“Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo” di Claudio Ferlan

Prof. Claudio Ferlan, Lei è autore del libro Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo edito dal Mulino: quale significato assumono il digiuno e l’astinenza nella religione cristiana?
Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo, Claudio FerlanUn significato che cambia nel tempo, come quasi sempre accade per idee, comportamenti, sentimenti solo apparentemente immutabili. Mi prendo la libertà di mettere ordine tra le definizioni. Digiuno è l’astensione da ogni cibo per un periodo determinato (per esempio un pasto al dì per le sei settimane della quaresima); astinenza invece chiede l’eliminazione dalla dieta, per quanto tempo poco conta, di alimenti specifici e di norma golosi o sostanziosi (niente carne al venerdì, oppure niente carne e basta). Nella loro storia di lungo periodo, segnata come anticipato dai cambiamenti sovente anche radicali, digiuno e astinenza contribuiscono a descrivere dimensioni e ritmo del processo storico attraverso il quale le società cristiane soprattutto dell’Europa occidentale sono mutate, come del resto lo sono anche pratiche alimentari per secoli percepite e trattate come identitarie. Parliamo dunque della possibilità di riconoscersi in una comunità religiosa anche attraverso quello che mettiamo nel piatto o nel bicchiere. Le restrizioni della tavola nascono certo come forme di penitenza, ma assumono nei secoli pure altri significati; quello identitario ebbe particolare rilievo all’epoca della Riforma luterana, quando per luterani, calvinisti, zwingliani mangiare alimenti proibiti di venerdì poteva segnare e segnava il distacco da e il disprezzo per antiche norme comportamentali.

Non sottovalutiamo poi le ricadute gastronomiche della privazione, le possibilità aperte alla fantasia di chi cucinava dalla riduzione degli ingredienti, pensiamo alle prelibatezze della cucina di pesce o ai dolciumi nati nei monasteri. E non scordiamo, infine, l’imposizione di digiuni e astinenze a scopo punitivo, sanciti per esempio da parte di uno zelante confessore nei confronti di una peccatrice o di un peccatore: una forma di controllo come tante, ma più efficace di altre.

Come si sono evolute le norme canoniche in tema di digiuno e astinenza?
Abbiamo già fatto menzione dell’età della Riforma: nel XVI secolo in alcune città si pagava qualcuno perché nei giorni considerati di magro dal calendario cattolico girasse tra i vicoli e annusasse alla ricerca di sentori di carne. Violare le regole alimentari era un grave segno di protestantesimo e i trasgressori potevano essere puniti addirittura con la morte e di condanne capitali ce ne furono davvero. Oggi sembra impossibile solo pensarlo. Prima della Riforma, grosse modifiche si erano notate in seno ai monasteri e ai conventi, dove iniziali restrizioni molto rigide si erano attenuate nel corso del tempo, stabilendo che il pesce non è carne, per dirne una.

A spaventare le gerarchie ecclesiastiche medievali fu anche il fenomeno definito della “santa anoressia”, quello di giovani donne pie e devote come Caterina da Siena (+ 1380) e altre come lei che cercavano la perfezione cristiana nel radicale rifiuto di alimentarsi. Furono questi comportamenti che provocarono sospetto di eresia, timore di inganni, ma soprattutto troppe vittime. Si sentì allora la necessità di specificare il vero senso del digiuno e dell’astinenza che non risiede nell’annientamento di sé ma nella rinuncia equilibrata.

L’evoluzione riguarda anche i luoghi. Quando i primi missionari arrivarono nel cosiddetto Nuovo Mondo si resero subito conto (non tutti, ma la maggioranza sì) di non potere e dovere pretendere dai neo-convertiti la stessa attenzione ai comportamenti alimentari che si esigeva nel Vecchio Mondo. Troppa severità avrebbe rischiato di allontanare potenziali fedeli. La storia del digiuno e dell’astinenza è anche, forse soprattutto, una storia di dispense. Non solo quelle per gli indigeni, ma anche quelle per minorenni, anziani, donne in gravidanza e allattamento, lavoratori di fatica, poveri, ammalati e molti, molti altri. Sotto questo aspetto, il cambiamento è notevole e costante, e possiamo affermare segua una linea favorevole all’inclusione di sempre più persone tra i beneficiari di dispensa.

Quando nasce il divieto di consumare carne il venerdì, che dà titolo al libro?
Le prime comunità cristiane digiunavano, i documenti su questo sono piuttosto chiari. Lo facevano prendendo spunto dall’esempio fornito da Gesù nel deserto. Lo facevano per penitenza e per senso di appartenenza, come già detto. Pur nella complessità di costumi differenti, possiamo trovare una certa comunanza nella scelta di due giorni deputati al digiuno: il mercoledì (Giuda tradisce Gesù) e il venerdì (la passione di Gesù). Con il passare del tempo le norme ecclesiastiche si definirono meglio e comparve l’astinenza dalla carne, talvolta quella da ogni prodotto di origine animale. Perché la carne? Perché è elemento nutriente per eccellenza, perché si pensava contribuisse ad accendere gli appetiti sessuali, ma anche perché non era facile per i cristiani prendere del tutto le distanze dalle regole ebraiche su cibo puro e impuro così come non era facile accettare che per mangiare carne bisogna uccidere. Si tratta di un intoppo psicologico/ideologico/morale presente per esempio già nella cultura greca, nella quale si registrò la diffusione di pratiche e filosofie vegetariane come quella pitagorica.

