Prof.ssa Giuliana Fiorentino, Lei è autrice del libro Variabilità linguistica edito da Carocci: cosa vuol dire che una lingua varia?
Variabilità linguistica, Giuliana FiorentinoQuest’affermazione significa che all’interno di una qualunque lingua ci sono moltissime alternative per esprimersi e che a queste alternative i parlanti sanno attribuire significati di volta in volta riconducibili a fattori sociali, anagrafici, geografici, legati alla situazione comunicativa, al mezzo usato. Ad esempio ascoltando un italiano parlare, possiamo dedurre da alcuni aspetti della sua pronuncia se è originario di una regione o di un’altra. Oppure se leggiamo un testo possiamo capire se si tratta di uno scritto formale oppure di un messaggio inviato in una chat. Infine se leggiamo la trascrizione di un dialogo tra una mamma e un bambino di due anni possiamo facilmente dedurre quali turni di conversazione sono da attribuire alla madre e quali al bambino. Le dimensioni della variazione di una lingua sono collegate alla complessità della struttura sociale della comunità in cui si parla quella lingua. Questa accezione di variabilità è un tratto peculiare delle lingue. La variabilità di questo tipo in linea di massima non intacca la mutua comprensione tra i membri della comunità. A lungo andare però la variabilità può portare alla perdita della mutua intellegibilità tra parlanti della stessa comunità, e quindi può comportare una frattura, per cui da un codice unitario si passa a due o più codici non più mutualmente intellegibili (il caso più noto e studiato è quello dell’evoluzione dal latino alle parlate romanze, tema di cui tipicamente si occupa la linguistica storica).

Perché le lingue variano?
Alla domanda del perché le lingue variano a un certo punto del volume rispondo in maniera provocatoria con un’altra domanda, che ribalta la questione: perché mai i codici di comunicazione umana dovrebbero restare immobili essendo entità storico-naturali legate alle comunità di parlanti?

Ma proverò a dettagliare. Le lingue sono strumenti di comunicazione e assolvono a diverse funzioni, se pensiamo a quello che le persone ‘fanno’ con i codici linguistici, possiamo capire perché la lingua contiene in sé i ‘germi’ della variazione. Immaginiamo ad esempio che cosa accade nella storia di un bambino: appena nato è esposto al linguaggio della madre e del padre, che spesso si rivolgono ai bambini in modo semplificato e con elementi lessicali particolari, esclusivi di questa comunicazione (parole come pappa, nanna, e simili). Successivamente il bambino entra in contatto con la scuola, e qui conosce un primo mondo nel quale abbandonerà alcuni elementi della lingua familiare e informale e lentamente verrà addestrato a usare modi diversi di rivolgersi agli adulti che non siano genitori o magari il maestro/la maestra, ad esempio il direttore/la direttrice della scuola. Il codice linguistico del bambino lentamente si arricchirà di usi formali, magari i genitori/gli insegnanti insegneranno al bambino a non salutare con un ‘ciao’ degli adulti estranei, ma piuttosto con un ‘buongiorno’ oppure ‘arrivederla’. Bambini che nel contesto familiare avranno imparato a usare forme regionali dell’italiano con una semantica diversa da quella del corrispettivo pan-italiano (ad esempio in Val d’Aosta, cotoletta col significato di «bistecca con osso», a Modena e Reggio Emilia gnocco «elemento di pasta salata lievitata e fritta», in Sicilia mollica «pangrattato») allargheranno via via il significato di tali regionalismi includendo anche quello pan-italiano. Le lingue variano anche perché accolgono parole nuove, prima inesistenti, ad esempio chat, dall’inglese, per designare la chiacchierata o lo scambio di messaggi mediante applicazioni che si usano su computer o smartphone. Da notare che questa parola entrata nell’italiano come prestito dall’inglese ha poi formato ulteriori parole, ad esempio il verbo chattare. Accanto alle innovazioni lessicali, le lingue variano anche dal punto di vista morfosintattico, cioè nelle aree della grammatica intesa in senso stretto. Una regola grammaticale valida fino a un certo punto può essere cambiata o abbandonata per la pressione esercitata dai parlanti che adottano via via una regola diversa. Si pensi all’accettabilità di cui ormai gode l’uso di lui, lei, loro come pronomi personali soggetto, mentre in passato solo egli, ella, essi/esse erano accettati. Insomma la lingua varia sincronicamente e poi cambia nel tempo perché è un’istituzione storico-culturale.

