Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità, Maria Giuseppina PacilliProf.ssa Maria Giuseppina Pacilli, Lei è autrice del libro Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità edito dal Mulino: cosa significa essere uomini duri secondo i canoni della mascolinità tradizionale?
I canoni che definiscono la mascolinità tradizionale e come questa debba esprimersi lasciano poco spazio all’immaginazione e alla libera interpretazione dei singoli uomini. Restiamo sull’espressione specifica uomini duri. È interessante che questo modo di definire gli uomini sia così consueto da non sembrarci affatto strano o problematico. Basti pensare all’aggettivo specifico duro e in generale alla qualità della durezza. Più una cosa è dura, più è in grado di scalfire altre cose senza essere scalfita o danneggiata. La durezza, però, è più appropriata per definire un oggetto, un materiale, una cosa inanimata insomma piuttosto che una persona. Ancora oggi, e troppo spesso, l’aggettivo duro viene riferito a un uomo con una connotazione positiva. Un uomo duro è un uomo impermeabile alle influenze esterne, un uomo che non si lascia condizionare dai propri sentimenti e dai sentimenti delle altre persone, un uomo che non si abbandona all’espressione delle proprie emozioni né in pubblico né in privato, una persona ritenuta valida perché in grado di dominare sugli altri. Queste caratteristiche sono tutte al maschile. Provo a spiegarmi meglio: un modo per riflettere sulla connotazione di genere e sul doppio standard della durezza è provare a riferire questa qualità a una donna. Se parlare di uomini duri, non ci sembra affatto strano, parlare di una donna dura suona strano, ridicolo e in ogni caso molto lontano dalla connotazione positiva che assume per gli uomini.

Quali imperativi deve rispettare un «vero uomo»?
Sono diversi gli imperativi che definiscono un vero uomo, molto collegati fra loro in quanto frutto di un sistema culturale patriarcale ed eteronormativo. Il primo e più importante è senza dubbio il mandato dell’anti-femminilità ossia l’obbligo per un uomo di allontanare dal proprio modo di essere, sentire e comportarsi tutte quelle caratteristiche psicologiche che socialmente sono considerate come tipiche delle donne, prima fra tutte l’emotività. L’identità maschile si organizza dunque attorno a questo nemico infido che incombe sullo status di vero uomo: la femminilità contamina di imbarazzante debolezza l’immagine maschile. Essere femminili vuol dire non essere virili e viceversa essere virili vuol dire non essere femminili, come se le due qualità fossero mutualmente esclusive. Ne consegue che un uomo deve scacciare il più possibile lontano da sé qualsiasi segnale di femminilità, dal modo in cui parla, cammina, si veste e in generale si comporta e questo richiede un impegno enorme da un punto di vista psicologico. Un altro mandato a cui aderire è quello dell’eterosessualità. Nella visione tradizionale della mascolinità, un uomo vero non può che essere eterosessuale e di conseguenza l’omosessualità o bisessualità maschile rischiano di diventare devirilizzanti ai propri occhi e agli occhi delle altre persone. In questa visione, le donne e gli uomini gay sono i soggetti altri per eccellenza e una qualsiasi similarità in termini emotivi o comportamentali con le donne o con gli uomini gay viene vissuta come una minaccia alla propria identità di vero uomo.

Nel libro Lei parla assai efficacemente di «stoicismo emotivo»: perché un uomo non dovrebbe chiedere mai?
La capacità di riconoscere e dare un nome alle nostre emozioni, di entrare in contatto con le stesse senza farsi sovrastare è una delle competenze psicologiche più importanti che siamo chiamati ad acquisire come esseri umani, capacità da cui dipende in modo significativo il nostro benessere. Le emozioni sono sistemi di risposta complessi e il significato delle emozioni negative associate ai ruoli di genere merita molto attenzione. La paura, la tristezza e l’ansia, ad esempio, sono emozioni che comunicano la nostra vulnerabilità, segnalano una ricerca di aiuto e conforto e comunicano la nostra disponibilità ad affidarci a un’altra persona che possa aiutarci. La rabbia invece è un’emozione collegata al mancato raggiungimento di un obiettivo e può essere collegata a un rapporto competitivo con gli altri. Sappiamo che non sono presenti differenze nell’espressione facciale delle emozioni dei bambini e delle bambine nei primi mesi di vita. Con la socializzazione di genere l’influenza dei genitori prima e dei pari poi, si assiste invece gradualmente a una differenziazione fra bambini e bambine. Con il passare del tempo il mondo emotivo dei bambini rischia di diventare sempre più angusto con emozioni negative che prima è impossibile esprimere e poi addirittura provare. Perché accade questo? Come dicevo prima, il mandato dell’antifemminilità richiede che un uomo vigili in modo costante sul proprio comportamento per evitare di apparire femminile e dunque poco virile. L’emotività in questa visione tradizionale viene considerata come tipicamente femminile e, ancor di più, quell’area dell’emotività che segnala una ricerca di aiuto. Il modello dell’uomo forte, che per l’appunto non deve chiedere mai aiuto richiede agli uomini che si mostrino invulnerabili e questo obiettivo si raggiunge con un controllo ferreo delle proprie emozioni, controllo che si manifesta pubblicamente con l’inespressività emotiva. Il punto è che questo è fortemente disfunzionale.

