Vagabondi, zingari e mendicanti. Leggi toscane sulla marginalità sociale tra XVI e XVIII secolo, Alessandro DaniProf. Alessandro Dani, Lei è autore del libro Vagabondi, zingari e mendicanti. Leggi toscane sulla marginalità sociale tra XVI e XVIII secolo pubblicato da editpress: quale diffusione avevano la mendicità, il vagabondaggio e la marginalità sociale nella Toscana tra il XVI e il XVIII secolo?
Si tratta di fenomeni difficilmente quantificabili in termini numerici, per la natura sfuggente di queste figure sociali, ma certamente assai diffusi in tutte le città europee del tempo: in Toscana (soprattutto Firenze, ma anche Siena, Pisa e altre), come negli altri maggiori centri urbani della penisola (Milano, Venezia, Roma, Napoli, Bologna, Genova) e del nostro continente, a partire dalle più grandi, come Parigi e Londra, nelle quali mendicità e povertà raggiungevano livelli ancor più preoccupanti.

Non si tratta affatto dunque di un fenomeno esclusivamente toscano, ma europeo e, vorrei sottolineare, tipicamente urbano. Nei centri minori, nelle aree periferiche e soprattutto montane non si registra niente di simile. Ciò era in parte dovuto al fatto che mendicanti e vagabondi, di qualunque provenienza, si riversavano nelle città nella speranza di raccogliere le briciole che cadevano dalle tavole imbandite dei ricchi o l’aiuto dei grandi enti assistenziali religiosi e laici, ma anche perché nelle zone periferiche un contesto socio-economico-produttivo più arcaico (con beni comuni e solidarietà comunitarie) non creava un baratro tra una minoranza di ricchi e moltitudini di poveri. Per fare un esempio concreto per la Toscana, i Comuni di montagna (penso ad esempio all’Amiata) e delle zone lontane dalle città, non conobbero la dura miseria dei ceti subalterni cittadini e dei braccianti e mezzadri nei contadi prossimi alla città.

Quali provvedimenti adottarono i Granduchi di Toscana per disciplinare e arginare la mendicità dilagante, il vagabondaggio e la marginalità sociale?
Anche in Toscana, come ovunque tra Cinquecento e Settecento, non si rinunciò allo strumento repressivo: in particolare, espulsione dei vagabondi e mendicanti forestieri (zingari compresi) con condanna a remare nelle galee per i renitenti (o frustate per donne e minori). Si tratta della linea ovunque seguita, anche dal Papa stesso, che, prima della battaglia di Lepanto, ordinò la cattura di vagabondi e zingari illegalmente presenti a Roma e l’invio al remo nelle galee pontificie. Niente dunque di cui meravigliarsi.

L’espulsione era dettata dal proposito di mantenere l’ordine pubblico, evitare lievi reati come piccoli furti, truffe, gioco d’azzardo o risse, arginare i contagi nelle ricorrenti epidemie di peste (debellata, non dimentichiamo, solo nel Settecento).

Credo comunque di poter dire che la repressione di vagabondi, zingari e mendicanti in Toscana fu più mite che negli altri Stati italiani e certamente molto meno severa che in Francia, in Germania, in Olanda e in Inghilterra, dove sono attestati anche episodi di crudeltà raccapricciante. Le ricerche di Bronisław Geremek offrono molte notizie in proposito.

In che modo i Granduchi di Toscana tentarono di risolvere il problema adottando, oltre a strategie di disciplinamento sociale, anche lo sviluppo di iniziative assistenziali?
Verso i mendicanti oziosi e vagabondi autoctoni anche in Toscana furono creati ospizi (a Firenze, ma anche a Siena e a Pisa) destinati all’avviamento al lavoro, anche con la collaborazione di botteghe artigiane (sarti, calzolai, falegnami ecc.) o all’assistenza per gli invalidi. Vorrei ricordare in proposito che grandi strutture assistenziali già esistevano nelle città toscane medievali e l’assistenza (un proto-welfare) non può considerarsi dunque una novità. Per quanto riguarda l’avvio al lavoro credo di poter segnalare una certa differenza dell’esperienza toscana rispetto ad altre. Tra secondo Cinquecento e per tutto il Seicento a Roma, ad esempio, si sperimentò, anche seguendo l’esempio francese, la soluzione dell’internamento e lavoro coatto in grandi strutture che sono state viste come un qualcosa a mezzo fra prigione, fabbrica e convento. In Toscana prevalse una linea più morbida, non obbligando con la forza ad accettare l’internamento. Del resto va detto che anche a Roma si finì per abbandonare la coazione, perché urtava le coscienze di molti veder trattare dei poveri mendicanti come veri e propri delinquenti (ma anche perché in fondo erano più i costi che i benefici).

A Firenze l’istituzione dell’Ospedale di San Salvatore dei Mendicanti fu suggerita dalla crisi del 1619-1621 che provocò una dilagante disoccupazione tra i lavoratori della lana e della seta, aumentando molto il numero di mendicanti e vagabondi. Ma non sembra di poter attribuire a tale struttura un carattere duramente repressivo (sul modello inglese e francese): piuttosto una razionalizzazione istituzionale dell’assistenza con aspetti anche di tradizionale carità cristiana. Il fatto che ne fossero esclusi i forestieri prova indirettamente che era intesa come misura a favore dei beneficiati, tanto più che se ne poteva essere allontanati come punizione per cattiva condotta. In Toscana sembra dunque di non poter riscontrare il grand renfermement seicentesco teorizzato – ma per la Francia, e non a torto – da Michel Foucault.

