluto è fornito dal primo libro delle Res Rusticae di M. Terenzio Varrone. Come Cicerone, che nel De oratore si era allontanato dal trattato sistematico, presentando un “manuale alternativo” in veste dialogica, oppure come il più recente autore del cosiddetto Dialogus de oratoribus, che affrontava in un dialogo il tema scolastico della decadenza dell’oratoria, esposto da altri in altra forma, allo stesso modo Floro aveva intenzione di rivestire di forma dialogica un contenuto che probabilmente era già stato sviluppato in modo più sistematico da qualche grammatico in opere di taglio tecnico.

Qual è il contenuto del dialogo?
La parte conservata contiene il preambolo del dialogo vero e proprio, con una messinscena in un’area sacra sistemata a giardino – che ho proposto di identificare con il tempio di Augusto – in quel di Tarragona. Su questo sfondo idillico-sacrale avviene l’incontro tra Floro e un ispanico di rientro in patria dalla capitale che riconosce in Floro il giovane poeta che aveva ascoltato a Roma durante un concorso di poesia latina ai tempi di Domiziano. Al riconoscimento segue la narrazione delle peregrinazioni di Floro in giro per l’impero, di cui abbiamo già detto, e una sorta di panegirico di Tarragona, la città dove Floro ha scelto di risiedere. Appreso che Floro per guadagnarsi da vivere insegna, l’ispanico si mostra sconcertato dal fatto che un giovane così talentuoso eserciti una professione tanto indegna… (come si vede, nulla di nuovo sotto il sole: lo scarso riconoscimento sociale di cui sono vittime gli insegnanti di scuola al giorno d’oggi ha alle spalle un repertorio satirico piuttosto ampio già nell’antichità!). Floro non ci sta e si lancia in un’appassionata difesa della professione dell’insegnante che non ha eguali nella letteratura antica che conosciamo. Purtroppo, il testo si interrompe lasciando in sospeso una lunga frase in cui Floro va precisando i contenuti e i metodi del proprio insegnamento. Se non fosse per il titolo (Virgilio: oratore o poeta?) non avremmo invece idea del tema centrale dell’opera. Nella sezione perduta del dialogo, infatti, ci si interrogava se Virgilio fosse oratore o poeta e, in altre parole, se la lettura delle sue opere fosse più adatta alla formazione del futuro oratore o a quella del futuro poeta. È ragionevole pensare che dopo esser stata dibattuta in discorsi contrapposti la soluzione della questione fosse proposta in termini concilianti, vale a dire che alla fine del dialogo si giungesse all’urbana quanto ragionevole tesi che riconosceva in Virgilio tanto il massimo poeta quanto il sommo oratore, utile pertanto alla formazione sia del poeta che dell’oratore.

Quali elementi caratterizzano la lingua e lo stile del Vergilius: orator an poeta?
A giudicare dalla porzione di testo conservata, la lingua del Vergilius è quella di uno scrittore della prima età imperiale che si è formato in particolare sul canone autoriale tardorepubblicano-augusteo, cioè su Cicerone, Virgilio, Orazio e Ovidio, ma che non è rimasto insensibile alle influenze di scrittori più recenti come Seneca e Lucano. Il suo stile risulta enfatico e a tratti iperbolico, concettoso, con note a volte patetiche e dai forti accenti poetici, ma anche sottilmente ironico. Per ottenere tali effetti, Floro ricorre di volta in volta ad un’ampia strumentazione retorica, che impreziosisce il discorso, dà forza all’espressione e “muove” gli animi dei potenziali lettori, che sono chiamati a riconoscere le allusioni letterarie disseminate nel testo.

Stefano Rocchi è docente e ricercatore presso la Ludwig-Maximilians-Universität (Monaco) e il Corpus Inscriptionum Latinarum (Berlino). In precedenza ha lavorato per i Monumenta Germaniae Historica e il Thesaurus linguae Latinae. Di recente ha pubblicato: con Cecilia Mussini, Imagines antiquitatis. Representations, Concepts, Receptions of the Past in Roman Antiquity and the Early Italian Renaissance, De Gruyter, Berlino / Boston 2017; con C. Mussini e Giovanni Cascio, Storie di libri e tradizioni manoscritte dall’Antichità all’Umanesimo. In memoria di Alessandro Daneloni, Utz Verlag, Monaco 2018. In collaborazione con Roberta Marchionni sta ultimando il volume Oltre Pompei. Graffiti e altre iscrizioni oscene dall’impero Romano d’Occidente

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link