Quali sono gli strumenti teorici del sociolinguista?
La variabilità linguistica è oggetto di studio di un ambito disciplinare che prende il nome di sociolinguistica. I sociolinguisti, a differenza dei linguisti tout court, hanno messo a punto strumenti teorici in parte diversi e ulteriori, che vengono utilizzati nella sociolinguistica statunitense e europea quasi allo stesso modo. I principali sono la nozione di competenza comunicativa, che ingloba la semplice competenza linguistica e rimanda a tutto “quello di cui un parlante ha bisogno per comunicare in modo efficace in contesti culturalmente significativi” (Hymes). Altri strumenti sono le nozioni di comunità linguistica e di repertorio linguistico, quest’ultimo inteso come l’insieme delle varietà disponibili in una comunità. La variabilità linguistica si dispiega e si valuta infatti all’interno delle comunità di parlanti, ed è in questo contesto che si possono definire situazioni di bilinguismo, oppure di diglossia, studiare le relazioni tra varietà in termini di continuum, e interpretare i fenomeni di alternanza tra più codici all’interno di uno stesso enunciato (code switching). Nella dimensione sociale infine ha senso introdurre la nozione di prestigio, ossia l’idea che una entità X (una lingua, una pronuncia, una singola parola o espressione idiomatica, ecc.) viene percepita come più desiderabile di un’altra entità comparabile, all’interno di una collettività. La nozione di prestigio è intrinsecamente relativa e non assoluta: asserire che una variante o una varietà di lingua godono di prestigio (o di maggior prestigio rispetto a un’altra variante o varietà) significa che utilizzare quella variante o quella varietà costituisce un comportamento linguistico desiderabile in una data comunità. Utilizzare una variante o varietà di prestigio può costituire una sorta di status symbol. L’opposto della nozione di prestigio è lo stigma sociale, cioè una valutazione fortemente negativa che colpisce un comportamento (linguistico, nel nostro caso). L’adozione di una varietà di prestigio in certi casi è considerata condizione necessaria per l’ascesa sociale di un individuo in una società (si pensi alle situazioni di plurilinguismo o di immigrazione in cui parlare la varietà standard locale costituisce un fattore indispensabile di integrazione). In genere le lingue standard sono quelle che godono di (maggiore) prestigio.

Quali sono i parametri di variazione linguistica?
Le dimensioni di variazione secondo la sociolinguistica classica sono l’asse temporale (variazione diacronica), l’asse geografico (variazione diatopica), l’asse della stratificazione sociale (variazione diastratica), l’asse del contesto situazionale (variazione diafasica) e infine l’asse del mezzo di comunicazione usato (variazione diamesica).
Le lingue poi possono variare in base a variabili sociali quali ceto, livello di reddito, stile di vita, grado di istruzione, tipo di occupazione, rete sociale, oppure in funzione di variabili demografiche quali classe d’età, sesso biologico, luogo di residenza.
In alcuni casi lo studio della variazione linguistica in funzione di una specifica variabile può dare luogo a sottoambiti della ricerca sociolinguistica, si pensi all’interesse che ha suscitato lo studio delle varietà giovanili urbane (linguaggi giovanili) a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.

Quali sono i principali temi e ricerche della sociolinguistica italiana?
I temi della sociolinguistica italiana rispecchiano la situazione linguistica della nostra penisola e la storia linguistica piuttosto originale che la caratterizza. Un tema fondamentale riguarda la definizione e la descrizione della norma standard e del rapporto tra questa e le varietà che, pur attestate, vengono considerate estranee allo standard (neostandard e substandard). Spesso queste nozioni si intrecciano con la variabilità diamesica (lingua parlata vs. lingua scritta), con la varietà parlata che più facilmente accoglie novità estranee allo standard, meglio documentato e conservato invece nella lingua scritta formale.

Un altro tema fondamentale è la descrizione del repertorio delle varietà linguistiche italiane e la considerazione dei rapporti tra dialetti (o parlate romanze), italiani regionali e lingua standard. Ci sono poi alcune varietà del repertorio che sono state studiate con maggiore cura, tra queste ad esempio, il cosiddetto italiano popolare “il modo di esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua ‘nazionale’, l’italiano” (Tullio De Mauro). Gli studi sociolinguistici italiani si occupano inoltre di studiare e descrivere le peculiarità delle lingue speciali (cioè quelle legate a contesti professionali specifici), dei registri e infine il contatto linguistico tra varietà nazionali e altre varietà presenti sul territorio nazionale ma geneticamente lontane dalla varietà locale (le lingue di minoranza storiche, o parlate alloglotte).

In che modo i nuovi media influiscono sulla lingua?
Un’ultima dimensione della variabilità linguistica, legata al mezzo di comunicazione, e tradizionalmente collegata all’alternanza tra lingua scritta e lingua parlata, sta evidenziando ulteriori aspetti di variabilità grazie alla dimensione del trasmesso, ossia la lingua parlata trasmessa a distanza (radio, televisione) e alla dimensione del digitato (lingua del web o di internet).
Se il trasmesso ha interferito pesantemente con le dimensioni dell’oralità (si pensi all’effetto che radio e televisione hanno impresso al ritmo dell’eloquio e all’influenza della televisione nel determinare il successo e la diffusione delle varietà fonologiche romana, prima e lombarda, poi), i nuovi media stanno pesantemente influenzando la varietà scritta della lingua italiana.

La lingua italiana della comunicazione mediata dal computer – che qualcuno ha definito e-taliano (Giuseppe Antonelli) – continua ad avere un significativo inquadramento in termini di variabilità diamesica. Infatti si tratta di una varietà scritta della lingua che però mette in discussione le proprietà classiche della contrapposizione oralità – scrittura, dato che in alcuni tipi di testi si basa sulla condivisione della temporalità (ci riferiamo in particolare alle chat) o comunque riesce a simulare la condivisione della temporalità. Questo tipo di scrittura digitale ‘dialogica’ ha sviluppato caratteristiche sue proprie che ne avvicinano il ritmo e la sintassi al parlato più che alla scrittura tradizionale.