“Varrone, unus scilicet antiquorum hominum. Senso del passato e pratica antiquaria” di Irene Leonardis

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Dott.ssa Irene Leonardis, Lei è autrice del libro Varrone, unus scilicet antiquorum hominum. Senso del passato e pratica antiquaria edito da Edipuglia: quale importanza riveste, nella storia della letteratura latina, Marco Terenzio Varrone Reatino?
Varrone, unus scilicet antiquorum hominum. Senso del passato e pratica antiquaria, Irene LeonardisMarco Terenzio Varrone, detto il Reatino per la sua probabile provenienza e per distinguerlo dall’omonimo poeta Varrone Atacino, ha occupato per lungo tempo uno spazio alquanto ristretto nei manuali di letteratura latina. Ancora oggi nei programmi scolastici viene di norma presentato cursoriamente insieme agli altri eruditi della sua generazione, dediti a studi filologico-antiquari. Su questa etichetta molto hanno inciso non solo il particolare interesse per il passato e l’atteggiamento “passatista” riscontrabile in numerose sue opere ma soprattutto l’apporto fondamentale di Varrone in quanto sistematore e riordinatore del sapere romano, sia nel campo della lingua latina sia nel campo della religione e della cultura tradizionale.

Per molti secoli, infatti, il suo nome fu associato dai grammatici antichi e tardo-antichi all’idea di un’autorità linguistica pressoché assoluta in campo lessicale, morfologico e sintattico, mentre molte sue opere furono consultate e, per così dire, consumate dall’apologetica cristiana che trovava in lui il massimo esperto della cultura e della religione pagana e quindi un perfetto bersaglio polemico.

A causa di questo particolare filtro con cui conosciamo gran parte della sua produzione, l’importanza di Varrone è stata misurata e riconosciuta più nel campo culturale che in quello della critica letteraria in senso proprio, al punto che a scuola una delle sue opere stilisticamente più importanti –seppur nota solo per frammenti-, ovvero le Satire Menippee, viene menzionata spesso unicamente in rapporto all’Apokolokyntosis di Seneca e al Satyricon di Petronio.

Inoltre, l’infausta sorte toccata alla maggior parte degli scritti varroniani, conosciuti solo per citazioni altrui, ha fortemente limitato una valutazione precisa del valore e dell’influenza della sua opera all’interno della letteratura latina.

Cosa ci è giunto della vastissima opera di Varrone?
Autore prolifico in prosa e in versi, scrisse un numero spropositato di libri tanto che San Gerolamo, in una lettera in cui parla dell’immensa cultura del Reatino, inizia a elencarne i titoli per poi interrompersi ritenendo la lista troppo lunga.

Come accennato, di questa produzione sterminata purtroppo è rimasto molto poco: per lo più brevi frammenti consistenti in poche parole o versi, il cui contenuto e contesto in molti casi sono di ardua decifrazione. La loro originalità emerge, tuttavia, già dai titoli innovativi e accattivanti e gli studi storico-filologici dell’ultimo secolo hanno messo in risalto e tentato di ricostruire le linee generali e il contenuto specifico di molte opere giunte solo per tradizione indiretta. Oltre alle già menzionate satire ispirate al cinico Menippo e composte in un misto di prosa e versi che dovevano toccare i più svariati argomenti e motivi (filosofia, religione, morale, politica, mitologia, tradizioni, etc.), vorrei ricordare due scritti storico-genealogici, dedicati al popolo romano, che furono di grande impatto sulla cronologia tradizionale di Roma: il De gente populi Romani e il De vita populi Romani. La sua opera più famosa specificamente “antiquaria” erano, invece, le monumentali Antiquitates rerum humanarum et divinarum in 41 libri. Altre opere perdute ma rimaste celebri sono i Logistorici (verosimilmente un mix di filosofia e storia, dove si illustravano argomenti morali attraverso l’esempio emblematico di figure storiche o mitiche) e le Disciplinae, un’opera enciclopedica che influenzò l’organizzazione medievale delle arti liberali in trivium e quadrivium e che per la prima volta inseriva medicina e architettura fra le discipline degne di un uomo libero.

Le uniche due opere giunte per tradizione diretta sono il trattato Sulla lingua latina (De lingua Latina) e il dialogo Sulle cose di campagna (Rerum rusticarum libri), il primo purtroppo solo in forma parziale (sei libri dei venticinque totali). Per nulla apprezzate a livello stilistico (è celebre il giudizio del filologo tedesco Eduard Norden secondo cui la maggior autorità sulla lingua latina scrisse la peggior prosa latina), queste opere non hanno spesso contribuito a un maggior apprezzamento dell’autore. Esse possono, infatti, dare l’impressione di una scrittura frettolosa e stilisticamente poco curata che si potrebbe spiegare tenendo conto dell’immensa produzione varroniana. Tuttavia, i contenuti e l’impostazione teorica di questi scritti sono particolarmente originali e capaci di aprire una finestra nuova sul sistema di pensiero romano.