Cosa rivela l’analisi storica della legislazione granducale sul tema?
Il tema è ovviamente enorme e complesso: come sappiamo, tutt’oggi anche nello sviluppato Occidente rimangono sul tappeto i problemi della marginalità sociale, degli homeless, dei migranti non inseriti produttivamente nella società, dei campi rom e altri. I governi sono chiamati a ricercare soluzioni sulla base della cultura, delle risorse e degli strumenti a disposizione nel proprio tempo. Il passato non mi sembra che offra soluzioni da emulare: spero almeno che a nessuno, leggendo il mio libro, venga voglia di reintrodurre la galea e le frustate. Il passato va nondimeno conosciuto, almeno per non ripetere gli errori commessi, e certamente offre molti spunti di riflessione.

Nel fenomeno c’è un aspetto di fondo che non va occultato: il vagabondo, il mendicante, il marginale improduttivo infrange alcuni valori fondanti della nostra civiltà: il significato etico del lavoro e la difesa della proprietà da potenziali minacce. E quando una buona parte della popolazione fatica con sacrificio per ‘reggere il passo’ non è facile far passare l’idea di dover lavorare anche per chi tale onere vuole appunto evitare. Questo vale per il passato come per il presente e chi governa deve tenerne necessariamente conto.

La questione del lavoro era ed è dunque centrale: l’offerta di opportunità di lavoro e di reinserimento del marginale nel mondo produttivo era ed è la via da percorrere. E la storia qui forse ha qualcosa da dirci.

Se guardiamo alla nostra lunga vicenda storica, non si può dimenticare che proprio l’iniquità del sistema produttivo, con lo sfruttamento di contadini, braccianti, garzoni e simili aveva contribuito molto a produrre povertà, che in congiunture sfavorevoli si trasformava in vera e propria marginalità. Come ho osservato nelle conclusioni del libro, il lavoro può avere qualità, valenze, implicazioni assai diverse. Può significare solo fatica, sfruttamento, abbrutimento e alienazione, e può significare creatività, gratificazione materiale e morale e soprattutto reinserimento sociale. Oggi i percorsi psico-sociologici riabilitativi da situazioni di disagio vedono il lavoro come un aiuto importante al recupero di soggetti disadattati. Il lavoro aumenta l’autostima, l’indipendenza economica, la responsabilità, i rapporti sociali. La ricostruzione di rapporti sociali positivi è una ricchezza in sé, pur se non è immediatamente quantificabile sul piano economico.

Ma è evidente che la soluzione del lavoro non può riproporre quelle situazioni di oppressione da cui appunto il soggetto voleva fuggire con la sua drammatica scelta esistenziale, situazioni percepite come intollerabili al punto da preferire la precarietà estrema della vita di strada, l’umiliazione dell’elemosina, magari il rischio di finire in carcere per comportamenti illeciti.

Senza giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, sviluppo di socialità e solidarietà il problema non si è risolto in passato e neppure può risolversi nel presente.

Un errore oggi diffuso è quello di ritenere che la crescita economica e produttiva abbia necessariamente come conseguenza il miglioramento per tutti delle condizioni di vita. E quindi si ripete ossessivamente che è necessario crescere e produrre di più per stare meglio tutti. La storia dimostra che ciò non è vero. Anzitutto se non vi è redistribuzione della maggiore ricchezza prodotta aumentano a dismisura le differenze tra una ristretta minoranza agiata e le moltitudini. E se, come appunto è accaduto in passato e ancor oggi accade, per aumentare la produttività si sfrutta e precarizza il lavoro, si privatizzano beni comuni, si riducono spazi di libertà, si mina la solidarietà comunitaria a beneficio di una competizione individuale esasperata, ecco che la crescita non è più un bene, ma un male, una sorta di tumore. Oggi, in più, vi è il problema ambientale del deperimento delle risorse naturali, mai conosciuto in passato nelle dimensioni attuali. Ho cercato di proporre qualche considerazione su questi temi nel volumetto Le risorse naturali come beni comuni (Effigi, 2013), liberamente consultabile in Internet, al pari di varie altre mie pubblicazioni.

La crescita senza equilibrio e senza giustizia sociale non toglie i mendicanti dalle strade, non elimina il problema della povertà e della marginalità, ma lo acuisce. Privatizzare senza assicurarsi ex-ante dell’effettività dei presunti benefici collettivi può risultare socialmente molto pericoloso.

Nella Toscana del Settecento la contraddizione esplose proprio con le riforme liberiste di Pietro Leopoldo in tema di usi civici: riforme dagli esiti molto ambigui, per certo avversate – non a torto – da gran parte della popolazione toscana. Pietro Leopoldo fu un grande sovrano, i cui propositi erano realmente quelli di modernizzare i territori governati, seguendo i consigli degli economisti del tempo. Ma si ritrovò a dover instaurare un regime poliziesco, in netta contraddizione con la sua celebre riforma criminale ispirata ai principi illuministi. Verso vagabondi e mendicanti oziosi la sua linea politica fu, non a caso, nel solco della tradizione repressiva precedente (tanto medicea come del padre Francesco Stefano) e, se addirittura non lo aggravò, certo non risolse il problema.

Alessandro Dani è Professore associato presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, dove insegna Storia del diritto medievale e moderno. Da tempo si occupa di statuti e ordinamenti comunali medievali e moderni, di usi civici e beni comuni, di storia del processo, del diritto penale e della cultura giuridica. Tra le sue pubblicazioni: Usi civici nello Stato di Siena di età medicea (2003); Le risorse naturali come beni comuni (2013); Gli statuti dei Comuni della Repubblica di Siena (secoli XIII-XV). Profilo di una cultura comunitaria (2015).

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