In cosa si traducono, dal punto di vista del proprio mondo affettivo, dei comportamenti di salute e dello stile di vita, i vari mandati della mascolinità?
Restando sul tema della dis/regolazione delle emozioni, le strategie apprese per proteggere la propria mascolinità quali l’evitamento o la soppressione dell’espressione delle proprie emozioni possono essere causa a lungo andare di problemi psichici e fisici, dall’aggressività all’autolesionismo fino all’abuso di sostanze stupefacenti. Maggiore la conformità alle norme tradizionali maschili, più fragile è la salute mentale degli uomini. Inoltre, l’ideale di forza e invincibilità maschile spinge gli uomini che vi aderiscono a percepire come inutile la prevenzione delle malattie, trovando femminile e quindi debole assumere uno stile di vita salutare. Essere un vero uomo vuol dire mostrarsi pubblicamente propensi ad assumersi dei rischi. Ad esempio, gli uomini che aderiscono a questa visione tradizionale della mascolinità tendono a percepirsi come invulnerabili rispetto alla possibilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, mostrando così maggiore riluttanza a usare il preservativo nei rapporti sessuali. Un altro aspetto degno di attenzione non è solo come un uomo vede sé stesso ma anche come le altre persone lo considerano. Ancora oggi purtroppo, essendo questo modo di vedere la mascolinità pervasivo, un uomo che manifesta attenzione per la propria salute o preoccupazione per le proprie malattie può essere percepito dalle persone che aderiscono a una visione tradizionale della mascolinità – uomini e donne comuni ma anche professionisti e professioniste della salute – come un uomo debole, un ipocondriaco, insomma una persona che sta esagerando. Togliersi la maschera di potenza e infallibilità è importante ma può avere conseguenze negative sia in ambito relazionale sia in ambito professionale. Anche per questa ragione, il lavoro da fare per decostruire questi modelli non può essere solo individuale ma anche sociale.

Quali conseguenze produce il conformismo al ruolo di genere?
Le norme di genere riferite agli uomini definiscono come gli uomini devono essere, pensare, sentire e agire. Viste le conseguenze negative per la salute psicologica degli uomini prima descritte, è più che comprensibile porsi una domanda: perché gli uomini si conformano alle norme di genere? Sebbene sia elevata la quantità di persone che viola le aspettative associate ai ruoli di genere, la violazione dei ruoli di genere continua a generare condanna sociale e viceversa il rispetto di quelle norme genera approvazione sociale. Per questo, l’adesione alle norme di genere consente di sviluppare un’identità stabile e positiva come uomo “normale”, conduce a sviluppare sentimenti di appartenenza, aumenta l’autostima e riduce il senso di vergogna derivante dal sentirsi diverso dagli altri. In più, quando un uomo assume comportamenti considerati normativi, ma rischiosi per il proprio genere, è vero che spesso mette a rischio la propria salute fisica e psicologica, ma ottiene in cambio altro, ciò che viene definito in termini tecnici capitale maschile, un capitale simbolico che assicura agli uomini stessi di essere riconosciuti come componenti validi del gruppo considerato nei secoli come di status superiore.