Ad esempio, il dialogo sulle res rusticae, risalente alla vecchiaia dell’autore, suscita ancora interesse fra la critica per le importanti connessioni culturali e politiche con il De agri coltura di Catone e per l’influenza sulle Georgiche di Virgilio. Inoltre quest’opera si rivela una miniera di nozioni e notizie non solo sul pensiero di Varrone, ma anche sulla vita intellettuale di tarda repubblica. Parimenti il precedente lavoro sulla lingua latina (tra il 47 e il 45 a.C.) già nei tempi antichi si è dimostrato -con la sua preziosa sezione etimologica- uno dei testi cardine della cultura tardo-repubblicana tanto che, pochi decenni dopo, Vitruvio lo metteva sullo stesso piano del De rerum natura di Lucrezio e del De oratore di Cicerone.

In quale contesto storico matura la ‘cosiddetta’ antiquaria varroniana e quali caratteri presenta?
Di antiquari a Roma ce n’erano stati già prima di Varrone, come ad esempio il suo maestro Elio Stilone Preconino. Suoi contemporanei erano Tito Pomponio Attico, celebre amico di Cicerone, e Cornelio Nepote, entrambi interessati in particolare a questioni di cronologia. Il fenomeno storico che portò alla formazione di una categoria di esperti dell’antico (periti antiquitatis) è stato illustrato negli studi della storica francese Claudia Moatti. L’erudizione e la ri-organizzazione razionale di tutto il sapere (storico, tradizionale, giuridico, religioso, etc.) che si ebbero tra II sec. e I sec. a.C. dipesero dalla cosiddetta crisi della tradizione romana: molte usanze cittadine, riti religiosi, pratiche giuridiche e racconti storico-mitici cominciarono ad essere dimenticati o comunque il loro significato e contenuto cominciò ad essere messo in discussione, in quanto non più condiviso o compreso. Gli antiquari di tarda repubblica, raccogliendo e spiegando tutti questi contenuti attraverso l’uso dell’etimologia e la ricerca di fonti anche rare, rappresentarono una risposta a questa crisi, culturale e politica, che rimetteva in discussione i valori tradizionali e quindi lo status dell’élite dominante a Roma.

La grandezza e la specificità dell’attività varroniana che gli valsero la definizione di “padre dell’antiquaria” da parte di Arnaldo Momigliano sono oggetto delle mie ricerche degli ultimi anni, i cui risultati si trovano esposti nel libro. In particolare, l’eccezionalità di Varrone consistette verosimilmente nelle strutture di pensiero (fra tutte la genealogia e la numerologia) attraverso cui nelle sue opere riorganizzava e giustificava il sapere e le notizie sul passato di Roma. L’attenzione ai numeri permetteva di costruire canoni stabili, fondati su numeri fissi ed autorevoli (se non persino sacri). Penso in questo caso al celebre esempio dei 7 colli di Roma, canonizzati probabilmente dallo stesso Varrone. Particolarmente interessante è l’adozione di uno schema genealogico, che sembra alla base di molte sue opere e che si innesta e integra allo studio del linguaggio e della semantica. Per Varrone, ricostruire la storia delle parole, come ha mostrato Elisa Romano, significa ricostruire una genealogia, dove le parole del presente sono discendenti e imparentate con quelle del passato. Attraverso l’etimologia, passato e presente possono così ricongiungersi anche in un momento in cui una frattura sembra aver separato irrimediabilmente il prima dall’oggi.

Lei definisce Varrone un “antichista” ante litteram o, persino, il primo antichista in senso stretto: quale obiettivo avevano le sue ricerche?
Essere “antichisti” oggi significa innanzitutto studiare le civiltà del passato, in particolare quella greco-romana e quelle del vicino oriente antico, da un punto di vista linguistico, letterario, storico, archeologico, etc. Questo approccio totalizzante al passato, con un’attenzione specifica agli aspetti linguistici e artistici, si ritrova in Varrone, che conosceva a fondo la cultura e le tradizioni greca e romana arcaica, ma che sembra aver avuto anche nozioni di base sulla religione ebraica, ad esempio.

Tuttavia, essere “antichisti”, a mio avviso, indica anche un atteggiamento, la sensazione di uno scarto del soggetto rispetto al tempo contemporaneo, rispetto al presente vissuto dal soggetto stesso, che determina un volgersi all’indietro, verso il passato, spesso cercando di ritrovare il senso di una continuità.

