“Vera Amicitia. Classical Notions of Friendship in Renaissance Thought and Culture” a cura di Patrizia Piredda e Matthias Roick

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Dott.ssa Patrizia Piredda e dott. Matthias Roick, avete curato assieme l’edizione del libro Vera Amicitia. Classical Notions of Friendship in Renaissance Thought and Culture pubblicato da Peter Lang: quale concezione dell’amicizia era diffusa nel Rinascimento?
Vera Amicitia. Classical Notions of Friendship in Renaissance Thought and Culture, Patrizia Piredda, Matthias RoickIl Rinascimento è stato un periodo ricco di scoperte, cambiamenti, guerre, ed è stato quindi cruciale per lo sviluppo della nozione di amicizia, poiché il consolidamento delle pratiche sociali e culturali si è arricchito la tradizione antica e medievale della nozione con nuovi significati, molti dei quali sono validi ancora oggi. Vorremmo precisare che parliamo di nozione di amicizia e non di concetto perché, come tutte le nozioni, include una vasta gamma di differenti significati, alcuni dei quali rimasti stabili nei secoli, mentre altri sono cambiati, sono scomparsi o sono emersi di volta in volta. Per noi è stato interessante vedere come si sviluppasse nel Rinascimento una nozione di amicizia moderna a partire dall’uso che si faceva degli autori classici, nozione tuttavia anche molto diversa dalla nostra. La maggior parte dei documenti che abbiamo a nostra disposizione per tracciare e studiare le ramificazioni di questa nozione sono trattati, lettere, poesie, traduzioni dei classici con commenti, specula principis e opere letterarie. L’amicizia non era solo un fenomeno esclusivo dei circoli umanisti maschili; tuttavia quasi nessuna traccia è sopravvissuta di amicizie tra gente comune e pochissime testimonianze abbiamo di amicizia tra donne. Come oggi, è possibile identificare in generale due concezioni di amicizia: la prima è di natura utilitaristica o egoistica, dove si è amici di qualcuno per ottenere qualche vantaggio pratico; il secondo è di natura etica o altruistica, nel senso che la relazione tra due amici si basa essenzialmente sull’affetto e l’amore. Ma è anche interessante vedere come queste due concezioni si intrecciassero nel Rinascimento e come i confini che separavano pubblico e privato, altruismo e necessità non sempre erano definiti.

Quali valori accompagnavano la concezione rinascimentale di amicizia?
La vera amicizia era contrassegnata essenzialmente dalla virtù intesa in senso greco, ovvero da equilibrio e armonia. In questo senso, l’amicizia implicava l’uguaglianza tra amici e la sincerità, poiché gli amici si mostrano per quel che sono; infine la bontà, poiché l’amicizia virtuosa è finalizzata al bene. Pertanto, la virtù non implicava solo l’intenzione di agire bene nei confronti degli amici, ma soprattutto la reale attuazione pratica di tale intenzione attraverso l’amore per l’amico, il quale includeva l’aiuto, l’ascolto, la sincerità nel parlare e la condivisione di pensieri e piaceri. La definizione di questi valori nella concezione dell’amicizia, soprattutto tra i filosofi greci, è fondamentale nel Rinascimento, quando il sistema socio-politico delle corti favorisce l’ascesa di sovrani che detengono il potere assoluto, attorno ai quali gravitano schiere di consiglieri e cortigiani che spesso non sono altro che adulatori senza scrupoli. La riflessione sull’etica e sulla virtù dell’amicizia diventa così uno strumento prezioso per gli umanisti, che cercano di capire la natura e le forme della falsa amicizia (l’adulazione) per evitarne i pericoli. Allo stesso tempo, questa riflessione garantiva all’individuo esposto ai rovesci della vita cortigiana un sicuro porto in tempi di tempesta offrendo un’immagine chiara di quando benefiche fossero le virtù della vera amicizia all’interno di una società contrassegnata dall’incertezza.

