Prof. Marco Biffi, Lei è autore del libro Viaggio nei tempi della lingua italiana edito da Franco Cesati: quando nasce l’italiano? 
Viaggio nei tempi della lingua italiana, Marco BiffiCome cerco di spiegare nel primo capitolo del libro non è facile rispondere a questa domanda che in realtà non ha una risposta secca, come molte domande che riguardano la nostra lingua. La maggior parte degli italiani darà una risposta in base ai ricordi della scuola o dell’università: c’è chi proporrà il Trecento pensando a Dante, chi il Cinquecento pensando a Bembo, chi all’Ottocento pensando a Manzoni o all’Unità d’Italia, chi al Novecento pensando all’influsso dei mezzi di comunicazione di massa. La risposta è in realtà articolata e per darla bisogna pensare alla lingua nelle sue molte sfaccettature: il parlato, lo scritto, la lingua letteraria di registro altro, la lingua della conversazione, solo per fare gli esempi più decisivi. La lingua italiana trova un suo modello di riferimento stabile, condiviso, a seguito di una lunga discussione (di oltre un secolo) che ha percorso tutto il Cinquecento. Volendo indicare una data di riferimento questa è certamente il 1612, la data di pubblicazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca che individuava questo modello nazionale nel fiorentino del Trecento e costituiva anche un potente strumento per diffonderlo. Però questa lingua nazionale era soltanto quella scritta, di registro alto, usata dalle classi colte; la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola continuò a esprimersi attraverso le varietà locali, ormai dialetti; e nell’oralità anche i colti ricorrevano prevalentemente al dialetto (o al francese soprattutto tra Settecento e Ottocento), o tutt’al più a lingue artificiali create per permettere una comunicazione sovraregionale. È soltanto con l’Unità d’Italia che la lingua diventa un fatto sociale, e che una lingua unitaria per la nazione diventa una necessità. Ma nonostante le politiche linguistiche tentate dallo Stato italiano il processo di unificazione nazionale può dirsi concluso soltanto verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso.

Perché l’italiano ha faticato non poco a imporsi come lingua nazionale?
La penisola italiana, centro irradiatore del dominio di Roma e della diffusione del latino, rispetto ad altre aree della Romania (vale a dire quella parte d’Europa che ha visto nascere lingue derivate dal latino: penisola iberica, Francia, Italia e Romania) è caratterizzata da una grande varietà linguistica. Dal latino sono derivati numerosi volgari (così chiamati dai linguisti, e corrispondenti agli attuali dialetti). E questi volgari sono stati estremamente vitali fino a tutto il Trecento, a fronte di una situazione politica non favorevole alla formazione di uno stato nazionale. Le lingue nazionali si rafforzano intorno a un’unità politica e fino a tutto il Trecento nel centro e nel nord d’Italia gli stati erano per lo più municipali. Quando nel Quattrocento si svilupperanno stati regionali ci saranno processi di formazione di lingue regionali, ma poi la Storia fece virare il processo nella direzione di una lingua di riferimento nazionale, con forti convergenze sul fiorentino.

Il fiorentino non solo era la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, ma era anche strutturalmente più vicina al latino e già dal Trecento era stata eletta spontaneamente dagli scrittori come modello per le loro opere. È un fatto degno di nota, che forse ha rallentato il processo di unificazione, ma che lo ha reso forte e condiviso: la lingua nazionale in Italia non è mai stata imposta e l’adesione al modello fiorentino, con qualche opposizione molto limitata, è stata del tutto spontanea. L’unità linguistica italiana si è realizzata prima intorno a una patria delle lettere ed era pertanto parziale.
Non è un caso che la brusca accelerazione verso un processo di unificazione linguistica nazionale si sia avuto con l’unità politica. Ma ci sono voluti comunque più di cento anni, perché il basso grado di alfabetizzazione, che ha precluso a molti la possibilità di accedere al modello linguistico nazionale, ha determinato un rallentamento notevole. Poi, finalmente, tutti sono stati raggiunti dall’italiano della radio e della televisione, soprattutto quando, grazie al boom economico, questa lingua è entrata davvero nelle case di ogni italiano a prescindere dallo strato sociale e dal livello di istruzione.