Dietro questo atteggiamento vi è, inoltre, l’idea che il tempo della storia non sia la pagina di un libro da leggere in un’unica direzione ma che possa rappresentare un paradigma sempre attuale: un modello di confronto, di dibattito e di critica continua al presente.

L’antichità, ovviamente, non è di per sé un tempo migliore rispetto a quello che viviamo, anche se rappresenta un interlocutore necessario per comprendere meglio noi stessi e la nostra cultura, che ripetutamente nel corso della storia ha riaffermato il valore della classicità greco-romana. Di fronte alla scoperta di un tempo altro rispetto al nostro nostalgicamente idealizzato come superiore o semplicemente anteriore, l’antichista (moderno o della tarda repubblica romana) può immaginare un futuro che sia diverso dalla situazione presente che sta vivendo e in cui è immerso. Riscoprire il passato significa ricordarsi del futuro.

Cos’è per Varrone il mos?
Si tratta di un’usanza che ha una natura soggettiva e che può cambiare nel tempo e a seconda delle circostanze, tuttavia esso ha anche un valore esemplare in quanto “norma” o “legge non scritta”. L’importante rielaborazione fatta da Varrone consisterebbe proprio nel tentativo di sintesi di queste due valenze: una apparentemente mutevole e arbitraria (un mos con la minuscola), l’altra stabile e socialmente condivisa (il Mos appunto).

Come ricostruisco nel primo capitolo del libro, egli verosimilmente superò la contraddizione tra mos e Mos inserendo una vocazione e allo stesso tempo una finalità paradigmatiche per la comunità. La nuova giustificazione al mos proposta sarebbe il suo carattere esemplare: esso è giusto in quanto adatto a essere oggetto di consuetudine, sia perché capace di raccogliere consenso attorno a sé sia perché utile a indirizzare l’abitudine del singolo o della comunità.

La proposta di Varrone sembra quindi quella di una morale aperta ma pur sempre normativa per tutti i membri della comunità che la adoperano.

In che modo le antiquitates di Roma costituivano per Varrone uno strumento per ritornare ai boni mores?
La scoperta dell’antichità per Varrone consiste anche nella presa di coscienza che le varie civiltà più o meno antiche presenti nel mediterraneo (greca, romana, ebraica, egizia, etc.) possedevano tutte una propria antiquitas.

Per questo, nella sua opera monumentale, Varrone si proponeva verosimilmente di ricostruire, in maniera approssimativa e attraverso equiparazioni a volte forzate, le antiquitates universali partendo dall’esperienza concreta di Roma, dalla sua tradizione, per quanto riguardo i fatti storici o mitici legati all’umanità (res humanae) come pure quelli relativi alla natura del divino e delle sue componenti (res divinae). Questo progetto sembra dipendere da una concezione stoica, secondo cui ciascuna tradizione, contenga, celate al suo interno, verità cosmiche, relative alla fisica ma anche e soprattutto alla morale. In questo senso, i corretti stili di vita (boni mores) sarebbero ricavabili proprio dalle antiquitates di Roma, che sarebbero in nuce equiparabili a quelle di altre civiltà seppur con differenti nomi e linguaggi utilizzati per esprimerli.

Questa operazione intellettuale tendeva a idealizzare la tradizione romana e fu certamente una forzatura riscontrabile anche nel trattamento dei dati religiosi e nella loro esegesi fatta dall’autore. Cionondimeno una simile impostazione teorica permetteva a Varrone di fare una proposta –forte e filosoficamente fondata- di rinnovamento morale a Roma. In maniera simile a Cicerone che nel De re publica tracciava un modello di città ideale a partire dallo stato e dalla costituzione romana, Varrone ricostruiva il fondo di verità ideale contenuto nelle tradizioni religiose e culturali di Roma per (ri)creare un modello positivo e paradigmatico valido anche per il presente in crisi.

Nata a Milano nel 1988 da genitori meridionali emigrati negli anni ’70, Irene Leonardis studia al Liceo Classico Beccaria. Si forma con Elisa Romano all’Università di Pavia e allo IUSS. Nel 2016 consegue il titolo di dottore di ricerca con una cotutela italofrancese fra l’Università di Roma Tre e l’Université Paris VIII sotto la direzione di Mario De Nonno e di Claudia Moatti. Le sue ricerche sono state dedicate prevalentemente all’opera di Varrone in quanto figura chiave della cultura tardorepubblicana. Oltre alla monografia uscita nel 2019, ha pubblicato numerosi articoli.

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