Nel libro Lei traccia un nesso tra mascolinità ed estrema destra: che relazione esiste tra sessismo e appartenenza politica?
Il sessismo è una visione secolare della realtà sociale e per questo è spesso trasversale rispetto al genere delle persone o rispetto al loro orientamento politico. Ciò che accomuna le persone sessiste, soprattutto di orientamento politico conservatore, è l’ostinata negazione della realtà del sessismo e delle sue conseguenze. Esiste, inoltre, una specificità della retorica di una certa destra sulla mascolinità, che si focalizza da un lato sulla presunta crisi della mascolinità occidentale e dall’altro sulla necessità di riaffermare una mascolinità forte in politica. L’immagine dell’uomo duro, forte, solo al comando rievoca una pagina buia del passato del nostro paese e ancora oggi riscuote un preoccupante consenso, come dimostra il sondaggio Censis di qualche mese fa, da cui è emerso che una persona italiana su due dichiara che ci vorrebbe un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni. Il fascino dell’uomo duro e forte, però, non fa presa solo nel nostro paese. Una figura emblematica in questo senso è proprio quella dell’attuale presidente degli USA, Donald Trump la cui elezione è stata considerata come un tassello fondamentale nella storia di una mascolinità bianca ed eterosessuale che si combina perfettamente con razzismo, sessismo e nazionalismo. Il noto slogan di rendere l’America di nuovo grande, Make America Great Again, cela un’altra promessa di grandezza riferita nello specifico proprio ai maschi americani Make American Men Great Again. Fin dalla campagna elettorale, Trump ha disegnato in modo netto i contorni del suo profilo come super-maschio dominatore, sia nel rapporto con le donne sia nel rapporto con gli altri uomini. Trump ha apostrofato spesso in modo sessista numerose giornaliste, deridendo altrettanto di frequente l’aspetto fisico delle donne in generale e in particolare della sua unica donna avversaria alle primarie Carly Fiorina. Il suo profilo di uomo duro si delinea anche nel contrasto con altri uomini: gli avversari politici, democratici e repubblicani che siano, quando dissentono da lui diventando bersaglio di ridicolizzazione e disprezzo. Le espressioni stereotipicamente devirilizzanti quali ‘perdente’, ‘con poco vigore’, ‘buono a nulla’ ricorrono nel linguaggio di Trump. Non è un caso che la parola debole sia la sua preferita per insultare qualcuno.

Quale cambiamento è richiesto per passare dalla mascolinità all’umanità?
È un vero e proprio cambio di paradigma. Come dicevo in precedenza, tendiamo a pensare all’emotività e alla sensibilità come qualità femminili e alla razionalità e alla forza come qualità maschili. In un gioco a somma zero, essere femminili vuol dire non essere virili e viceversa essere virili vuol dire non essere femminili, come se appunto le due qualità fossero mutualmente esclusive. Ma in realtà le caratteristiche psicologiche che etichettiamo come femminili e come maschili sono in fondo qualità degli esseri umani. Alcuni ritengono che sia importante promuovere una mascolinità positiva centrata ad esempio sulle norme del coraggio o della resilienza. Il problema in questa visione, a mio avviso è che essa non si distanzia così tanto in termini di premesse teoriche da quella che difende il valore della mascolinità tradizionale. Il rischio infatti, in entrambi i casi, è distinguere la mascolinità e la femminilità come se fossero mutualmente escludentisi e di reificare la mascolinità in qualcosa di universale, definita da tratti immutabili. Anziché coltivare una mascolinità positiva sarebbe auspicabile coltivare delle qualità umane positive in ognuno di noi. Proprio in quanto esseri umani, gli uomini e le donne dovrebbero avere entrambi il permesso di essere vulnerabili, dovrebbero avere entrambi la possibilità di esprimere sensibilità ed emotività senza andare incontro a ridicolizzazioni, sberleffi o rappresaglie così come dovrebbero avere entrambi la possibilità di dare mostra di determinazione, assertività, coraggio e forza d’animo. È un cambiamento di prospettiva importante di cui però tutti e tutte potremmo beneficiarne.

Maria Giuseppina Pacilli insegna psicologia sociale presso l’università di Perugia dove è coordinatrice del corso di laurea in Servizio sociale e Politiche e servizi sociali. È componente del comitato esecutivo della sezione di psicologia sociale dell’Associazione Italiana di Psicologia e vicepresidente del Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità e contro le discriminazioni dell’Università di Perugia. È co-editor in chief della rivista In-Mind Italia che promuove la diffusione del sapere scientifico psicologico. Fra le sue pubblicazioni, sempre per Il Mulino, Quando le persone diventano cose. Corpo e genere come uniche dimensioni di umanità.

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