“Uomini senza uccello” di Francesca Nunzi

Uomini senza uccello, Francesca NunziC’è chi perde le chiavi di casa, chi gli occhiali, chi il telecomando. Come si può intuire già dal titolo, nel racconto Uomini senza uccello di Francesca Nunzi gli uomini finiscono per perdere qualcosa che è difficile da ignorare. Una mattina Ernesto si sveglia e scopre che il suo pene e i suoi testicoli sono scomparsi, e come spesso accade con gli oggetti smarriti, più li si cerca meno si riescono a trovare. Da questa premessa surreale e volutamente provocatoria, l’Autrice scrive una satira leggera sul rapporto tra uomini e donne, permeata da un’atmosfera comica e grottesca.

A molti sarà capitato di perdere qualcosa in casa e di chiedere aiuto alla propria madre che, quasi per magia, riesce a tirare fuori l’oggetto nascosto facendoci notare come fosse stato lì per tutto il tempo, davanti ai nostri occhi. È una dinamica piuttosto riconoscibile, che rimanda a una diversa attenzione che i membri di una famiglia pongono sulla cura e sulla gestione dello spazio domestico. Francesca Nunzi dà voce a questo sfogo in un post su Facebook che trova il consenso di molte altre donne, madri, mogli, che hanno vissuto episodi simili migliaia di volte. Da qui, l’idea dell’Autrice di scrivere questo racconto, in cui l’atto del “perdere qualcosa” viene estremizzato fino a riguardare quello che per gli uomini può assumere un valore identitario.

Per i personaggi maschili di questo racconto, infatti, la perdita diventa un dramma esistenziale e li spinge a intraprendere una ricerca disperata. Il racconto adotta un tono beffardo nel restituire questa condizione di panico, amplificata anche dallo sguardo delle donne che osservano la situazione con ironia. Mentre gli uomini si abbandonano a reazioni teatrali e melodrammatiche, le donne mantengono una lucidità che contribuisce a rafforzare l’effetto comico. L’impressione generale è quella di una messa in scena delle fragilità maschili filtrata da uno sguardo deformante, più ironico che polemico. I personaggi maschili diventano spesso caricature delle proprie insicurezze, mentre le figure femminili assumono il ruolo di osservatrici pazienti di un disordine che conoscono fin troppo bene.

Nel racconto spicca il rapporto tra Ernesto e sua figlia Livia, attraverso il quale emergono alcune delle riflessioni più interessanti del testo. I loro dialoghi permettono di ampliare la questione di fondo e di affrontare temi legati all’identità maschile, alle aspettative sociali e ai modi diversi di vivere le relazioni. Senza abbandonare il tono leggero, il racconto suggerisce che la perdita di quello che molti considerano il simbolo della propria virilità e mascolinità possa aprire la strada verso una maggiore capacità di ascolto e di comprensione. Ernesto se ne accorge nel corso delle giornate, durante le pause con i colleghi, sull’autobus per tornare a casa, ma soprattutto ascoltando il punto di vista di sua figlia Livia che gli permette di aprirsi ad una nuova forma di sensibilità.

In questo senso, Nunzi gioca apertamente con gli stereotipi: gli uomini perdono quello che solo le donne sembrano riuscire a ritrovare; gli uomini appaiono superficiali, mentre le donne risultano più premurose e attente ai dettagli. Si tratta di semplificazioni volutamente esagerate, che il racconto utilizza come materiale comico, sviluppandole attraverso equivoci, situazioni paradossali e momenti costantemente sopra le righe, spesso accentuati anche dalle ambientazioni, che contribuiscono a rafforzare il tono grottesco della narrazione. Anche il linguaggio ha un ruolo centrale nella costruzione di questo effetto: nel testo ci sono molti doppi sensi, battute e giochi di parole che ruotano attorno al tema principale del racconto e da cui viene anche il titolo.

In fondo, il racconto suggerisce che la perdita non riguardi soltanto l’elemento fisico che dà avvio alla vicenda. A venire meno sono soprattutto alcune certezze legate alla mascolinità che i personaggi maschili consideravano indiscutibili. Uomini senza uccello è quindi una lettura che punta soprattutto sul gusto dell’assurdo e sull’effetto comico generato dalla messa in discussione degli stereotipi. Tra uomini in preda al panico, donne che sembrano avere la situazione sempre sotto controllo, Francesca Nunzi costruisce una storia che sfrutta il paradosso per osservare con ironia le dinamiche tra uomini e donne. L’intento resta quello di divertire, insistendo sui difetti e sui comportamenti tipici degli uomini più che su una reale volontà di polemica, dentro una cornice che privilegia il ribaltamento comico delle prospettive.

Giorgia Carta

L’Autrice

Francesca Nunzi è attrice, autrice e regista teatrale italiana. Diplomata al Laboratorio di Arti Sceniche di Roma diretto da Gigi Proietti, lavora da anni tra teatro, scrittura e progetti audiovisivi, sviluppando una cifra personale che unisce ironia, sensibilità e attenzione ai rapporti umani. Nel corso della sua carriera ha preso parte a numerose produzioni teatrali e televisive, affiancando all’attività di interprete quella di autrice di spettacoli originali, monologhi e testi teatrali. Nei suoi lavori affronta spesso temi contemporanei attraverso uno sguardo brillante e surreale, con particolare attenzione all’universo femminile, alle dinamiche familiari e alle contraddizioni della società. Ha pubblicato diversi libri, tra cui MAV, Uomini senza uccello, Quei due nel mio orecchio, Liberi eccessi di fantasia tra padre e figlia e Teatro per poveri artisti. Parallelamente porta avanti progetti teatrali e seriali originali, tra cui commedie, format e adattamenti destinati alla scena e all’audiovisivo. È inoltre ideatrice di format teatrali e culturali che uniscono comicità, scrittura e formazione artistica. Tra questi, “The Traumashow”, format originale che trasforma il palco in una sorta di terapia collettiva ironica e surreale, dando spazio a giovani artisti e ai loro “traumi” raccontati attraverso performance teatrali comiche e drammatiche. Nei suoi progetti convivono tradizione teatrale e linguaggi contemporanei, con uno stile riconoscibile che alterna comicità, malinconia e osservazione sociale. Vive e lavora a Roma.