A contribuire alla condanna parziale della carne furono anche i “padri del deserto”, eremiti protagonisti della vita cristiana dei primi secoli, decisi a rinunciare a ogni comodità per ritirarsi in luoghi isolati e nutrirsi di quanto l’ambiente ostile o i devoti in visita offrivano loro. Le loro storie di vita ebbero un certo successo letterario, i manoscritti che raccontavano mitizzandole le biografie degli asceti furono una lettura diffusa nelle comunità cristiane e certo ispirarono qualche scelte sobria e vegetariana.

Non abbiamo insomma una data precisa a segnare il principio dello stigma nei confronti della carne, ma un processo storico tuttora in corso che parte immediatamente dopo la vita di Gesù e continua nel tempo.

Come si è articolato il dibattito su quali cibi fossero consentiti o meno?
Cominciamo dal pesce, se lo merita visto il titolo del libro, comprendendo nella categoria tutti gli animali marini, mi sia consentita l’ardita classificazione. Perché escluderlo dai divieti alimentari legati alla necessità di fare penitenza? Una giustificazione teologica complessa, e non certo a sorpresa derisa dai protestanti, procedeva come segue: il serpente aveva subito da Dio la condanna a mordere la terra e a contaminarla con la propria impurità, i peccati degli uomini sulla terra impura erano stati lavati via dal diluvio e l’acqua, via di salvezza per Noè e la sua arca era pure un elemento portatore di santità, in virtù del suo ruolo fondamentale per il sacramento del battesimo. Ergo, mangiare cose d’acqua andava bene. Ecco un caso di dibattito che ai nostri occhi appare piuttosto forzato. Non è certo l’unico.

Furono anche piante, semi, frutti, foglie a solleticare la curiosità e la brama di puntiglio di teologi e canonisti. Dotte disquisizioni sorsero attorno all’anguria, che costituita in gran parte d’acqua può essere forse considerata bevanda? Per non dire del cioccolato, che spinse anche alcuni cardinali a prendere posizione: bere una bella tazza di cacao in quaresima si può oppure no? Risposte variegate e sempre circostanziate si sprecarono, senza riuscire a trovare un accordo. Il caso del cioccolato mi consente di accennare anche a una delle curiosità rilevanti per la storia: l’invenzione. Vi fu qualcuno che si prese la briga di creare dal nulla una presunta licenza scritta da papa Pio V (+ 1562) per liberalizzare il consumo del cioccolato in tempo di magro. Pio V non se ne occupò mai, ma qualche anonimo goloso provò a metterlo in mezzo, anche con un certo successo, nonostante le smentite. Già, si tratta proprio di una fake news. Perché tanta difficoltà a definire il cacao? Perché era un alimento nuovo, sconosciuto e comparso sulle tavole cattoliche a partire dal XVI secolo. Lo stesso può dirsi per l’iguana, oggetto di dibattito sulla sua identità: in quanto animale anfibio è carne o pesce? Né carne, né pesce potremmo rispondere… ma la risposta non accontentò teologi come José de Acosta (+1600), impegnati in dotte disquisizioni utili a definire che l’iguana è animale prevalentemente acquatico e ad aprire al malcapitato le mense quaresimali.

Perché questi dibattiti? Ansia di controllo e classificazione? La volontà di disciplinare il comportamento dei fedeli da parte delle gerarchie cattoliche accompagna la storia della Chiesa, anche quando ci si mette a tavola.

Cosa stabilisce la Chiesa contemporanea in materia di digiuno e astinenza?
Dà prova di capacità di adattamento molto più che in altri campi della vita sociale del Terzo millennio. Esistono delle norme stabilite dal codice di diritto canonico, secondo le quali tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza in determinati tempi dell’anno e con il rispetto delle diversità fisiche. L’attenzione dottrinale si è spostata però dalla tavola ad altri ambiti del quotidiano: i messaggi quaresimali del papa e dei vescovi ormai solo molto di rado fanno cenno alle bistecche o a regimi di pane e acqua. Trionfa il discorso figurato: papa Francesco per il 2021 ha chiesto ai fedeli di liberarsi dagli ingombri, facendo gli esempi di “saturazione di informazioni – vere o false – e prodotti di consumo”. Vi sono stati inviti all’austerità digitale, al prendersi una pausa da smartphone e app per dedicarsi alla riflessione su se stessi e sul proprio posto nel mondo. Negli Stati Uniti si è acceso un dibattito sulle responsabilità della Chiesa di fronte alle persone obese e sovrappeso, in conseguenza anche al proliferare di alcuni gruppi estremisti che soprattutto nella seconda metà del secolo scorso avevano iniziato a diffondere messaggi secondo i quali le persone grasse non avrebbero trovato posto in paradiso. Insomma, mi sento di poter concludere affermando che oggi il digiuno e l’astinenza cattolici e cristiani non sono più una questione legata esclusivamente al cibo e alle bevande.

Claudio Ferlan è ricercatore in storia del cristianesimo presso l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler (Trento). Studia la cultura missionaria tra Europa e Americhe, con particolare attenzione ai costumi alimentari. I suoi libri più recenti, editi da il Mulino, sono Venerdì pesce (2021) e Sbornie sacre, sbornie profane (2018). Ha un blog https://claudiofoodhistory.wordpress.com/, una pagina Facebook @claudioferlanstorico, un account Twitter @claudioferlan.

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