A quali teorie sull’amicizia nella filosofia antica si ispiravano gli autori rinascimentali?
Possiamo individuare due filoni di ispirazione: quello greco e quello romano. Nel primo caso, è sicuramente considerata l’Etica Nicomachea di Aristotele, dove si determinano tre tipi di amicizia, la prima governata dall’utilità, la seconda dal piacere e la terza dal bene. Aristotele riteneva solo quest’ultima virtuosa in quanto è giusta, perfetta e caratterizzata dalla verità. Quest’ultima considerazione ci conduce a un altro importantissimo filosofo greco, Platone, per il quale la vera amicizia infatti doveva essere caratterizzata dalla aletheia, ossia il dire la verità. L’amicizia era connessa, quindi, con l’atto del parlare sincero (attività razionale per antonomasia) il quale si contrapponeva al parlare dissimulatamente. Dal punto di vista etico, questa era una distinzione fondamentale per Platone perché chi fa dichiarazioni false ostacola la conoscenza e diffonde false opinioni, facendo decadere l’amicizia a un legame tra adulatore e adulato, ovvero quel tiranno che poi, nel Rinascimento, sarà spesso il principe. Con l’adulazione incontriamo un altro importante pensatore, Plutarco, che in Come distinguere l’adulatore dall’amico offriva una chiara distinzione tra il buon amico e l’adulatore. Il filone romano invece si trova soprattutto nel De amicitia di Cicerone, un piccolo libro di ispirazione stoica che discute il ruolo dell’amicizia nella società clientelare della Roma antica. In questo libro, all’amicizia è dato il significato di solidarietà e di uguaglianza tra gli uomini liberi all’interno della comunità (civitas), la quale era alla base della politica romana. Bisogna tener conto, tuttavia, che nel contesto storico di Cicerone l’amicizia era motivata anche da fini utilitaristici, per cui la dissimulazione e l’”ipocrisia” erano elementi accettati soprattutto se il rapporto di amicizia era coltivato sul base di ambizione politica.

Quale concezione dell’amicizia è possibile rinvenire nelle opere di Montaigne e Tommaso Moro?
In entrambi i casi si tratta di una concezione molto complessa e ramificata che lega i fili dell’etica della politica, spaziando dalla sfera privata a quella pubblica. Generalmente, sia Montaigne che More concepiscono l’amicizia in termini molto simili a quelli della philia greca, ossia un rapporto fondato sulla sincerità, le buone intenzioni e la fiducia, la quale attiva il percorso virtuoso della conoscenza di se stessi attraverso il continuo confronto con l’amico. All’opposto di questo rapporto si pone la falsa amicizia, ossia quella fondata sull’inganno, le cattive intenzioni e l’adulazione (la quale è il contrario del parlare sincero, la parrhēsia greca). Entrambi gli autori, quindi, derivano la propria concezione dalla riflessione dei pensatori greci, Aristotele anzitutto, e poi Platone, Epicuro e Plutarco.

Nei Saggi, Montaigne sostiene che la parola abbia un ruolo fondamentale nel rapporto di amicizia che infatti presenta due diverse declinazioni, la prima caratterizzata dall’armonia e dall’unanimità degli amici, la seconda invece sullo scambio di opinioni diverse che innescano la discussione critica. Queste due declinazioni sono tuttavia solo apparentemente opposte perché il fatto che in entrambi i casi gli amici agiscono con franchezza permette all’amicizia di produrre il bene e la felicità. La vera amicizia non prescinde quindi dalla libertà di parola e di conseguenza, come avviene nella philia per Aristotele, Platone ed Epicuro, non può esistere amicizia se non tra pari. Nella società francese di Montagne, come in quella inglese di More, entrambe fortemente gerarchizzate, ciò implica che l’uguaglianza sia un ulteriore valore fondamentale per la definizione dell’amicizia.

Per quanto riguarda More, la riflessione sull’amicizia include anche la contrapposizione tra la philia greca e l’amicitia latina, in particolare teorizzata da Cicerone. Inoltre More distingue tra amicizia pubblica e privata: quella pubblica è la falsa amicizia che esiste tra il principe, i suoi consiglieri e gli altri governanti, fondata sull’adulazione, sulla corruzione e sulla simulazione che inevitabilmente causano la rovina della res publica (una riflessione molto attuale). L’amicizia privata è invece fondata sull’intimo rapporto di sincerità, lealtà e amore tra due persone. In realtà, More ritiene possibile che anche nella sfera pubblica possa nascere un’amicizia virtuosa tra il principe, purché virtuoso, e i consiglieri. Tuttavia, la condizione necessaria affinché ciò accada è che il cortigiano, pur non essendo pari del principe, condivida con questo la libertà di parola, che, in termini politici, possiamo declinare come il diritto di dire la verità. L’amicizia per More è il sincero rapporto-confronto con l’altro che garantisce la possibilità di sviluppo e di conoscenza di sé. Una buona società è possibile solo se tra i suoi membri vige una relazione di amicizia rispettosa, fiduciosa, e libera.

Qual era la visione dell’amicizia nel contesto della sfera pubblica e nella politica del XVI e XVII secolo?
Nel Rinascimento la riflessione sull’amicizia includeva sia la sfera privata delle relazioni intime tra due persone che quella pubblica. Questa, a sua volta, riguardava le società e i cenacoli, come la Fruchtbringende Gesellschaft in Germania, la Compagnia degli Amici di Venezia, o gli Orti Oricellari a Firenze, sia gli stati tanto sul piano internazionale (l’amicizia garantiva la pace) che su quello locale e nazionale. Per quanto riguarda l’amicizia in questi contesti e nella corte, si può dire che essa fosse soprattutto un sistema complesso di alleanze politiche e personali. Oggi consideriamo questo sistema negativamente perché i suoi aspetti di nepotismo, corruzione e clientelismo contraddicono le premesse e i principi su cui si fonda la nostra idea contemporanea di società, nella quale i gruppi e l’individuo coesistono in uno stato di equilibrio democratico. Bisogna considerare anche che nel Rinascimento la trattatistica si afferma come un genere diffuso negli ambienti intellettuali cortigiani. Molti degli autori che abbiamo considerato nel libro prendono spunto dai costumi e osservano le usanze quotidiane del loro ambiente e, ispirandosi alle filosofie antiche, intraprendono una sottile critica dei vizi dell’amicizia cortigiana e al contempo propongono dei modelli alternativi virtuosi, per comportarsi nella sfera pubblica e per coltivare vere amicizie ed evitare falsi amici. Questo fenomeno non emerge soltanto dai testi ma si riscontra anche negli emblemi, in cui l’amicizia viene elaborata attraverso simboli e allegorie talvolta molto complesse e stratificate.

Che ruolo svolse l’amicizia nella vita di Machiavelli?
Anche nel caso di Machiavelli possiamo vedere diversi significati di amicizia, in base ai diversi contesti in cui è usata la nozione. Nei suoi scritti politici, soprattutto nelle enfatiche narrazioni repubblicane, Machiavelli distingue nettamente il contesto del piacere e dell’otium caratterizzato dalle amicizie private legate al divertimento, da quello delle questioni serie e del negotium, caratterizzato dai legami di amicizia e cameratismo militare, dal clientelismo e dalla faziosità tipica del governo principesco (e potenzialmente tirannico). Tuttavia, nelle sue lettere questa netta distinzione tra otium e negotium svanisce. Per Machiavelli, l’amico Francesco Vettori è allo stesso tempo il suo principale contatto con i Medici, cosicché l’utilità si mescola con il piacere. Nelle lettere Machiavelli parla della sua vita, delle sue conversazioni e dei suoi amori, svelando una ricca rete di contatti e legami personali, sempre oscillanti tra diverse forme di amicizia pubblica e privata. Una particolarità interessante che scaturisce dall’analisi delle lettere riguarda il fatto che Machiavelli usava anche la nozione di amicizia per descrivere la sua relazione con una donna, la cortigiana Lucrezia soprannominata La Riccia. Questa è un elemento interessante perché, come abbiamo detto, all’epoca i testi sull’amicizia concernevano per lo più il legame tra gli uomini.

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