Come si è articolato il rapporto tra il latino e i vari volgari presenti nella penisola?
C’è stato un lungo periodo, dalla caduta dell’Impero romano (convenzionalmente il 476 d. C.) fino al 960, in cui è difficile distinguere tra latino e volgare. Gli scarsi documenti giunti fino a noi sono scritti in una lingua spesso inafferrabile: non ci capisce se è volgare con forti tratti latineggianti, o latino volgarizzato. A un certo punto il latino è stato sentito come un codice linguistico diverso dalla lingua usata tutti i giorni: ma non è facile stabilire quando questo sia avvenuto. Sicuramente era avvenuto nel 960, perché in questa data è stato scritto un documento che non lascia dubbi: il Placito campano, un atto notarile in cui il notaio usa entrambi i codici linguistici, il latino per la parte più prettamente notarile dell’atto, il volgare per le testimonianze rilasciate. Il documento, oltre all’appartenenza di certe terre al Monastero di Montecassino, testimonia anche che la grande massa della popolazione è in grado di usare solo il volgare (uno dei molti volgari della penisola: quello del Placito è di tipo meridionale), mentre solo la componente dotta usa il latino in certi contesti (e quindi anche nella scrittura) e il volgare nella vita quotidiana. Il latino sarà comunque sempre un “padre” costante per i volgari italiani e poi per la lingua nazionale: da esso si trarranno sempre nuovi vocaboli ogni qualvolta si cercherà di esprimersi in una lingua capace di superare i confini locali, e, quando ormai si sarà affermato l’italiano scritto, il latino continuerà ad arricchirne il lessico fino ai nostri giorni.

Qual è lo stato di salute della nostra lingua?
La nostra lingua sta bene. Quanto meno non è mai stata bene come negli ultimi trent’anni, perché è diventata finalmente una lingua viva e vitale a tutti gli effetti. Viene usata da tutti gli italiani, che la rinnovano, ne adeguano strutture e lessico ai movimenti della società. Oggi ogni italiano istruito è in grado di esprimersi nella nostra lingua in ogni contesto e, se lo desidera, muoversi anche nell’ambito delle varietà regionali e dei dialetti. Non bisogna però dimenticare di amare e curare la nostra lingua, non bisogna darla per scontata. Per questo occorre leggere, scrivere, consultare continuamente dizionari e grammatiche, capire fino in fondo che la lingua non è monolitica e ha mille sfaccettature, e che conoscerne le regole, in fondo, è il vero modo per essere liberi.

In un mondo sempre più anglofono, quale futuro per la lingua di Dante?
La pressione dell’inglese sulla nostra lingua preoccupa molti, e non è una cosa da sottovalutare. Purtroppo i primi a sottovalutarla sono proprio quelli che dovrebbero massimamente salvaguardarla: le istituzioni e il mondo scientifico. Una lingua è completa se è in grado di rappresentare per intero la società che la usa. Non si deve smettere di usarla, in nessun contesto, perché questo provoca un processo di erosione che alla fine ne mina dall’interno la solidità. Tutti sono spaventati dal grande numero di anglismi che entrano nell’italiano, ma il vero pericolo non è questo; il vero pericolo è che l’italiano scompaia dalle leggi, dagli atti ufficiali, dagli studi scientifici (di ogni scienza). Questo è il terreno della vera battaglia culturale dei prossimi anni. Perché le lingue servono sì per comunicare, ma prima di tutto servono per pensare. Il pensiero deve poter contare su una ricchezza espressiva, che spazia nei vari campi del sapere, e che non deve essere omologato o appiattito su un’unica lingua. Perché pensare in più lingue moltiplica le potenzialità del sapere umano. Poi si imparino certamente lingue veicolari: oggi è l’inglese, domani chi sa. Ma le lingue materne vanno comunque salvaguardate e arricchite, mantenute vitali, in una società multilingue popolata da persone plurilingui.

Nell’introduzione scrive che il suo libro è stato scritto per gli studenti: è quindi un manuale?
Direi che gli studenti che hanno affollato i miei corsi negli ultimi dieci anni, con le loro perplessità, le loro domande (più spesso implicite che esplicite), mi hanno certamente dato delle indicazioni su come impostarlo. Ma non è un libro che ho scritto solo per gli studenti, e certamente non può essere definito un manuale. Di ottimi manuali ormai ne esistono numerosi, ma forse quello che manca oggi è una storia della lingua di alta divulgazione accessibile a chiunque. Perché in fondo qual è veramente la storia della nostra lingua non è poi così chiaro alla maggioranza degli italiani. Nelle scuole superiori se ne parla poco e in prospettiva letterario-centrica, senza un quadro d’insieme. Lo si capisce proprio dagli studenti che si presentano ai corsi universitari (di ambito umanistico), che arrivano con idee molto parziali e spesso sbagliate; e che in fondo saranno poi gli unici che, nell’ambito della formazione, davvero avranno accesso a questo quadro d’insieme.

Quali sono le cose che secondo Lei sono piaciute di più?
Mi pare di capire che la cosa più gradita sia stata la “rubrica” Una parola a secolo, brevi schede che percorrono tutto il libro presentando, appunto, una parola ritenuta rappresentativa di ciascun secolo della storia della nostra lingua: parte, filio de la puta, timone, possanza, brigata, certame, stampa, cannocchiale, lume, Risorgimento, neutrino, post (precedute da guazzabuglio a mo’ di introduzione). E poi le linee del tempo, mappe cronologiche che tappezzano il libro fornendo sempre una precisa idea di dove la macchina del tempo ci ha trascinato.

Marco Biffi è Professore associato di Linguistica italiana e Presidente del Corso di Studio in Lettere presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze